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“Depeche Mode: M”, ballare sulla vita e la morte senza tragicità

25.10.2025 Scritto da Elena Palmieri

Dal palco del Foro Sol di Città del Messico, memoria e perdita si intrecciano con l’energia di un presente vibrante. Come un’eco perfettamente in sintonia con la cultura messicana e il suo modo unico di celebrare la mortalità, “Memento Mori” dei Depeche Mode si trasforma in invito a esorcizzare la morte e a ritrovare la propria vitalità nel tempo che scorre. “Ricordati che devi morire”, recita la locuzione latina scelta come titolo del quindicesimo album della band, primo lavoro di Dave Gahan e Martin Gore dopo l’improvvisa scomparsa di Andy Fletcher, co-fondatore e colonna portante del gruppo. La morte non è una fine, ma una trasformazione, un passaggio, come nel Día de Muertos, tra fiori colorati, scheletri danzanti e altari illuminati. Aprendo le porte di un mondo sospeso tra vita e morte, il regista Fernando Frías amplifica il senso poetico e simbolico di “Memento Mori” con un film-concerto che non cattura soltanto i tre show messicani che i Depeche Mode hanno tenuto a settembre 2023. Ma fonde l’intensità del live con la voce collettiva di un popolo che celebra la mortalità senza paura, trasformando ogni inquadratura in un rituale visivo di musica, memoria e rinascita. A un certo punto, il film-concerto “Depeche Mode: M”, nelle sale italiane dal 28 al 30 ottobre prossimi, si sofferma addirittura a indagare e a spiegare come la morte sia diventato un simbolo nazionale in Messico. “È una cosa molto strana e curiosa del Messico”, racconta a metà del film la voce narrante dell’attore Daniel Giménez Cacho: “Perché molte di quelle che vengono considerate caratteristiche tipicamente messicane, in realtà non lo sono. A cominciare dal Día de Muertos. E in questo senso, penso che andrebbe paragonato a qualcosa come – se vogliamo chiamarla così – la nazionalizzazione del sesso in Brasile. Voglio dire, in Brasile hanno nazionalizzato il Carnevale, in Messico abbiamo nazionalizzato il Día de Muertos. Eppure, nessuno dei due è una festa nazionale: sono festività cattoliche. E perché, nel XX secolo, vediamo questi Paesi, che sono e si considerano “mestizos”, fondere proprio questi due elementi? Morte e sesso sono simili, perché in entrambi i casi si parla di corpi che si mescolano, che si dissolvono, corpi che si dissolvono per il bene comune”.

La regia di Fernando Frías gioca con la percezione e la materia dell’immagine, come se il film stesso oscillasse tra sogno e realtà. L’inizio è filtrato e distante, arriva attraverso suoni dilatati, voci lontane, immagini deformate dal bianco e nero o da effetti che sembrano provenire da vecchie pellicole consunte. Poi, avviene una messa a fuoco e con “My cosmos is mine” la band emerge dal buio. Dopo una breve introduzione narrativa che introduce alla cultura messicana, “Depeche Mode: M” si trasforma in testimonianza e concerto. La telecamera si muove con la stessa imprevedibilità del corpo di Gahan, imitando i suoi scatti nervosi, la sua tensione e i suoi gesti teatrali. Le urla del pubblico non vengono attenuate, ma integrate nel tessuto sonoro, perché fanno parte della musica, amplificandone il respiro e ricordando che la vita – anche quella di un concerto – è sempre una comunione.
La macchina da presa diventa al tempo stesso spettatrice tra il pubblico, restituendo la sensazione di assistere allo show attraverso la filigrana luminosa dei maxischermi, In altri momenti le inquadrature live sembrano filtrate da un televisore, come nell’esecuzione di “Speak to me”, mentre con le riprese aeree si ha la percezione di assistere a una memoria collettiva che si riavvolge e si rinnova. Ci sono molti passaggi del film-concerto dove l’immagine è invece pulita, restituendo una versione più convenzionale, ma comunque di grande qualità.
Le canzoni sono spesso intervallate da racconti o riflessioni sul Messico. Tra “Wagging tongue” e “It’s no good”, vecchi televisori catodici proiettano volti di fan insieme a testimonianze di passione e fede, oltre ai racconti del duo messicano Malcriada. Poi, dopo “My favorite stranger”, in un passaggio quasi mistico, si vedono scorrere immagini di un fiume, un airone che si libra nell’aria, come a rappresentare la continuità tra ciò che è terreno e ciò che sopravvive.

L’estetica visiva diventa linguaggio poetico, grazie alla fotografia di Damián García, che alterna chiaroscuri e improvvisi bagliori saturi. In “Soul with me” protagonista è la voce di Martin Gore in una versione acustica del brano, e in “Wrong” Gahan sembra invocare la presenza di ciò che non è più, prima della dedica di “World in my eyes” ad Andy Fletcher, evocato nelle foto proposte dagli schermi del palcoscenico come durante tutto il tour di “Memento Mori” (visto e raccontato ad Amsterdam e a Milano). Quando arriva “Enjoy the silence”, il concerto raggiunge il suo equilibrio perfetto tra contemplazione e liberazione, mentre con la propria presenza scenica e il proprio carisma Dave Gahan riporta tutto al gesto fisico, alla danza collettiva e al corpo che torna a esistere nella sua fragilità. “Depeche Mode: M” arriva così per insegnare a ballare sulla vita e la morte senza tragicità.

Ogni elemento – la voce profonda di Gahan, la chitarra e i sintetizzatori di Gore, la partecipazione totale del pubblico – concorre a un unico messaggio: la morte è parte della vita, e la memoria è il modo più puro di trascenderla. “Depeche Mode: M” è una testimonianza della sopravvivenza dell’arte, del legame tra chi suona e chi ascolta, e della possibilità di trasformare il dolore in celebrazione. Il 5 dicembre l’esperienza si completerà con la pubblicazione del cofanetto del film-concerto, che includerà anche quattro brani inediti (“Survive”, “Life 2.0”, “Give yourself to me” e “In the end”).

La chiusura arriva dopo oltre un'ora e mezza di film-concerto, affidata ai titoli di coda con “Ghosts again” e l’inedita “In the end”. È un epilogo che riassume l’intera poetica del film: accettare la finitezza, ma continuare a creare, ricordare, cantare. Come nell’epopea di Gilgamesh, l’immortalità non risiede nella vita eterna, ma nelle opere che si lasciano, nei gesti che restano impressi nella memoria degli altri. È questa la vera eredità dei Depeche Mode: trasformare la mortalità in arte, e la memoria in movimento.

Ecco la scaletta del film-concerto "Depeche Mode: M":

  • “My cosmos is mine”
  • “Speak to me”
  • “Wagging tongue”
  • “It’s no good”
  • “Everything counts”
  • “My favorite stranger”
  • “Sister of night”
  • ”Speak to me”
  • ”Soul with me”
  • ”A pain that I’m used to”
  • “Wrong”
  • ”Stripped”
  • ”World in my eyes”
  • ”Enjoy the silence”
  • ”Condemnation”
  • ”Never let me down again”
  • "Personal Jesus”
  • ”Ghosts again” (nei crediti finali)
  • "In the end” (nei crediti finali)

(Articolo originale su Rockol.it)

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