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Ele A: “Amo Mac Miller e vorrei avere il coraggio di Madame”

06.11.2025 Scritto da Claudio Cabona

Non è un caso che l’acqua, quella del lago di Lugano, sia l’elemento a cui Ele A è più legata per questioni umane e territoriali. È cristallina, nella sua musica c’è la sua immagine, non quella di altri. E questo è un aspetto fondamentale: ama Mac Miller, Madame, Calcutta e Massimo Pericolo, ma non è la copia di nessuno dei suoi punti di riferimento o di altri nomi che girano oggi. Ha un’immagine che mira a essere sempre più a fuoco, come suggerisce la cover del suo ultimo progetto, ma ha già un’identità che colpisce. Eleonora Antognini, classe 2002, è uno dei talenti più lucenti, non solo della scena rap. Benedetta da Neffa, Fabri Fibra e Gué, “il guaglione” ha proprio spiegato che è stata lei a fargli tornare la voglia di rappare, sta per partire per il nuovo tour di presentazione in Europa del suo primo disco “Pixel” (qui la recensione).

Unendo i pixel che immagine si forma?
Il filo che lega quasi tutte le tracce è la nostalgia. E un altro aspetto che ho voluto inserire, ma deve essere il pubblico a dire se ci sono riuscita o meno, è una maggiore energia. Anche parlando con il mio produttore Disse, mi sono resa conto che, nei live, le tracce che meno mi piaceva portare sul palco erano quelle con meno energia. E così ho lavorato su questo aspetto. Ho fatto tante tracce chill prima di questo progetto, ma nei live non riuscivo a traslare quella sensazione. A sto giro quando sono arrabbiata sono davvero arrabbiata, quando sono triste o felice idem.

Di quale tipo di nostalgia parli?
Di quella che mette in conto la bellezza del ricordo, ma che non si piange addosso e che non rimpiange il passato. Una nostalgia che non rinuncia al presente, ma anzi che si proietta nel futuro.

Questo disco, rispetto ai progetti precedenti più jazzati e notturni, è più aperto e in alcuni frangenti pop. È in studio che hai capito la direzione del lavoro?
No, questo progetto non è nato sotto un concept come i precedenti lavori. Io fino a quando non abbiamo stabilito definitivamente la tracklist dei pezzi, ero molto open anche all’idea di cambiarli con altri. L’apertura di cui parli quindi non è stata costruita a tavolino, ma è figlia di una necessità. Ma non volevo fare il passo pop, è proprio arrivata naturalmente.

Le radici di ciò?
Credo che siano negli ascolti. Non sto ascoltando tanto rap ultimamente. Ascolto tanta musica con melodie, tanta musica sudamericana. Ripeto, è un processo che si lega anche ai live: fare live solo rap mi stanca. Voglio ampliare le mie sonorità. A me cantare piace molto.

Più che rappare?
No, se no farei solo quello è basta. So benissimo, al momento, di non poter spingere la mia voce chissà dove, ma ho sentito la necessità di provare a fare anche altro. Lo dico in un pezzo: “Sono cresciuta con Biggie, non so come si fa pop” (Ti aspetto, ndr). Ed è vero. Ma non sono una purista, per questo voglio aprirmi. Ma voglio dire un’altra cosa….

Prego.
Un artista che fa pop non definirebbe mai “pop” il mio disco. Questo lo voglio sottolineare. Le mie radici rap sono ben presenti in questo progetto.

L’inizio è dritto. In “Ti aspetto” rappi: “Non mi dire come vestirmi, e non mi dire quando devo svestirmi, faccio questo perché non ho alternative, tu sei di contorno come le veline”. In “Dente di lupo”: “Uomini armati più dei militari. Ma quando c'è una donna, si sentono minacciati”. Ti riferisci ai tuoi colleghi del rap?
Questa barra è nata in studio con Night Skinny. Mi ha raccontato che alcuni ragazzi erano lì da lui, erano tutti yo yo yo, poi è arrivata la tipa di Skinny e questi si sono ammutoliti. Me lo ha raccontato in modo innocuo, ma mi ha fatto sorridere. È un bel contrasto, quello tra il potere maschile e quello femminile. Le barre che hai citato, al di là dei racconti, per me sono importanti perché offrono una prospettiva femminile nel rap.

Che è rara?
Eh sì, manca proprio. Perché ci sono poche donne nella scena. Ma ti dirò anche un'altra cosa: non è solo questione femminile, ma di sensibilità. Mac Miller per me aveva una prospettiva anche femminile in cui una donna poteva e può rivedersi. Non è un caso che abbia scritto “The Divine Feminine”.

Sei positiva sul futuro?
Sì, lo ribadisco anche se mi hanno dato della leccaculo: il fatto che Anna sia riuscita a fare quello che ha fatto, è un segnale. Ha aperto un mare di porte. Quando io da piccola ho iniziato ad avvicinarmi al rap non c’era niente di simile….

