«Era un periodo di evoluzione interiore e anche di confusione mentale. E la musica, ancora una volta, si è rivelata decisiva per salvarmi la vita. Scrivere, suonare e incidere le canzoni ha rimesso in ordine le priorità, mi ha spinto con forza a ritrovare me stesso», dice Vasco Rossi, riavvolgendo il nastro dei ricordi di quarant’anni. 9 giugno 1985. Nei negozi di musica arriva il nuovo album del rocker di Zocca, non ancora il re degli stadi che conosciamo oggi - al primo concerto a San Siro mancano ancora cinque anni - ma già un fenomeno della cultura pop italiana. Si intitola “Cosa succede in città” e arriva a due anni dall’exploit di “Bollicine”, il disco che - dopo il passaggio al Festival di Sanremo con quella “Vita spericolata” destinata a diventare un inno generazionale - nel 1983 aveva consacrato Vasco Rossi come una star, attirando su di sé attenzioni degne di un artista con quello status. Nel bene e nel male.
Dalle critiche al carcere
Già, perché ora di quel «bell’ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”», così come il critico Nantas Salvalaggio aveva definito il cantautore emiliano commentando un suo passaggio in tv, parlano tutti. I giovani lo amano: di quella «generazione di sconvolti senza santi né eroi» che segna gli Anni ’80 è il perfetto cantore. Per lui fanno le code fuori dalle discoteche e dai negozi di dischi non appena esce un suo ellepì. Ma in un'Italia ancora bacchettona e moralista per i media il Blasco è un modello negativo, diseducativo. Le opinioni sulla sua figura si erano polarizzate ulteriormente un anno prima dell’uscita del disco, quando il 20 aprile del 1984 la voce di “Vita spericolata” era finita dietro le sbarre. Due carabinieri gli si erano avvicinati in una discoteca di Bologna, poi insieme a lui si erano recati a Casalecchio di Reno, dove viveva e suonava con la sua band - quella del 1985 comprende Maurizio Solieri e Massimo Riva alle chitarre, Claudio Golinelli al basso, Lele Melotti alla batteria, Ernesto Vitolo al pianoforte, Fio Zanotti ai sintetizzatori - dentro a un capannone. Il rocker aveva consegnato agli agenti ventisei grammi di cocaina in proprio possesso. Portato nel carcere di Pesaro, aveva trascorso in prigione 22 giorni, di cui 5 in isolamento. Un’esperienza, quella del carcere, che nei mesi successi avrebbe ispirato i testi di “Cosa succede in città”. «Certo che sei un bel fenomeno anche tu a farti prendere così», canterà Vasco in “Cosa c’è”, scritta pochi giorni dopo essere tornato in libertà e scelta proprio per aprire il disco, con un iconico assolo di sax suonato da Rudy Trevisi. A distanza di quarant’anni dalla sua pubblicazione, “Cosa succede in città” è appena tornato nei negozi per la serie “40th Rplay Edition”, sotto forma di un cofanetto che contiene l'album rimasterizzato dai nastri originali, un inedito (ovvero la nuova versione di “Bolle di sapone”, uno dei nove brani originariamente inclusi nel disco), un libro-intervista a cura di Gianni Poglio con oltre 100 pagine di foto esclusive ed inedite dell’epoca e una card per accedere ai contenuti esclusivi. I missaggi dai nastri originali multi-traccia sono stati effettuati da Maurizio Biancani, già coproduttore e ingegnere del suono dell’album.
I temi del disco
Individualismo, maleducazione, culto della ricchezza, confusione e perbenismo: sono questi i temi portanti delle canzoni, tra disillusione e nuova consapevolezze. In fondo, è tutto racchiuso nel testo della canzone che dà il titolo all’album: «Cosa succede / cosa succede in città? / c’è qualche cosa / qualcosa che non va / guarda lì, guarda là / che confusione / guarda lì, guarda là / che maleducazione», canta(va) Vasco. Versi che suonano attualissimi ancora oggi, a distanza di quarant’anni, perché - dice lui nel libro-intervista - «il mondo è sempre andato al rovescio, ma adesso siamo al ribaltamento totale. Tutto è plateale, urlato, sbattuto in faccia senza riguardi e il potere si mostra esattamente per quello che è, senza pudori e senza vergogna». Quanto a linguaggio, “Cosa succede in città” fu uno snodo che aprì la strada a grandi classici come i successici “C’è chi dice no” del 1987 e “Liberi liberi” del 1989: quello di canzoni come “Toffee”, “Domani sì, adesso no”, “T’immagini”, “Dormi, dormi” è un Vasco più maturo, che nel pieno dei trent’anni racconta non solo la sua voglia di riscatto ma le inquietudini di una generazione, in un’Italia che si crogiola nel boom edonistico televisivo e consumista: «È stata tutta un’evoluzione, io sono partito dai cantautori, io sono un cantautore, poi ho cercato di trovare un nuovo linguaggio, invece che usare la chitarra acustica e la ballata come strumento per esprimermi ho cominciato a usare il rock, il gruppo, la band però sempre con lo spirito dei cantautori. Ho cercato di “stringare” e di dire tutto in una frase. Pensavo che la gente non avesse tempo di ascoltare tutto».
Le curiosità
“Cosa succede in città” vendette oltre 600 mila copie, quando i dischi si acquistavano davvero. Restò in classifica per 29 settimane, senza il supporto di un singolo di traino: dal disco, infatti, non venne estratto alcun 45 giri. «Un risultato eclatante, figlio di una tattica promozionale in totale controtendenza rispetto alle strategie discografiche degli Anni ’80: l’obiettivo non è promuovere una canzone alla volta, ma far vivere l’esperienza dell’ascolto dell’intero lavoro», ricorda Rossi. Qualche curiosità: la chitarra in “Toffee” è suonata da Dodi Battaglia dei Pooh, che due anni prima aveva suonato anche in “Una canzone per te”, in “Bollicine”. “T’immagini” Vasco aveva pensato di presentarla in gara al Festival di Sanremo l’anno precedente: sarebbe stata la sua terza partecipazione di fila alla kermesse, dopo quella del 1982 con “Vado al massimo” e quella del 1983 con “Vita spericolata”. Alla fine ci ripensò: in gara non ci sarebbe più tornato. Nella manciata di anni dopo l'uscita di "Cosa succede in città", la sua storia sarebbe diventata mitologica.
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