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Da Guccini a Madame: le canzoni “avvelenate” contro l’industria

25.04.2026 Scritto da Claudio Cabona

La madre di tutte le canzoni contro l’industria musicale è “L’avvelenata” di Francesco Guccini, uscita negli anni ’70. È la reference principale per chi vuole attaccare il sistema discografico, un modello che negli anni è stato ripreso, citato, perfino campionato, come ha fatto Fabri Fibra nella prima canzone del suo ultimo disco “Mentre Los Angeles brucia”. Oggi, di pezzi “avvelenati”, se ne vedono sempre di più: si stanno moltiplicando come grida di dolore o come urla di ribellione. È un segno di insofferenza crescente verso certe dinamiche industriali. Madame in “Mai più” parla di “schiavi del denaro” capaci di comprare il pubblico e definisce l’industria “la fabbrica dell’orrore. Nayt, in “Scrivendo”, elenca con lucidità brutale tutto il circo: fan, manager, hater, venduti, figli d’arte, cercando di trovare un modo per preservare la purezza dell’arte tra queste macerie. Gemitaiz in “Flowman” spara contro le major, i trend inseguiti, i burattini senza penna.

Salmo, che da poco ha ripubblicato “Hellvisback”, che si lega all’ultimo progetto “Ranch”, sembra aver previsto tutto con la dissacrante figura di Mr Thunder, il discografico che parla di canzoni come di provette in laboratorio. E poi c’è lo sguardo diverso di Giorgia e Tiziano Ferro in “Superstar”: i due raccontano quello che arriva dopo, quando la “superstar” lentamente si consuma sotto gli applausi, con la gente che sembra gioire davanti all’orrore della catena di montaggio. Ma tutte queste canzoni sono unite, oltre che dalla critica all’industria, anche dalla critica a se stessi. Tutti sono consapevoli di esserne parte, chi più e chi meno. E forse il primo vero atto di rottura è proprio questo: riconoscere e cantare quello spietato ingranaggio, provando a non girare al suo ritmo.


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