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D’Angelo, De Gregori, Pelù: a ogni artista il suo doc “su misura"

06.09.2025 Scritto da Elisa Giudici

È stata la giornata dedicata alla musica italiana quella appena chiusasi al Lido. Dopo il successo degli scorsi anni dei documentari musicali presentati a Venezia infatti, il direttore della Mostra del cinema Alberto Barbera ha fortemente voluto un presenza fissa del genere documentaristico musicale, nostrano e internazionale, istituzionalizzandolo con una sorta di mini sezione dedicata. Selezione che quest’anno è dominata dalla presenza di voci italiane davanti e dietro la cinepresa.

Il genere del lungometraggio biografico di stampo documentaristico che racconta il dietro le quinte e le personalità della musica gode nell’ultimo periodo di ottima salute, come testimoniato dal diluvio di uscite a tema nei cinema e sulle piattaforme. Non si tratta solo di un’esigenza promozionale o di mero successo commerciale: è il filone stesso del documentario musicale che si sta evolvendo molto nella sua grammatica cinematografica, come forma e approccio. Meno scelte canoniche, meno approcci rigidi e “pettinati”, più prodotti che anche esteticamente e a livello narrativo sono convenzionati su misura dell’artista che raccontano.

Insomma, anche il documentario musicale sta svecchiandosi moltissimo. Sembra definitivamente tramontata l’epoca della cinepresa ferma davanti al talento musicale, l’intervista lunga registrata in un set, a ripercorrere la propria carriera. Il documentario supera i limiti della cronaca, si avvicina, li segue nella vita. Sarà forse perché anche i grandi della musica,gli artisti delle generazioni precedenti, si sono giocoforza abituati all’invasione di campo dei media e dei social, anche fuori dagli spazi istituzionali preposti allo stesso.

Francesco De Gregori. Nevegreen.

“Francesco De Gregori. Nevegreen.” è il più musicale delle tre proposte di giornata e vede il ritorno di Stefano Pistolini dietro la cinepresa nel racconto della carriera musicale di Francesco De Gregori a 13 anni da “Finestre rotte”. Il documentario racconta in meno di novanta minuti la peculiare residenza al teatro Out Off di Milano (leggi qui la recensione), dove ha composto serata dopo serata una scaletta di pezzi belli e sconosciuti: i nevergreen, i brani che non sono rimasti nel cuore e nelle menti delle folle e quindi che raramente trovano spazio sul palco: “avevamo settanta brani da suonare, settanta quasi perfetti sconosciuti” ha spiegato l’artista, che ha “mollato” la band con cui è attualmente in tour per presentare il documentario a Venezia.

La cornice è perfetta per chiedergli del suo rapporto con il cinema, che negli anni l’ha portato a scrivere molti pezzi inediti pensati per i lungometraggi di registi che l’hanno approcciato e corteggiato. La sfida più difficile? Scrivere l’intera colonna sonora per “Il muro di gomma”, il film di Marco Risi: “Marco voleva da me una colonna sonora. Non è raro che i registi mi cerchino per un contributo musicale, ma un’intera soundtrack? Alla fine è andata talmente bene che Nanni Moretti mi regalò una torta Sacher per complimentarsi con me di quel lavoro che tanto aveva apprezzato. Torta di cui conservo ancora la scatola”.

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(Credito foto: Biennale di Venezia)

Nino. 18 giorni

È invece un viaggio nella memoria personale e collettiva quello imbastito da “Nino. 18 Giorni”, il doc che racconta da una prospettiva intima e vicina l’ascesa al successo di Nino D’Angelo. Dietro la cinepresa infatti c’è suo figlio Toni che costruisce un racconto intenso e toccante volto a scavare nell’anima di un artista il cui riconoscimento critico è arrivato molto, molto dopo quello del pubblico. In merito, Nino D’Angelo racconta quant’è stato difficile superare quegli anni in cui per molti del settore era poco più di un caschetto d’oro da far correre all’infinito al ralenti in pellicole pensate per le sue fan: “Ovviamente ero grato di essere diventato così famoso, ma a un certo punto ha cominciato a pesarmi tanto essere solo quel caschetto biondo. Ci stavo male che in pochi vedessero l’uomo e in cantautore che c’era dietro. È stato uno dei fattori che mi ha portato alla depressione ma quel dolore mi ha aiutato a cambiare, a diventare una persona diversa”.

