C’è grande attesa tra i fan – e non solo – dei Pink Floyd per le imminenti uscite discografiche legate alle celebrazioni del cinquantennale di “Wish You Were Here”. E che sia un appuntamento importante lo dimostra un enorme murales dedicato all'album dei Pink Floyd che da alcune settimane sovrasta la facciata della sede milanese della Sony Music Italy, che pubblica la riedizione (già attivo il pre-order sul sito della casa discografica, a questo link).
Oltre ai nuovo mix atmos dell’album in studio del 1975, curato dalle sapienti mani (e orecchie) di James Guthrie, a togliere il sonno agli appassionati sono soprattutto le canzoni inedite e il live di Los Angeles del 26 aprile 1975 (meravigliosamente restaurato e rimasterizzato da Steven Wilson), per un totale di venticinque tracce bonus.
Un’attesa che promette di essere ampiamente ripagata dalle numerose sorprese previste nella versione Deluxe dell’album e nel doppio cd, che contengono entrambi ben nove bonus tracks. Qui di seguito vi racconto nel dettaglio ciò che scoprirete tra poche ore. Mettetevi comodi…Wine Glasses – (2:13)
Scritto da Roger Waters, Richard Wright e David Gilmour. Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Questo brano strumentale è una delle invenzioni più affascinanti nate dal lavoro congiunto di Gilmour, Waters e Wright, gli stessi artefici dell’intera suite “Shine On You Crazy Diamond”. Gli appassionati lo avevano già potuto ascoltare nella versione “Immersion” del 2011 (dove durava 2:16), ma è significativo ritrovarlo anche qui, recuperato e valorizzato insieme alle altre rarità del cofanetto.
L’idea è semplice, ma l’effetto rimane sorprendente: tutto ha origine da un progetto del 1973, quando la band decise di provare a realizzare un intero album utilizzando esclusivamente oggetti di uso comune. Tra gli esperimenti più riusciti c’era quello di strofinare dita bagnate sul bordo di bicchieri di vetro, riempiti a livelli differenti per ottenere varie altezze musicali; una serie di bicchieri consentiva infatti di coprire una gamma completa di note.
Questo materiale, inizialmente parte del progetto “Household Objects”, venne poi recuperato come intro della suite Shine On You Crazy Diamond”, diventandone di fatto la “Part One”.Have A Cigar (Alternate Version) (7:11)
David Gilmour: chitarre, tastiere, voce – Nick Mason: batteria – Roger Waters: basso, voce – Richard Wright: Wurlitzer, ARP String, Minimoog, Hohner Clavinet.
Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Anche questa versione era già nota nel 2011, ma era impossibile non includerla: permette di ascoltare il tentativo – vano – di Gilmour e Waters di cantare il brano insieme. Waters convince, mentre la voce di Gilmour non risulta efficace e non si amalgama con quella del collega di ugola. Il risultato non soddisfò la band, e infatti per arrivare alla versione definitiva furono necessari più di cinquanta tentativi in studio, un impegno che richiama quello sostenuto dalla band con Barrett nel 1967 per la loro classica e intramontabile “Astronomy Domine”.
Il mix di questa “versione alternativa” è differente da quello dell’album, e il solo chitarristico di Gilmour risulta meno grintoso: sarà reinciso successivamente in modo più deciso e graffiante.Wish You Were Here (feat. Stéphane Grappelli) (6:12)
David Gilmour: voce, chitarra acustica, pedal steel, cori – Nick Mason: batteria, effetti nastro – Roger Waters: basso, effetti nastro – Richard Wright: piano Steinway, Minimoog – Stéphane Grappelli: violino. Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Versione già pubblicata nella “Immersion” del 2011 (durava 6:13) ma nonostante questo riutilizzo, la magia del brano resta intatta. L’intreccio delle due chitarre acustiche apre la traccia con sfumature leggermente diverse dall’originale, mentre la band entra più tardi rispetto alla versione definitiva.
La vera sorpresa arriva a metà: il violino di Stéphane Grappelli, intenso ma dal tono fortemente “country”, finisce per allontanare il brano dal suo celebre pathos, risultando quasi in contrasto con le parole scritte da Waters. Il francese Grappelli, come è noto, era presente negli studi di Abbey Road per incidere un suo album e fu reclutato dalla band, che lo pagò ben 300 sterline per suonare nel loro brano (a ben pensare, dieci volte in più rispetto a quello che avevano versato due anni prima alla cantante Clare Torry per la sua performance su “The Great Gig In The Sky”).
