“Le fiabe di Anderson. I Jethro Tull tra concept, parodia e prog” è il titolo del nuovo libro di Vincenzo Oliva e Ruggero Menin, che offre un approfondimento, dal punto di vista delle liriche, sulle cosiddette “Fiabe di Anderson”: la traduzione, la storia e l’interpretazione dei testi più significativi della discografia dei Jethro Tull, tutti opera di Ian Anderson, con un occhio particolare ai tre dischi più amati, cioè “Aqualung” (1971), “Thick as a Brick” (1972), “A Passion Play (1973)”.
A Vincenzo Oliva ho chiesto una playlist ragionata di canzoni scritte da Ian Anderson, con una speciale attenzione ai testi.
Aqualung (1971)
Un riff immortale su un vecchio barbone malandato: è il vagabondo dalle fattezze ‘andersoniane’ ritratto in copertina. Il nome è quello di una marca di respiratori subacquei, il cui suono sembra il rantolo di un clochard che vive per strada e se la passa male, insieme alla sua amica, la strabica Cross-Eyed Mary: Seduto su una panchina del parco, con suo sguardo cattivo guarda le bambine che giocano; i raggi del sole sono freddi, e allora lui perde tempo nell’unico modo che conosce. La gamba gli fa male mentre si china per raccogliere una cicca; poi va giù al pisciatoio per... scaldarsi i piedi. Si sente solo, ma c’è la Caritas: l’umanità è così di moda e c’è pure una tazza di tè. Aqualung, amico, ti ricordi ancora la nebbia gelata di dicembre, quando il ghiaccio si attaccava alla barba e ti faceva urlare di dolore? Ora cerchi di rubare gli ultimi respiri che rantolano come i gorgoglii di un palombaro, mentre i fiori sbocciano come la follia nella primavera.
La primavera, i fiori che sbocciano e la vita nuova che ricomincia il suo ciclo, in contrasto con il lento e inesorabile decadimento dell’uomo, riportano alla mente annebbiata di Aqualung una gioventù che probabilmente non ha mai avuto. Con queste crude immagini, Anderson voleva rappresentare il miscuglio di sensazioni che l’uomo comune prova quando vede un senzatetto: repulsione, senso di colpa, paura, pietà.
Cross Eyed Mary (1971)
Introdotta da un leggendario riff di flauto, l’amica di Aqualung è una vecchiaccia, probabilmente una prostituta che fa del ‘bene’ ai poveri, per cui è conosciuta come la Robin Hood di Highgate. Mary se la fa con gli uomini ricchi per estorcere loro soldi e darli ai poveri: A Mary la strabica non interessano i ragazzini, lei preferisce farsela con i vecchi sporcaccioni, ed è molto attratta da Aqualung, Mary è una che la dà via per due soldi, una che ruba solo ai ricchi come la Robin Hood di Highgate. I suoi servizi sono sempre buoni, perché aiuta i poveracci a tirare avanti
Locomotive Breath (1971)
L’album “Aqualung” inizialmente doveva intitolarsi “My God” ed era imperniato sulla religione e sul significato dell’esistenza. Poi tutte le canzoni con questo tema vennero radunate sul secondo lato per fare spazio alle disavventure di Aqualung. “Locomotive Breath” è un cinico ritratto della vita che va veloce come un treno ed è equiparata alla corsa affannosa di una locomotiva. Nella follia ansimante che avanza come il respiro di una locomotiva corre l’uomo, l’essere più perdente di tutti i tempi, che va dritto verso la morte. Sente i pistoni che grattano e il vapore che gli sbatte sulla fronte, ma il treno non si fermerà perché il vecchio Charlie deve aver rubato la manopola. Non c’è modo di rallentare, e lui vede i figli che scendono alle varie stazioni uno dopo l’altro e magari la sua donna a letto con il suo migliore amico. Beh, mi sa che era stato Dio a rubare la manopola.
Wind Up (1971)
Anderson si scaglia contro società e religione con una violenza tale che basta leggere il testo: Quando ero piccolo mi hanno imbellettato e spedito a scuola, dove mi hanno insegnato come non si deve vivere, e non fa niente se mi dicevano che ero un cretino; così un giorno me ne sono andato con il loro Dio infilato sotto il braccio, i loro sorrisi idioti e il libro delle regole. Poi ho fatto una domanda a questo Dio e lui, con una risposta secca, mi ha detto: ‘Amico, guarda che io non sono mica uno che puoi ricaricare a molla ogni domenica’. Perciò vorrei dire al mio vecchio preside: avete frainteso tutto e non avete capito niente di tutta la dannata storia.
My God (1971)
Anderson non sta affatto criticando Dio, ma la concezione dogmatica di Dio imposta dalla Chiesa, qualunque essa sia: l’imposizione di un’immagine prescelta impedisce all’uomo di sviluppare una propria concezione della divinità. All’epoca fece scalpore, ma lo spiegò lui stesso in un’intervista: “’My God’ non è una canzone contro Dio o contro l’idea di Dio, ma è contro la gerarchia ecclesiastica: una critica contro il Dio che loro hanno scelto di adorare. E contro il fatto che i bambini vengano educati a seguire lo stesso Dio dei loro genitori”.
