Gabriel: “Eravamo grandi fan dei Nice. Oggi non sono in tanti a conoscerli, ma furono loro a farci entrare nell’orbita di Tony Stratton-Smith. Inoltre, sebbene Keith Emerson sia associato ad alcuni eccessi del prog rock, la sua era una band underground alla moda alla quale persino Jimi Hendrix si voleva unire. Un giorno, io e Tony andammo a vedere i Nice al Marquee. Quando tornammo, mi sedetti al piano per cercare di scrivere qualcosa che avesse la stessa energia del loro ‘Rondò’. Suonai a Tony il primo riff, lui scrisse il secondo e così cominciò a prendere corpo la canzone”.
Dopo avere elaborato una prima versione, molto lunga, che viene intitolata proprio “Nice” e fa parte del primissimo repertorio live, la stesura definitiva prende invece corpo poco prima di incidere “Trespass”. Si apre con il riff nervoso dell’organo, sul quale la chitarra distorta di Ant esegue configurazioni di accompagnamento mentre la batteria di Mayhew suona a ritmo di tarantella. La strofa comincia con un riff di chitarra solista che doppia il giro del basso. Una peculiarità è costituta dal fatto che Ant e Mike procedono in sincronia per buona parte della canzone, ma in questa prima fase si limitano ad accompagnare la voce di Peter, volutamente sporcata da diversi effetti e filtri, specie nella variazione, cantata su stop e ripartenze ritmiche e, nella sua seconda esposizione, doppiata da una linea di lead guitar che cede poi il campo a un riff veloce di organo.
Quindi, il primo breve solo di collegamento della chitarra (furbescamente spostata, nel mix, dal canale destro a quello sinistro dello stereo) che conduce, grazie a stacchi ritmici e al furibondo lavoro di raccordo dell’organo, a una fase di attesa concentrica, prima di un rallentamento in cui un filo d’organo viene scandito ritmicamente dai colpi del basso. Note lunghe e lontane di chitarra solista creano l’atmosfera, poi incrementata da una frase del flauto che, a sua volta, si innesta a contrappunti di chitarra elettrica pulita.
La crescita dell’organo, che nel frattempo sta diventando sempre più inquietante sotto i piatti di Mayhew, è il preludio alla sezione corale. “We are only waiting freedom”, canta Peter prima da solo, poi doppiato dal resto della band e specialmente da Ant. Ma, sotto il coro trionfale, si sentono anche altre voci di sottofondo, in un caos crescente chiuso da urla che portano a un’accelerazione ritmica condotta da una rullata di batteria.
Qui inizia la lunga parte strumentale guidata da una scala ascendente eseguita congiuntamente da basso e chitarra solista, con occasionali lick solitari di quest’ultima. Un riff distortissimo del basso prelude alla sezione successiva, in cui Mike procede di nuovo in sincronia con Ant in una sequenza ossessiva triplicata dalla batteria mentre Tony arpeggia all’organo. Un’altra rullata precede le bordate hard della chitarra elettrica e i colpi ripetuti del basso: qui la voce di Peter canta le ultime frasi con la voce filtrata e il brano si chiude con tamburi, piatti, chitarra e basso distorti in sincronia.
Il testo è opera di Gabriel: “È parzialmente autobiografico, dato che parla di uno studente di scuola privata che si ribella al suo ambiente. Quando andavo a scuola, fui molto influenzato da un libro di Gandhi, probabilmente una delle ragioni per cui sono diventato vegetariano e assertore della non violenza come forma di protesta. Volevo dimostrare che la conclusione inevitabile delle rivoluzioni violente è ritrovarsi un dittatore al potere”.
Questa canzone rappresenta un cavallo di battaglia per tutta la prima fase live della band. Fa parte della set list fin dai primissimi concerti, quando ancora si chiama “Nice”, e ha una funzione ben precisa nell’economia dello spettacolo, rappresentandone solitamente il brano di chiusura.
Gabriel: “Volevamo aspettare il momento giusto per sprigionare la nostra potenza: quindi iniziavamo i concerti con l’incedere leggero di una folk band, per poi gradualmente introdurre gli strumenti elettrici e chiudere in maniera molto aggressiva. Sapevo che così avevamo il potere di tenere il pubblico in pugno”.
Concluso il “Trespass” tour, la canzone resiste anche dopo la partenza di Phillips e Mayhew e diventa teatro di un buffo incidente ad Aylesbury il 19 giugno 1971, quando Gabriel, esaltato dalla potenza della musica, salta dal palco confidando nella presa degli spettatori, che invece si scansano. Rovina a terra e si rompe una caviglia, finendo in ospedale.
Il brano rimane in scaletta anche in tutte le date dei due tour successivi (tra agosto e settembre 1972, occasionalmente, viene però suonata come brano d’apertura), in una versione ovviamente differente in virtù dei cambi di formazione. Hackett, in particolare, stravolge l’assolo di chitarra conclusivo, rendendolo più tecnico e pieno di trucchetti (come l’utilizzo di un anello per ottenere l’effetto screaming) ma meno emozionante dell’originale, come dimostra anche la versione presente su Genesis Live.
Nei due tour successivi, la canzone non è più una presenza fissa dei concerti, ma viene suonata solo occasionalmente come bis aggiunto.
Lo stesso accade una volta partito anche Gabriel, ma mai più in forma integrale, bensì in versioni abbreviate, private di tutta la lunga sezione strumentale centrale. Ciò si verifica in alcuni concerti europei del “Wind & Wuthering” tour (giugno 1977), in una decina di date del “Duke” tour (ora con Daryl Stuermer alla chitarra) e in un’apparizione isolata nell’ “Abacab” tour, regalo natalizio ai fan di Birmingham il 23 dicembre 1981.
L’ultima esecuzione in assoluto di questo classico (sempre in versione short) è quella del 2 ottobre 1982, al concerto reunion con Peter Gabriel e Steve Hackett.
Il testo è tratto, per gentile concessione dell’editore Il Castello, dal libro “Genesis – Tutti gli album, tutte le canzoni”, di Mario Giammetti.