Detto tra noi, la scelta da parte dei Floyd di eliminare il suono del violino, lasciandolo basso nel missaggio finale, è totalmente condivisa: il suono dello strumento alla lunga stanca e sul finale la sua timbrica è così presente e predominante, inutilmente virtuosa, da risultare fastidioso.
Un documento storico prezioso, che è bello ritrovare a distyanza di anni nelle nuove uscite del 2025.Shine On You Crazy Diamond
(Early Instrumental Version, Rough Mix) (18:53)David Gilmour: chitarra – Nick Mason: batteria – Roger Waters: basso – Richard Wright: Hammond, Minimoog. Rough mix: Brian Humphries – Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Esistono momenti “wow” nella vita di un appassionato dei Pink Floyd, e questo è uno di quelli. Probabilmente si tratta della base iniziale registrata in un’unica take nel gennaio 1975, prima dell’aggiunta delle sovraincisioni. La storia racconta che i Pink Floyd dovettero ripete questa registrazione per ben tre volte, tra errori con il nuovo mixer e altre disgrazie, prima di ottenere la “base” definitiva, che sembra essere proprio questa.
Il brano parte bruscamente dalla “Part 2” (2:01), senza il celebre preludio di tastiera di Wright (“Wine Glasses” o “Part 1” che dir si voglia) né le quattro note di Gilmour – il celebre “Syd’s Theme”. Una testimonianza del fatto che l’introduzione sarebbe stata aggiunta solo più avanti.
Chitarra, basso e batteria seguono strutture già note, ma il sound di Gilmour è appena abbozzato, privo degli effetti che lo renderanno iconico. Assente tutta la parte cantata da Waters e il sax finale di Dick Parry. A emergere è soprattutto Wright, con splendidi passaggi d’organo che richiamano le suite “Atom Heart Mother” ed “Echoes”. Un'atmosfera questa che sposta magicamente e sorprendentemente l'orologio musicale di questo brano di almeno quattro anni. Una sorta di versione “karaoke”, suonata dai Pink Floyd in persona: un’esperienza unica.
La “Part 3” (2:12), pur priva dell’impatto della chitarra di Gilmour nella versione definitiva, è sostenuta dal solido organo Hammond di Wright e prepara alla “Part 4” (2:28), che richiama il Pink Floyd Sound essenziale dei primi anni Settanta: una miscela pura di basso, chitarra, tastiera e batteria, senza la predominanza dei sintetizzatori.
Il passaggio tra “Part 5” (1:38) e “Part 6” è sorprendente per la sua naturalezza e l’assenza di effetti superflui. Nella “Part 6” (3:54), la slide di Gilmour presente nella versione del 1975 è qui sostituita dall’efficace sintetizzatore di Wright. Notevoli la sezione ritmica e l’organo Hammond, che traghettano con decisione verso la “Part 7” (1:14). La “Part 8” (5:26) offre un nuovo viaggio emotivo, nonostante la chitarra di Gilmour presenti sonorità ancora “acerbe”, forse perché non aveva ancora deciso quali colori aggiungere. È ancora Wright a emergere sugli altri, con un Hammond graffiante e pieno, che testimonia la sua grandezza strumentale e artistica, spesso sottovalutata. Il brano si chiude con la “Part 8”, confermando che la celebre e pomposa “Part 9”, nel quale Wright si supera per dolcezza e meraviglia strumentale, sarebbe stata aggiunta solo successivamente.
Lascio alla fine una considerazione su questi inediti, che reputo essere preziosi non per semplice completismo, ma perché consentono di vivere la genesi dei loro (capo)lavori sin dalle loro prime incarnazioni. Ascoltare questo “work in progress” aiuta a comprendere l’evoluzione di un brano dall’idea iniziale al prodotto finale. La grandezza di una band storica come i Pink Floyd si misura anche attraverso queste gemme, rimaste per anni a prendere polvere in chissà quale archivio...The Machine Song (Roger’s Demo) (4:14)
Roger Waters – voce, chitarra, sintetizzatore EMS VCS3. Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Sono due le demo di “The Machine Song”, che diventerà poi “Welcome to the Machine”, contenute nelle nuove uscite di “Wish You Were Here”. Questa è la prima ed è una registrazione casalinga in cui Waters incide da solo chitarra, voce e sintetizzatore EMS VCS3 (quello già utilizzato nella celebre “On The Run”, per intenderci). È una versione più calda rispetto a quella finale, con molta eco sulla voce e un testo cantato con frenesia continua. L’atmosfera ricorda le demo dell'album “The Wall” realizzate da Waters nel suo studio domestico tra il 1977 e il 1978 per il celebre album del 1979.
