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Finita l’era di “Brat”, cosa ne è stato di Charli XCX?

12.02.2026 Scritto da Mattia Marzi

C’è stato un momento in cui sembrava che Charli XCX fosse diventata all’improvviso la popstar più influente sulla faccia della Terra. È accaduto, è noto, nell’estate di due anni fa, il 2024, dopo l’uscita di “Brat”, il sesto album della cantautrice britannica: non una semplice uscita discografica, ma un disco capace di diventare un fenomeno culturale vero e proprio, tra editoriali di prestigiosissimi quotidiani («È impossibile scappare da questo colore», scrisse il New York Times, in una pagina del suo sito tinta di quel verde acido reso cool da Charli XCX), analisi sociali (“Brat” vuol dire “ragazzaccia”, “monella”, ma nell’immaginario della cantautrice era un termine che portava con sé una sorta di ode all’emancipazione su vari fronti), intrecci con la politicaKamala is brat», scrisse la cantautrice su X all’indomani del ritiro di Joe Biden dalle presidenziali USA, dando il suo endorsement a Kamala Harris nella battaglia contro il «truffatore e predatore sessuale», come la candidata democratica lo definì, Donald Trump). Poi quel momento è finito. Lasciando Charli XCX non a mani vuote: il disco vinse ai Grammy Awards del 2025 il premio come “Miglior album dance/elettronico” dell’annata, trionfando anche ai Brit Awards come “Miglior album britannico” della stagione. La “Brat summer”, così come fu ribattezzata dai media quell’estate, svanì con la stessa rapidità con la quale si era manifestata, come gran parte delle cose di un mondo a misura di storia Instagram. Lasciando Charli XCX di fronte a un grande interrogativo: come riposizionarsi?

Sia chiaro: Charli XCX esisteva già prima di “Brat”. Ma se fino ad allora era stata una cantautrice in un certo modo di nicchia, con quel disco si è ritrovata ad essere percepita come una popstar, con conseguenti pressioni e aspettative. «Penso che il successo di “Brat” sia in un certo senso una maledizione. Non potrò promuovere il mio prossimo album nello stesso modo. Cambierò, ma qualunque cosa farò dopo sarà paragonata, anche se la musica sarà completamente diversa, la scala, il modo in cui viene lanciata, il livello di conversazione», disse all’epoca. In quei mesi Charli XCX sembra aver capito una cosa fondamentale: non puoi restare troppo a lungo dentro un personaggio senza rischiare di diventare la caricatura di te stessa, una macchietta. E così finita la sbornia verde acido la cantautrice britannica ha scelto di puntare sulla mossa più intelligente possibile: sparire. Lasciando che l’hype si consumasse. Il suo riposizionamento passa ora per “Wuthering Heights”, colonna sonora dell’omonimo film di Emerald Fennell tratto dall’omonimo romanzo di Emily Brontë, lo stesso che nel 1992 ispirò la pellicola di Peter Kosminsky con Ralph Fiennes, Juliette Binoche e Sinead O’Connor. Il disco uscirà domani, in concomitanza con l’arrivo al cinema del film, con protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi, tra i titoli più attesi di questa stagione. Se “Brat” era un album ispirato al mondo della notte e all’immaginario della club culture, “Wuthering Heights” è l’opposto: una scelta deliberatamente narrativa, cinematografica, quasi letteraria. Un lavoro pensato non per dominare TikTok o incendiare i palchi dei festival, ma per raccontare una storia.

Originariamente Charli XCX avrebbe dovuto comporre solamente un brano per la colonna sonora del nuovo adattamento cinematografico di “Cime tempestose”, su invito della regista Emerald Fennel. Ma dopo aver letto la sceneggiatura, la cantautrice ha detto di essersi «sentita immediatamente ispirata» e ha iniziato a lavorare su diverse tracce insieme al suo braccio destro Finn Keane, chiedendo in seguito a Fennel di poter lavorare a un vero e proprio concept album completo per il film, con canzoni legate all’immaginario di “Cime tempestose”. Charli XCX descrive lo stile musicale dell’album come una «tavolozza sonora elegante e brutale» che è «più diversa possibile da “Brat”» e che riflette «un mondo che sembra innegabilmente crudo, selvaggio, sessuale, gotico e britannico». Ascoltando il primo antipasto del progetto, “House”, uscito lo scorso novembre, con la voce di John Cale, è apparso subito evidente come “Wuthering Heights” non avesse alcuna relazione a livello di sonorità o di umore con “Brat”: descritta come una canzone gothic rock e «dark wave neoclassica», la canzone ha spazzato via il verde acido del disco del 2024. A far immergere i fan ancor di più nell’immaginario di “Cime tempestose” ci hanno poi pensato, nell’ordine, “Chains of love” (con Laurie Anderson alla viola, tutto vero) e “Wall of sound”.

Nella sua newsletter lo scorso novembre Charli XCX ha rivelato di essersi sentita «bloccata, vuota e sterile» dopo “Brat”: «Avevo la sensazione che non sarei più stata in grado di fare musica: è stato come essere investita da un camion e lasciata sul ciglio della strada a dissanguare». Charli XCX ha poi scritto di come “Wuthering Heights” e la recitazione - ha recitato in “Erupcja”, “100 nights of Hero” e “Sacrifice”, mentre quest’anno la vedremo in “Mother nature”, “The gallerist” e “The Moment” - abbiano rivitalizzato la sua creatività: «Al momento mi sento più ispirata dal cinema che dalla musica. Mi piace recitare, mi piace scrivere, mi piace guardare e soprattutto mi piace scoprire una nuova arte. Queste cose mi arricchiscono molto e mi ispirano profondamente in questo momento. Questa raccolta di canzoni è un album, e certo, il mio nome è nei crediti, ma è un album di Charli XCX? Non lo so nemmeno. Né mi interessa scoprirlo. So solo che è una celebrazione della mia libertà come artista in questo momento e che provo passione per ciò che ho creato e per come è stato creato».


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