Thick as a brick (1972)
A prescindere dalla splendida musica suonata in maniera eccelsa, questa non è una canzone, ma un’opera zeppa di significati e sottosignificati, molto complessa da tradurre e da interpretare. Nata come parodia degli album concept e del prog tanto di moda all’epoca, “Thick as a brick” è una geniale idea di Anderson: sarebbe un poema scritto da un bambino di 11 anni (!), Gerald Bostock, che vince un premio letterario poi revocato a causa di una parolaccia contenuta nel testo. La poesia è pubblicata su un quotidiano di 12 pagine, che è la confezione del disco. Il bambino prodigio esamina con lucidità temi delicati: la società che soffoca le individualità, manipolando un essere umano a seconda dei propri bisogni, per tenere vivo ‘quel’ sistema appositamente creato e che ‘deve’ durare a ogni costo. Dunque noi veniamo etichettati, classificati o emarginati solo per assecondare gli scopi di chi sta al governo. La politica, la religione, l’adolescenza, il sesso, l’amore, l’esercito, la famiglia, la vecchiaia… insomma, ce ne è per tutti. E pensare che il disco inizia con un laconico “davvero a noi non importa se questa la saltate”. Intanto il flauto svolazza…
A Passion Play (1973)
È il disco più prog dei Jethro. Pur non paragonabile a “Thick as a brick” quanto a musica, dal punto di vista lirico è altrettanto valido: è un concept serioso, la storia di un uomo di nome Ronnie Pilgrim, e inizia… dalla sua morte. Si tratta di una “Interpretazione della Passione” che affronta temi come la lotta tra il bene e il male, la religione, la moralità. Come in un viaggio dantesco, dopo il trapasso ci si trova in un Limbo con una serie di eventualità, scelte e ipotesi; poi si attraversa Paradiso e Inferno da cui si giunge a nuovi livelli successivi, con tanto di rinascita e ritorno finale dall’aldilà. Oggi ne farebbero un videogioco di successo!
Only Solitaire (1974)
Delizioso bozzetto acustico, corrosivo e autoironico, in cui Anderson riflette sulla propria condizione di rockstar atipica, perché è igienista e contro le droghe. E prende in giro se stesso: Stanco degli atteggiamenti da mente tormentata, è un attore che vomita liriche agghiaccianti e senza spina dorsale, con i critici che gli piombano addosso per dirgli che è noioso. E in effetti, chi diavolo può mai essere se non ha mai avuto una malattia venerea e non si siede nemmeno sulle tazze dei gabinetti? Deve essere molto astuto ad assumere quell’aria dignitosa e benedirci tutti con la sua abilità da oratore e quelle sue patetiche pagliacciate. Ogni sera fa sempre lo stesso spettacolo; e allora deve essere solo una partita a scacchi quella che sta giocando. La risposta: Guarda che ti stai sbagliando, questo è un solitario.
Heavy Horses (1978)
Nel 1978, le “fiabe di Anderson” cambiarono obiettivo, rivolgendosi a una serie di animali piegati a servizio dell’uomo nel mondo agreste; qui i cavalli ‘pesanti’ sono i cavalli da tiro che lavorano senza sosta nei campi tirando l’aratro. Sono esseri utilissimi eppure spesso derisi per la stazza, e che presto saranno abbandonati e resi obsoleti dall’arrivo delle macchine agricole: Zampe con zoccoli ferrati calpestano leggere la polvere in una sera di ottobre, le vene ingrossate e sudate si stagliano davanti all’aratro. Con l’immenso petto che invecchia, l’ultimo della fila rivolta le zolle nel sottosuolo con le mosche che si avventano sulle narici. Ma non c’è più tanto lavoro da fare, sta arrivando il trattore. Lasciate che vi trovi una puledra per il vostro fiero seme di stallone per mantenere viva la razza; un giorno, quando i magnati del petrolio saranno rimasti all’asciutto e le notti saranno più fredde, tutti imploreranno la vostra gentile potenza. L’invasione della vita moderna sull’uomo e sugli animali.
Jack-in-the-Green (1977)
Dopo il gelido inverno, la natura che si risveglia: Jack-in-the-Green è una figura folkloristica inglese associata al primo giorno di maggio. Nell’antico folklore, in questo giorno dell’anno c’era l’usanza di decorare un uomo con le sembianze di un albero: doveva indossare una pesante struttura in legno decorata con rami, fiori e foglie verdi, per guidare una chiassosa processione di menestrelli, musici e danzatori, e salutare l’arrivo della primavera: Avete visto Jack-in-the-Green? Con la sua lunga coda siede sotto un albero col suo abito di velluto, beve da una ghianda vuota la dolce rugiada che gli dona l’alba e picchia in terra il suo bastone per segnalare al bucaneve che è tempo di spuntare. Jack-In-The-Green, ti prego, aiutami a superare la notte del mio inverno.
Dun Ringill (Stormwatch, 1979)
In un album imperniato sul rapporto controverso e sempre in bilico tra Uomo e Natura e sui disastri ambientali provocati in nome dell’economia petrolifera e del dio denaro, spicca “Dun Ringill”, dedicata a un’antica fortezza di pietra edificata sulle alture dell’isola di Skye, dove viveva Anderson: Dall’alto di una casa che sta in paradiso, più in alto di ogni immaginazione, io invoco le ore del crepuscolo. E a notte fonda ci vedremo al Dun Ringill, e vedremo giocare gli antichi dei finché non ci arriverà la forza grazie alle onde che si uniscono in lieve disarmonia.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link