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Gli Interpol allo specchio

12.09.2026 Scritto da Marco Di Milia

A un certo punto bisognerà pure smettere di chiedere agli Interpol di essere quelli del 2002. O del 2004. Di ripetere album densi come “Turn On The Bright Lights” e “Antics” e di tornare a quella New York fatta di cemento e notti senza fine che, con tutte le sue ombre, hanno contribuito a sdoganare dall’inizio degli anni Duemila.

Così, anche per questo il carico che grava sull’ottavo capitolo discografico del gruppo di Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino, “This Mirror Weighs a Ton” risulta davvero notevole. Le novità partono fin dalla formazione, ora a cinque elementi, con l’ingresso ufficiale in organico del tastierista Brandon Curtis e del bassista Brad Truax e, poi, da un contratto con Partisan, etichetta di punta della scena indipendente, forte di un roster che comprende, tra gli altri, Idles, Beth Orton, Blondshell e Cigarettes After Sex. E soprattutto, da un abbinamento decisamente sorprendente con Andrew Wyatt in cabina di regia. Un produttore anni luce distante dall’immaginario del rinnovato quintetto, con Dua Lipa, Lorde, Bruno Mars, Lady Gaga e il successo planetario di “Shallow” nel curriculum e chiamato ora a misurarsi con un sound già codificato e ben riconoscibile.

La luce tra ombre e cemento

In consolle, però, non altera gli equilibri dei musicisti né gli appiccica soluzioni alquanto improbabili. Ne aumenta invece gli spazi, conservando nelle dodici tracce di “This Mirror Weighs a Ton” le geometrie post punk e l'estetica insieme romantica e decadente della compagine statunitense. Non bastano che pochi arpeggi di Kessler, l’incedere marziale di Fogarino o il baritono di Banks per definirne le coordinate, eppure tra una componente e l'altra affiora anche maggiore ariosità. La trama sembra farsi meno compressa e la consueta tensione sembra perfino riuscire a sciogliersi, per una reinvenzione creativa che passa attraverso archi, fiati, voci stratificate, pianoforti e perfino una chitarra acustica. Restano la gravità e la malinconia, ma in quella che un tempo era una massa ombrosa, adesso filtra anche un po’ di luce.

È proprio il brano che intitola il disco - pubblicato lo scorso giugno insieme a “See out loud” come prima anticipazione -, a chiarire la direzione intrapresa, con il suo incedere ipnotico e avvolgente. La voce risulta più esposta e libera di sostenere una linea essenziale, dove vuoti e distanze riescono a creare profondità. È forse uno dei segnali più evidenti di un lavoro che non vuole cambiare il linguaggio degli Interpol ma prova a smuoverne i confini, allentando alcuni canoni fin troppo consolidati. Ancora, “Bird and the serpent” allarga il campo con i cori che ne amplificano la carica evocativa, mentre “Iron city” si snoda con una drammaturgia quasi cinematografica. In più, se nel già citato singolo “See out loud” ritorna la consueta combinazione di eleganza nervosa e ostinazione ritmica che caratterizza la formazione newyorkese, con “Wings of fire” l'energia torna invece in primo piano.

Pesi e misure

Ma è sul piano dinamico che pesi e misure riflettono i cambiamenti più significativi di “This Mirror Weighs a Ton”. A partire dal basso, da sempre elemento centrale nel dare densità allo spirito nervoso del gruppo. Dall’uscita di Carlos Dengler, ormai oltre quindici anni fa, la sua impronta è inevitabilmente differente, anche solo nella percezione. Ora con il ruolo ricoperto in modo stabile da Truax, il proprio spazio nell’architettura degli Interpol si è in ultimo ridefinito. Resta capace di spingere con forza, pur finendo spesso quasi assorbito in una costruzione più ampia, dove ogni parte non si impone affatto sull’altra.

“Wake up” sfrutta questa leggerezza acquisita per combinare quasi un’inedita forma di giocosità. Anche “Darling thoughts” nella sua breve evoluzione, rinuncia ad avvitarsi su una stessa frase preferendo ritornare al punto di partenza, senza particolari sussulti. Infine, in “Wounded soldier” è soprattutto il frontman a beneficiare del nuovo assetto, con un’ugola in grado di sostenere linee ben marcate, senza doversi fare largo tra gli altri strumenti.

I riflessi del passato

Con tutto il vuoto lasciato indietro, la traiettoria di Banks e soci continua perciò a popolarsi di ombre e malinconie urbane, pur se con maggiore ariosità. A volte la sensazione a tratti claustrofobica di conquista di spazio sembra venire meno, ma questa ritrovata leggerezza permette al gruppo di mostrare una palette in chiaroscuro che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. In questo modo, la tonnellata di “This Mirror Weighs a Ton” ha il carico di tutto il passato, ma perché gli Interpol hanno finalmente imparato a guardarsi allo specchio senza sentire il bisogno di vedere riflessi quelli che erano venticinque anni fa.


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