Cinquant’anni fa, il 13 febbraio del 1976, i Genesis non stavano solo pubblicando un nuovo album: camminavano su una corda a dieci metri di altezza e senza reti a proteggerli. Dopo l'addio di Peter Gabriel, la stampa aveva già pronto l'epitaffio (lo abbiamo raccontato qui). Invece, "A Trick of the Tail" diede nuova linfa alla band, che ridefinì (ancora una volta) i canoni del rock progressivo.
Il "Suono Hentschel"
Il passaggio da John Burns a David Hentschel (che aveva già lavorato in “Goodbye Yellow Brick Road” di Elton John) segnò una svolta sonora radicale. Se “The Lamb Lies Down on Broadway” era denso, oscuro e stratificato, “A Trick of the Tail” brilla per una separazione degli strumenti cristallina.
Per la prima volta, la batteria di Phil Collins diventa una presenza imponente. L'uso di ambienti naturali e una compressione sapiente (anticipando il "gated reverb" degli anni '80, che puoi approfondire qui) rende il rullante un elemento portante e non solo un accompagnamento. Tony Banks abbandona le saturazioni d'organo per abbracciare texture più orchestrali, sfruttando al massimo le potenzialità del Mellotron e dei sintetizzatori ARP.
Una boccata di ossigeno
L'album è un manuale di arrangiamento per quartetto rock. Senza Gabriel, gli spazi vuoti vengono riempiti da una fitta rete di interazioni tra dodici corde e tastiere. Tony Banks è l’architetto del disco: in brani come "Mad Man Moon", il pianoforte funge da spina dorsale classica, su cui si innestano stratificazioni di ARP. In “Entangled”, il coro del Mellotron combinato con il sintetizzatore crea un effetto etereo che simula un’orchestra reale, eliminando la natura "granulosa" tipica dei dischi precedenti.
E Steve Hackett? Sebbene si sentisse un po’ limitato, il suo contributo è magistrale. In "Entangled", il mix di chitarre a 12 corde crea un tappeto armonico in cui le frequenze si sommano per generare un "muro di suono" acustico. L'uso del volume swell e del tapping (tecnica di cui è pioniere insieme a Van Halen) in "Dancing with the Moonlit Knight" e qui rifinito in "Dance on a Volcano" aggiunge una texture quasi violoncellistica.
Dal canto suo, Mike Rutherford introduce massicciamente i pedali Moog Taurus. Queste frequenze sub-bass (che scendono sotto i 50 Hz) permettono alla band di mantenere un impatto sonoro enorme anche quando Rutherford passa alla chitarra a 12 corde, garantendo quel low-end che diventerà il marchio di fabbrica dei Genesis dal vivo.
Qui uno speciale sull'album con tutte le canzoni raccontate una per una.
Qualche highlight
Dance on a Volcano
Parole d’ordine: poliritmia e tempi dispari. Il riff portante oscilla tra 7/8 e 4/4, con un'interazione tra basso e batteria che rasenta il jazz fusion.
Squonk
Il Led Zeppelin sound ispirato a “Kashmir” porta a un tempo di batteria pesante e cadenzato, raro nel prog britannico dell'epoca.
Robbery, Assault and Battery
Che spettacolo la tastiera di Banks. Un assolo-monumento del synth solo progressivo.
Los Endos
Un capolavoro di ripresa tematica che fonde jazz, rock e riferimenti ai brani precedenti del disco.
Un plauso a Phil
Tecnicamente e vocalmente, Collins non cercò di imitare Gabriel. La sua estensione era più alta e il timbro più "soul" e pulito. La vera sfida fu la gestione del respiro: Phil dovette imparare a cantare linee melodiche estremamente lunghe (scritte originariamente per la teatralità di Gabriel) mantenendo la precisione ritmica che solo un batterista può avere. Il risultato è una precisione nell'intonazione che ha permesso alla band di esplorare armonie vocali più complesse.
“A Trick of the Tail” è un disco coraggioso e completo. Dimostra che il prog può essere accessibile senza perdere un briciolo di complessità strutturale, ed è l'album con cui i Genesis cessano di essere una band di supporto a un frontman per trovare un'identità musicale collettiva e simbiotica.
Curiosità. Il video della title track è uno dei primi esempi di "promo film" con effetti speciali (seppur rudimentali) in cui Phil interagisce con versioni miniaturizzate di se stesso, anticipando l'era di MTV.
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