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Giulio Cocco, il regista di Sayf: «I videoclip non spariranno"

24.06.2026 Scritto da Elisa Giudici

Per una generazione cresciuta dopo MTV, il videoclip non è più il luogo privilegiato in cui scoprire nuova musica. Eppure continua a essere uno degli strumenti più importanti attraverso cui un artista costruisce il proprio immaginario. Se un tempo il video musicale era pensato soprattutto per la televisione, oggi deve convivere con social network, formati verticali e un pubblico abituato a consumare immagini in modo completamente diverso. Questo non significa che abbia perso rilevanza. Piuttosto, il suo ruolo si è trasformato.

Tra i videoclip selezionati dal Pesaro Film Fest nella sezione Vedomusica c'era anche quello di “Tu mi piaci tanto” di Sayf, uno dei brani italiani più popolari dell'ultimo anno. Dietro le sue immagini c'è Giulio Cocco, 28 anni, regista e videomaker ligure che ha costruito il proprio percorso lontano dalle scuole di cinema e vicino invece alle scene musicali locali, imparando sul campo e crescendo insieme agli artisti con cui collaborava. Negli anni il suo nome è diventato sempre più legato a quello di Sayf, accompagnandone l'evoluzione artistica attraverso una lunga serie di videoclip che hanno contribuito a definirne l'identità visiva. Lo abbiamo incontrato a Pesaro per parlare di come nasce oggi un videoclip, di cosa resta dell'eredità di MTV e di perché, nonostante tutto, la musica abbia ancora bisogno delle immagini.

Hai iniziato a fare videoclip quando eri poco più che un ragazzino. Come è successo?

Avevo quattordici o quindici anni. Tutti i miei amici avevano iniziato a fare musica e io, sinceramente, non ero particolarmente bravo a cantare. Però mi piaceva la fotografia e a un certo punto ho detto: "Vi faccio i video io". È iniziato tutto così. Non ho studiato cinema o regia, ho imparato facendo. All'inizio usavo fotocamere compatte, quelle che si portavano in vacanza. Pensavo persino che lo sfocato fosse un effetto speciale. Ho passato anni a sperimentare, sbagliare e cercare di capire come funzionassero davvero le immagini.

Quando hai capito che poteva diventare una professione?

I primi anni erano soltanto esperienza. Facevo video per gli amici, imparavo e basta. Il passaggio è arrivato quando ho iniziato a essere pagato. Lì ho capito che dovevo organizzare il lavoro in maniera diversa. In realtà ancora oggi faccio fatica a definirmi un professionista nel senso classico del termine, perché non ho una formazione accademica. Però dopo tanti anni di set, problemi da risolvere e produzioni da gestire, posso dire di aver imparato il mestiere sul campo.

Negli ultimi anni il tuo nome è diventato molto legato a quello di Sayf. Come vi siete conosciuti?

Ci conosciamo da prima che arrivasse il successo. Facevo già video ad alcuni suoi amici di Recco e un giorno mi dissero che c'era questo ragazzo fortissimo che aveva bisogno di immagini per i suoi pezzi. Era Sayf. Abbiamo iniziato a collaborare e col tempo siamo diventati amici. Quando lavori con qualcuno per quasi un decenni si crea un rapporto particolare: cresci insieme alla sua musica e impari a capire sempre meglio quello che vuole raccontare.

Com'è cambiata la vostra collaborazione nel tempo?

All'inizio era tutto molto spontaneo. Ci vedevamo, ascoltavamo i pezzi e decidevamo quale video fare. Oggi c'è una struttura più professionale e un contesto diverso, ma il rapporto di fiducia è rimasto. Questo ti permette di osare di più e di costruire una continuità visiva che va oltre il singolo videoclip.

Quando ricevi una canzone da trasformare in immagini, da dove parti?

Mi faccio molte domande. Ascolto tantissima musica, guardo tanti video e cerco di capire quali immagini mi suggerisce il brano. Molto spesso parto dalla melodia più che dal testo. A volte c'è una frase che mi colpisce e costruisco qualcosa intorno a quella, ma non mi piace essere troppo didascalico. Preferisco interpretare. La vera sfida arriva quando ti trovi davanti a una canzone che non ti entusiasma particolarmente. In quel momento capisci cosa significa davvero fare questo lavoro: trovare comunque qualcosa di interessante da raccontare.

Tra i vostri lavori più recenti c'è Tu mi piaci tanto, il brano che ha accompagnato Sayf a Sanremo. Come è nato quel videoclip?

Quando abbiamo iniziato a parlarne non sapevamo ancora con certezza che sarebbe andato a Sanremo, ma era una possibilità concreta. L'idea era quella di giocare con quell'immaginario, con il mondo della televisione italiana e con certi meccanismi dello spettacolo. Da lì è nata la proposta di costruire una sorta di show televisivo anni Novanta. Abbiamo ragionato insieme sui riferimenti e sull'atmosfera generale, cercando di prendere quel mondo e ribaltarlo in chiave ironica.

Molti considerano il videoclip un linguaggio legato a un'altra epoca, quella di MTV. Tu pensi che abbia ancora un futuro?

Probabilmente sarà diverso da quello che conosciamo oggi. I formati stanno cambiando, l'attenzione del pubblico è cambiata e vedremo sempre più contenuti pensati per piattaforme differenti. Però non credo che il videoclip sparirà. Anche se dal punto di vista del business può sembrare soltanto una spesa, continua a svolgere una funzione fondamentale: dare un immaginario agli artisti. Le persone non ascoltano soltanto una canzone, la associano a colori, volti e atmosfere. Il videoclip continua a essere uno strumento importante per costruire quell'identità.

Quanto conta oggi l'aspetto visivo nella musica?

Conta tantissimo. Il video aggiunge un livello di lettura. Può cambiare la percezione di una canzone, indirizzarla verso una certa atmosfera, rafforzarne alcuni aspetti. Quando ascolti un brano, spesso finisci per associarlo alle immagini che hai visto nel videoclip. È qualcosa che resta nella memoria e contribuisce a definire l'identità dell'artista.

Che consiglio daresti a un ragazzo che oggi vuole fare il tuo mestiere?

Trovarsi un amico che spacca a fare musica e crescere insieme a lui. Sembra una battuta, ma è davvero quello che è successo a me. All'inizio conta soprattutto sviluppare creatività, sperimentare e fare esperienza. Il resto arriva col tempo.

E il tuo futuro dove lo immagini?

Mi piacerebbe avvicinarmi sempre di più al mondo della pubblicità. È un settore che mi interessa molto. Però continuo a pensare che i videoclip siano una palestra straordinaria: ti costringono a raccontare qualcosa in pochi minuti e a costruire un immaginario preciso. È una scuola che ti porti dietro ovunque vai.


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