Un sopravvissuto della scena di Seattle, architetto di un suono che ha reso l'oscurità armoniosa e il fango elegante. Con i "suoi" Alice in Chains, Jerry Cantrell ha innovato, ispirato ed emozionato generazioni. L'MTV Unplugged del 1996 resta uno dei capolavori più intensi mai concepiti, anche grazie alla sua chitarra e ai duetti con Layne Staley.
Mentre i suoi contemporanei puntavano spesso sull'istinto punk (Cobain) o sul virtuosismo tecnico sporcato di blues (McCready), Cantrell ha costruito un ponte tra l'heavy metal classico e il dark rock introspettivo. Il suo stile è una lezione di economia musicale: nessuna nota è sprecata, ogni riff è progettato per sostenere il peso emotivo del testo.
Il DNA armonico
Il contributo tecnico più rivoluzionario di Cantrell è il suo approccio alle armonie vocali. Insieme a Layne Staley, ha ridefinito il concetto di duo vocale nel rock: invece delle classiche terze "felici" del pop, Jerry ha spesso utilizzato intervalli più dissonanti e cupi. La sua voce, spesso sottovalutata, fungeva da contrappunto perfetto a quella di Layne (e oggi di William DuVall), creando un muro sonoro che rende gli Alice in Chains immediatamente riconoscibili dopo mezzo secondo di ascolto.
Cantrell è il maestro dei riff cromatici. Brani come "Check My Brain" o "Rain When I Die" si muovono su semitoni che creano un senso di tensione e disagio. La scelta di abbassare l'accordatura non era solo per la pesantezza, ma per permettere alle corde di vibrare con una risonanza più profonda, quasi baritonale, che definisce il genere sludge.
Un setup leggendario
Tecnicamente, Jerry è un purista del tono e il suo setup è leggendario tra i nerd della chitarra: la G&L Rampage "Blue Dress", la sua chitarra iconica, dotata di un solo pickup humbucker al ponte (a dimostrazione che la complessità nasce dalle dita, non dai selettori); il Friedman JJ-100, il suo amplificatore signature, che fonde la saturazione Marshall con una definizione moderna; e infine l'irrinunciabile wah wah, il pedale che Cantrell usa non per "fare il verso" a Hendrix, ma come un filtro vocale, quasi come se la chitarra stesse cercando di articolare parole (ve la ricordate "Man in the Box"?).
Sopravvivere
La grandezza di Cantrell risiede (anche) nella sua capacità di sopravvivere, sia agli anni Novanta, sia alla propria ingombrante eredità. Dopo la morte di Staley, molti pensavano che la sua carriera si sarebbe spenta. Invece, Jerry ha dimostrato una resilienza artistica fuori dal comune.
È andato oltre, continuando a integrare le influenze del country americano con la pesantezza dei Black Sabbath (come in "Boggy Depot"). Il suo merito più grande? Aver reso "popolare" una musica che non avrebbe dovuto esserlo. Ha portato il dolore autentico e la complessità armonica nelle classifiche mondiali, senza mai svendere il proprio tono o la propria integrità. Se oggi band che vanno dal metal moderno al rock alternativo usano certe stratificazioni di chitarra, è perché Jerry ha tracciato la mappa 35 anni fa.
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