Questa demo di “The Machine Song” potrebbe risalire alla fine del 1974 o all’inizio del 1975, considerando che la prima sessione in studio per questo brano è datata febbraio 1975. Il finale è bruscamente tagliato, di netto, probabilmente perché collegato a una sezione successiva scartata dall'artista.The Machine Song (Demo #2 – Revisited) (5:31)
David Gilmour: chitarra acustica, cori – Nick Mason: timpani, piatti – Roger Waters: voce, basso, sintetizzatore EMS VCS3 – Richard Wright: Hammond, ARP String, Minimoog, EMS VCS3. Missaggio e mastering: James Guthrie e Joel Plante, ai das boot recording.
In questa versione suona l’intera band, probabilmente durante le prime prove del brano, prima di arrivare alla versione definitiva, alla quale lavorarono a partire da fine febbraio 1975.
Molto più fredda e asettica della precedente, è la versione a noi nota in quanto è stata la prima traccia con cui la band ha anticipato lo scorso settembre le celebrazioni dell'anniversario di “Wish You Were Here”.
Rispetto alla precedente demo, questa è musicalmente dall'atmosfera fredda e asettica, dominata dal sintetizzatore VCS3. La voce di Waters è già molto vicina a quella del master finale. È una versione più lunga, con un interessante uso del vocoder, all'esordio assoluto in una registrazione dei Pink Floyd, un elemento che tornerà nel loro repertorio soltanto a partire dall'album “Animals” (1977).Wish You Were Here (Take 1) (5:01)
Gilmour: voce, chitarra acustica, lap steel, cori – Mason: batteria, effetti nastro – Waters: basso, effetti nastro – Wright: Steinway, Minimoog. Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Una delle sorprese più belle del box, inaspettata e per questo straordinaria: la prima versione registrata di uno dei brani più celebri dei Pink Floyd, che testimonia il percorso effettuato per arrivare alla versione definitiva. Qui il cantato di Gilmour è meno levigato rispetto alla versione finale, con un uso del vibrato a labbra chiuse per offrire un accompagnamento melodico al brano, precedente alla scelta di utilizzare la tecnica scat che le fu preferita nelle session successive. È comunque un’interpretazione splendida, resa ancora più umana da una risata di Gilmour al minuto 3:09. Particolare alcune differenze di interpretazione vocale. Sul finale, infatti, il chitarrista pronuncia la frase “Wish You Were Here” in modo secco, privo di fronzoli:, offrendo un’interpretazione essenziale e affascinante.
Curiosità per gli appassionati: questa take è stata registrata il 16 maggio 1975 con il titolo provvisorio “Untitled (An Afternoon At Home With The Duke Of Roydon)”, che tradotto in italiano suona cosi: “Senza titolo (Un pomeriggio a casa con il duca di Roydon)”. Woodley, a Roydon, nell'Essex, era il nome della casa in stile Tudor in cui Gilmour risiedeva insieme alla sua compagna Ginger dall'agosto 1973 e nella quale aveva costruito uno studio di registrazione casalingo.Wish You Were Here (Pedal Steel Instrumental Mix) (6:01)
Gilmour: chitarra acustica e pedal steel – Mason: batteria, effetti nastro – Waters: basso, effetti nastro – Wright: Steinway, Minimoog. Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
Strumentalmente identica alla versione dell’album, ma priva della voce. Al suo posto, Gilmour esegue una splendida parte di slide dall’impronta country, un piccolo gioiello che mette in luce il suo talento strumentale e il suo infallibile gusto musicale.
