Ci sono band che invecchiando si rifugiano nella comodità del proprio mito. E poi ci sono i Rolling Stones. Con l'uscita simultanea di Jealous Lover e Divine Intervention, Mick Jagger e soci non danno solo qualche assaggio del nuovo album Foreign Tongues (che abbiamo ascoltato in anteprima), ma mettono sul piatto un dittico tematico. È una mossa che rivela una lucidità narrativa sorprendente, perché costruisce un asse cartesiano su cui misurare l'intera esperienza umana: da un lato la miseria terrena dei sentimenti, dall'altro l'imponenza ineluttabile della fine.
Jealous Lover è un'immersione totale nella dimensione micro. Gli Stones tornano alle loro radici R&B non solo musicalmente — grazie a un groove infallibile dettato da Steve Jordan e Darryl Jones e al piano Rhodes dell'amico di sempre Steve Winwood — ma soprattutto tematicamente. Jagger ripesca il suo iconico falsetto, veicolo perfetto per raccontare una dinamica relazionale bassa, viscerale, quasi fastidiosa: la gelosia ossessiva.
Non c'è niente di nobile in Jealous Lover, ed è proprio qui che risiede la sua forza. È un brano che puzza di motel di terza categoria e di lenzuola stropicciate. Un immaginario che il videoclip diretto da Chris Barrett e Luke Taylor traduce alla perfezione, affidando ai volti nevrotici e contemporanei di Anya Taylor-Joy e Charles Melton il compito di mettere in scena una rissa grottesca, in cui la gelosia diventa una possessione letterale. La band osserva l'umanità dal buco della serratura, ricordandoci che, per quanto possiamo elevarci, restiamo prigionieri della nostra carne e dei nostri istinti più meschini.
Se il primo brano ci inchioda al suolo, Divine Intervention ci scaglia improvvisamente verso il macro. Qui il grandangolo si allarga a dismisura, abbandonando i litigi da parcheggio per abbracciare scenari apocalittici e riflessioni escatologiche. La genialità del pezzo sta tutta nella sua architettura sonora: un rock classico dal passo cadenzato, impreziosito dall'incursione chitarristica di Robert Smith, frontman dei Cure, reclutato per una fortunata coincidenza di studi di registrazione londinesi.
Jagger canta la fine del mondo non con il terrore di chi si pente, ma con lo sguardo lucido di chi sa di aver ballato abbastanza a lungo sull'orlo del vulcano ("la vita è un gioco d'azzardo"). L'intervento divino e la distruzione si intrecciano in un brano che suona come una marcia funebre ma pop, una processione laica verso il nulla.
Gli Stones dimostrano di essere forse l'unica entità rock ancora capace di maneggiare con la stessa diabolica credibilità tanto le beghe da motel quanto il giudizio universale, tenendo insieme il sacro e il profano senza mai sembrare fuori posto. Foreign Tongues si preannuncia quindi come un'esplorazione a tutto tondo di un'umanità imperfetta. Un'umanità che, mentre il mondo brucia, è ancora troppo impegnata a farsi scenate di gelosia.
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