Il palco a forma di “O” che circonda tutto il parterre del Forum di Assago, con due estremità su cui Drake si esibirà per larghe parti dello show, il primo di quattro, fa subito capire il suo intento: catturare l’attenzione dei fan, rompendo le barriere, mostrandosi a pochi centimetri di distanza e creando, così, una sorta di spazio dove tutto sembra possibile. È questo il motivo che lo ha spinto a intraprendere un tour nelle arene sbarcando per la prima volta in Italia, all’opposto del rivale Kendrick Lamar che invece, insieme a SZA, ha optato per gli stadi dove le distanze, per vari settori, sono giganti.
Drake nel tentativo di risorgere, metaforicamente, da una bara con sopra inciso “Not like us”, riparte da qui, dal feeling diretto con chi lo supporta. A tu per tu con il proprio idolo, a un passo dall’irraggiungibile: sia dal parterre che dalle tribune del palazzetto, con Drake che si esibisce con movimenti felini lungo tutto il palco circolare, la visuale è ideale per un video da TikTok, per una storia Instagram, per flexare un “io c’ero: concerto dell’anno”, anche se il “concerto dell’anno” non è mai quello che si definisce tale. Se Bob Dylan fa requisire gli Smartphone quasi imponendo agli spettatori di godere appieno della musica senza distrazioni, Drake suggerisce esattamente l’opposto, permettendo a tutti di correre da una parte all’altra del Forum per portare a casa un “content perfetto”. Una trovata che funziona benissimo.Scendendo dall’Olimpo, la voce canadese punta tutto sulla costruzione di un filo diretto con i fan, ripagandoli di un esborso tutt’altro che leggero. I biglietti andavano dai 150 agli oltre 200 euro, commissioni incluse. I grandi concerti rap, il genere che più di tutti dovrebbe rappresentare chi sta ai margini, sono ormai raduni di ricchi? Comunque, veniamo all’artista di Toronto: il risultato finale del suo show è solo a tratti convincente. L’energia generata da alcune canzoni arriva come un’onda, il rapporto con il pubblico, elettrizzato, è magico, ma in altri frangenti l’andamento si inceppa. Il set di e con Partynextdoor, ospite del tour, con cui Drake ha realizzato l’album “Some Sexy Songs 4 U”, è noioso. C’è perfino l’ingresso trash, immotivato, di alcune ballerine da strip-club. Drizzy, anche a fronte dei pochi gradi che lo separano dai suoi fedelissimi, dovrebbe mostrarsi con le fiamme negli occhi per tutta la durata della serata, e invece, pezzo dopo pezzo, sembra normalizzarsi.
L’intro epica e introspettiva di “Take care” del 2011, “Over My Dead Body”, le iniziali “Marvins Room” e “Passionfruit”, “What did i miss?”, “Sicko Mode”, che genera un incendiario moshpit, “God's Plan”, “In My Feelings”, “No face”, “Fancy”, “Hotline Bling” e “NOKIA”, nel finale, sono solo alcune delle canzoni che raccontano chi sia Drake e di che cosa sia capace, passando dall’essere una sorta di crooner romantico a un agitatore di folle. Un artista in primis in grado di intraprendere un viaggio nei sentimenti, costruendo hit sul racconto di ferite umane ed esistenziali, su storie d’amore complicate. Il tutto mischiando i generi e ampliando sin dai primi passi le coordinate del rap, come dimostrano i suoi lucenti esordi r&b. Una delle chiavi del successo di Drake è proprio quella di aver contribuito a portare la vulnerabilità nel rap mainstream, un aspetto che all’inizio spiazzava e infastidiva molti puristi, ma che oggi è diventato quasi uno standard. Anche grazie a un timbro morbido, e a produzioni che si riempiono e si svuotano, un suo marchio di fabbrica, riesce a trasmettere malinconia, nostalgia, solitudine. Il suo è un rap emotivo, non sempre però capace di rifuggire dallo stucchevole e dal prevedibile. Sfonda nei club, diventa virale, è pop, piacione, calamita un ampio pubblico femminile, ma dal vivo ha dei vuoti interpretativi e di ritmo.Il concerto, nel suo complesso, resta “a scatti”: le grandi hit da cantare o da pogo non bastano a offrire forza costante alla performance, ma appaiono più come dei lampi. L’effetto “wow” dell’inizio, con lo scorrere delle lancette, viene meno e torna ad accendersi solo verso il finale. In questi ultimi anni in Italia abbiamo visto i giganti della scena: Travis Scott è tutta performance fisica, Lamar tiene basso il livello di dialogo con il pubblico, ma le sue parole sono proiettili e il come le spara provoca la pelle d’oca, Tyler, The Creator non ha le hit, ma fantasia, estro e imprevedibilità da vendere. Drake, ritenuto l’“hitmaker per eccellenza”, non è più l’underdog degli esordi, ma neanche il dio intoccabile che pretendeva di essere prima di sanguinare nella faida con l’antagonista di Compton. È più umano di quello che si potesse immaginare. In bilico tra spettacolarità instagrammabile e noia reale.