Priva della componente vocale, la traccia rivela una bellezza nuova, quasi ipnotica. Sul finale, una sorpresa ulteriore: compare il suono del vento, lo stesso che fa da ponte verso “Shine On You Crazy Diamond (Part 6)”. Ciò dimostra che non era un semplice raccordo, ma un elemento già parte della concezione del brano.Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1–9 New Stereo Mix) (25:26)
David Gilmour: chitarra, lap steel, basso, Synthi AKS, Glass Harp, cori – Nick Mason: batteria, percussioni – Roger Waters: voce, basso, chitarra, Glass Harp – Richard Wright: Hammond, ARP String, Minimoog, VCS3, Clavinet, pianoforti Steinway e Bösendorfer, Glass Harp – Venetta Fields e Carlena Williams: cori – Dick Parry: sax baritono e tenore. Rough mix: Brian Humphries – Mastering: James Guthrie e Joel Plante.
James Guthrie è un caso a parte: se non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Il suo contributo alla storia sonora dei Pink Floyd è immenso, e sorprende che spesso venga citato meno di Alan Parsons, sempre osannato grazie al suo lavoro all'interno dell'album “The Dark Side Of The Moon” a favore di Guthrie che lavora per la band dal 1978.
In questo esclusivo Stereo Mix, Guthrie realizza un nuovo e inedito brano che unisce in un’unica traccia le due metà di “Shine On You Crazy Diamond”, com’era originariamente eseguita dal vivo nel 1974. Una versione, ci scommetto, che avrebbe reso felice Richard Wright. Non solo: con i suoi 25 minuti e 26 secondi, questa versione diventa il brano più lungo dell’intera discografia floydiana, superando “Atom Heart Mother” (23:43) ed “Echoes” (23:36).
Guthrie conosce intimamente il DNA sonoro dei Pink Floyd: sa cosa mettere in evidenza, cosa ammorbidire, cosa portare avanti e cosa lasciare sullo sfondo. Il risultato è una versione calda, profonda, assoluta, con tutti gli strumenti luminosi e finalmente chiari e limpidi. Sorprendono tutti i suoni, come quello del sax, mai ascoltato in maniera così presente e nitido in precedenza, rendendo chiari e visibili strumenti che in precedenza sembravano impastata, in una versione che sorprende sia solamente in stereofonia per quanto risulta profonda. Tutto ora è al suo posto, non solo negli strumenti ma anche nelle voci, come quelle delle due coriste o nel calore del sassofono di Dick Parry, mai così limpido come oggi.
In cuffia, la sensazione è di ascoltare qualcosa che è insieme familiare e nuovo, rendendo giustizia a tutta l'opera. È sorprendente che un brano così noto possa ancora regalare emozioni così nuove e profonde, come se si trattasse di un pezzo totalmente nuovo.
In sintesi, il brano finalmente “splende” come il suo titolo e irradia il suono nello spazio come le migliaia di riflessi del diamante citato nel testo. Pura poesia...Una riflessione sulle uscite di archivio
Colpisce che questo materiale sia stato reso pubblico solo dopo la clamorosa acquisizione del catalogo dei Pink Floyd da parte di Sony, un’operazione che presumibilmente permetterà in futuro di ascoltare molte altre perle di questo tipo. Si tratta infatti di registrazioni che, forse per eccesso di autocritica o per scarso interesse verso il proprio archivio, non sarebbero mai state diffuse dalla band. Questi documenti, invece, arricchiscono e completano il percorso artistico dei Pink Floyd, proprio come è avvenuto per i Beatles, che hanno saputo valorizzare il loro immenso patrimonio d’archivio, pur rischiando talvolta di “raschiare il fondo del barile”, cosa che si spera i Pink Floyd non debbano mai fare.
Sommandone i minutaggi, queste nove tracce arrivano a quasi 81 minuti: quasi due nuovi album. Due nuovi, inediti “Wish You Were Here”. Mica male eh? E a proposito di desideri – quelli evocati dal titolo – viene spontaneo augurarsi che sorprese musicali di questo livello non finiscano mai.
Quest’annata pinkfloydiana targata Sony Music, iniziata a maggio con il “Live at Pompeii”, proseguita con i due live di Waters e Gilmour, e culminata con i 50 anni di “Wish You Were Here”: lascia presagire straordinarie uscite future di una band che oggi più che mai sembra offrire un’eredità pari all’immortale.
Buon compleanno “Wish You Were Here” e complimenti per i tuoi 50 anni e neanche un segno del tempo che passa.
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