Con sorprendente lucidità D’Angelo ha spiegato anche che è stata quella musica snobbata da molti, quel successo a cambiare il destino dei suoi figli: “Io non mi sono mai vergognato delle mie umili origini, le ho messe in tutte le mie canzoni e penso siano arrivate anche per quello. Io sono Nino d’Angelo, sono un uomo di successo. Mi cercava anche il cinema all’epoca, mi sono prestato ma non me ne sono mai innamorato. Anche se erano molto stereotipici, quegli ingaggi mi hanno consentito di garantire ai miei figli di avere un’esistenza agiata, borghese, in cui il fatto che abbiano studiato è scontato. Ne sono molto grato.”

Prevedibilmente il film diventa anche un racconto della Napoli in cui D’Angelo diventò famoso, quella città che ha raccontato e ha intessuto la sua poetica musicale. Una Napoli che non c’è più, o per meglio dire si racconta oggi in maniera differente: “Oggi la mia città è pienissima di turisti e lo dico con grande orgoglio di napoletano che per anni ha visto la città raccontata sempre nel suo male, meno nel suo bene. I veri eroi della città sono quelli che sono andati via dal quartieri spagnoli, hanno imparato un mestiere e sono tornati per cambiare la propria città, dal di dentro. Hanno cambiato i napoletani.”

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(Credito foto: Biennale di Venezia)

Piero Pelù. Rumore dentro

“Piero Pelù. Rumore dentro” di Francesco Fei è invece il film che intercetta meglio il trend internazionale dei documentari biografici sull’invecchiare facendo musica, inserendosi alla perfezione in quel filone di storie di rinascita di artisti affermati che fanno i conti con il peggioramento delle loro condizioni di salute e devono imparare di nuovo i limiti della propria arte, facendo i conti con la possibilità di non poter più tornare sul parco. Abbiamo visto qualcosa di simile nei doc su Celine Dion e Bon Jovi: le rock e popstar invecchiano e non hanno più paura di raccontarsi nelle loro fragilità.

Nel caso di Piero Pelù, che ha scritto soggetto e sceneggiatura, il casus belli è l’aggravarsi di acufeni e tinniti di cui soffriva da anni (come molti del settore, specifica) dopo un incidente avvenuto in studio di registrazione. “Rumore dentro” è la storia di una difficile risalita sul palco e del tentativo “con pochi amici e una dottoressa” di tornare a fare a musica dopo aver superato un periodo personale molto buio. Pelù dopo quell’esperienza ha pubblicato “Deserti”, EP poi divenuto la colonna sonora del progetto. Durante l’attività stampa di presentazione di quell’album il cantautore racconta per la prima volta di questi problemi di salute e viene subissato di messaggi e testimonianze da parte di persone sui social e nella vita che incontrano le stesse difficoltà.

Decide dunque che vale la pena di raccontare tutta la sua storia in un lavoro che non ama definire un documentario, quanto piuttosto un viaggio. In questo racconto on the road vuole al suo fianco Francesco Fei, di cui Pelù ha seguito la carriera da vicino dopo aver collaborato assieme per la regia di alcuni videoclip provando un’innegabili feeling reciproco. Fei sintetizza così le intenzioni dietro il progetto che osa l’ardito accostamento tra El Diablo Pelù e Santa Sara, sintesi della grande spiritualità dell’artista ma anche della sua simpatia per i diversi: “Non volevamo realizzare un film sulla carriera, quella è una parola che Piero non vuole sentire. Era un racconto di un pezzo di percorso che si apre con una festa in maschera e prosegue con la sua solitudine percorsa da quei suoni contro cui lotta. Il punto per noi è stato davvero sfruttare il linguaggio cinematografico tutto per raccontare le emozioni, non solo la parola.”

Un altro obiettivo del progetto era quello di cambiare il racconto sull’isolamento, per molto tempo forzato: l’ipersensibilizzazione del suo udito infatti ha reso necessario per l’artista di rimanere lontano dalle persone a lungo, riaggiustando pian piano la sua vita, capendo a quali eventi partecipare e come. Pelù ha lodato Fei per come ha saputo “rimanermi accanto mimetizzandosi nel paesaggio circostante, ma anche nel mio paesaggio interiore”, riuscendo così a catturare momenti come il pranzo con i Litfiba senza che nessuno si sentisse osservato da un occhio esterno. 

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(Credito foto: Biennale di Venezia)

(Articolo originale su Rockol.it)

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