Non credi che anche Madame abbia avuto un ruolo fondamentale?
Assolutamente. Quando ho ascoltato “17” di Madame non mi sono più sentita sola. Lei ha sempre parlato di uno struggle con il proprio corpo, del sentirsi brutta…tutte cose che ho vissuto anche io come il 99% delle ragazze, e lo ha fatto in modo incredibile. Madame è la mia artista preferita in Italia. Vorrei avere il suo coraggio, ma non ce l’ho. Non te l’ho citata per prima perché quando sei così legata a qualcuno o a qualche cosa, come lo sono io con la musica di Madame, dai quel legame totalmente come assodato. Come se fosse parte di te, non qualcosa di esterno a te.

Hai citato Mac Miller: sei sempre convinta, come ci raccontavi l’anno scorso, di mettere in piedi dei live con degli arrangiamenti strumentali e non solo con il dj?
Sì. Il mio disco preferito di Mac Miller è live. Quel tipo di contesto per me è insuperabile. Qualche tempo fa Nerone mi ha detto una cosa interessante: “I rapper spesso mentono. Dicono frasi che non pensano e quando li vedi live te ne accorgi perché quelle frasi le dicono senza guardare in faccia il pubblico”. Ecco, se tu ascolti il live-album di Mac Miller puoi notare che alcune frasi, magari passate in sordina nella versione in studio, vengono urlate. Perché lui ci credeva davvero. È troppo bella la musica per non farla insieme a qualcuno, voglio una grande band intorno a me, ma senza mai perdere il punch dell’hip hop. E ti dico di più: vorrei suonare anche io dal vivo.

Qual è la frase che tu senz’altro dirai guardando il pubblico negli occhi, alla Mac Miller?
“Centomila immagini. Ma io ti cerco e non ci sei. Chi sei?”.

Hai prodotto “Atlantide”. Sei tu che suoni il piano?
Sì. Più andrò avanti con la musica, più vorrò produrre e suonare, lo sento. Questo non vuol dire che non collaborerò più con i producer, ma ci sono pochissime producer donna. Il punto di vista femminile, come nei testi, è necessario anche nella musica. È importante anche questa prospettiva. PinkPantheres è fortissima, produce molta della sua musica, è un faro.

Ti poni dei limiti?
So che questo è quello che voglio fare per tutta la vita. Il mio sogno era vivere di musica e ora che ci sto riuscendo, non voglio bruciare le tappe. Voglio crescere di pari passo con la mia musica. Mi piacerebbe anche avere un side project segreto con cui fare cose chitarrose, alternative rock e inaspettate: se un giorno vedete un profilo strano su Spotify…(sorride, ndr).

Il Festival di Sanremo è nei tuoi piani?
Al momento non mi interessa il Festival. È una bellissima vetrina, importante, ma bisogna andarci bene, con un brano che non è stato scritto per Sanremo. Cioè non con un brano costruito appositamente. A me piacerebbe un giorno scrivere una canzone e poter dire in modo naturale “sì, questa in effetti potrebbe essere giusta per Sanremo”. Non il contrario tipo: “Devo scrivere un brano per il Festival”. Poi Sanremo me lo hanno raccontato come uno sbatti vero, a livello fisico e psicologico. Se non ci vai con un brano veramente tuo è un problema, attiri un pubblico che non c’entra nulla con te.

Nel disco ci sono diverse collaborazioni: da quella più telefonata con Gué a quella inaspettata con Colapesce. Come ti sei trovata a lavorare con lui?
Molto bene. Io ho sempre ascoltato tantissimo indie. Tra i miei artisti preferiti, oltre a Madame, c’è anche Calcutta. Non è un genere che sento mio, che riuscirei a fare. Con Colapesce abbiamo fatto una sessione senza preventivare la realizzazione di un pezzo, tanto meno per il mio progetto. Eppure è nata. Credo che tutte le canzoni dovrebbero nascere così, senza pianificazioni. Mi è anche capitato che mi mandassero un pezzo a distanza per inserire delle mie strofe e che questo mi emozionasse tantissimo. Questo per dire: non c’è una regola. Ma i brani nati come “Ombre di città” sono magici.

A proposito di prospettive: il tuo essere svizzera e il tuo vivere ancora in Svizzera e non, per esempio, a Milano, permette di viaggiare verso altre direzioni musicali, senza omologarti?
Il bello della musica è proprio che può essere fatta ovunque. Per me è fondamentale separare la musica dal business musicale. Milano è una città fondamentale, senza la quale non sarei qui. Venire dalla provincia per me è un plus, perché si è costretti a inventare quello che non c’è. Guarda Massimo Pericolo, lui è il re del racconto della provincia. Anche 22Simba sta facendo un bel lavoro su quel fronte. Parlare di città sembra più cool del parlare della provincia o di un bosco, ma chi lo fa e lo fa bene riesce a rappresentare delle persone in modo più identitario.

Tu dove vivi?
Fuori Lugano. Per andare in studio prendo il bus e lo aspetto in un tratto in mezzo al bosco. In “Windy days” si respira quell’atmosfera, il testo l’ho scritto durante il viaggio verso lo studio, in quei momenti di attesa. L’ho proprio “reccata” con Voloco nel bosco. Non è un pezzo urbano, ha un beat legato alla natura.

(Articolo originale su Rockol.it)

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