Esce anche in Italia, per Jimenez, “Insomnia” - il libro postumo di Robbie Robertson che racconta gli anni successivi allo scioglimento di The Band e all’amicizia con Martin Scorsese, che portò a compimento “The last waltz” - film-concerto girato durante l’ultima esibizione del gruppo nel ’76, con Dylan, Neil Young, Van Morrison, Joni Mitchell. Da lì nacque un’amicizia e una collaborazione proseguita senza interruzioni da “Toro Scatenato” (1980) fino a “Killers of the Flower Moon” (2023), uscito nell’anno in cui Robertson è mancata.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto: le pagine in cui Robertson racconta la post-produzione del film.Nella nostra sala di montaggio l’attività era frenetica. Marty e i suoi montatori, Yeu-Bun Yee e Jan Roblee, erano immersi nel lavoro di assemblaggio del girato del concerto di The Last Waltz.
Yeu-Bun aveva già lavorato con Marty in passato, sul film Woodstock, mentre Jan era stata coinvolta proprio da lui, che credeva nel suo talento. Dall’atteggiamento e dalle reazioni che avevano durante il lavoro, capivo che pensavano che questo progetto potesse diventare qualcosa di davvero speciale.
Lo pensavo anch’io. La nostra visione era di realizzare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima, un film che andasse oltre il concerto in sé. Non molto tempo dopo il concerto, avevo detto a Marty: «Al concerto, per via del pubblico e tutto il resto, c’erano delle limitazioni a ciò che potevi fare con la cinepresa». Il pavi mento del Winterland era cedevole in alcuni punti, e quando gli spettatori saltavano, le cineprese tremavano. Dovettero fare dei buchi a terra con il trapano per ancorarle, ma questo significava che le cineprese erano fisse. Avevo visto New York, New York e altri film di Marty e sapevo cosa era capace di fare quando muoveva una macchina da presa, quanto del fascino del suo lavoro derivasse da una sorta di balletto, dalla coreografia dei movimentidella cinepresa.
Dissi che volevo capire come potergli dare l’occasione di esprimere tutto il suo talento anche in questo progetto. «Al concerto ci sono state alcune cose che non siamo riusciti a riprendere» os-
servai. «Non abbiamo fatto nulla di gospel. Che ne pensi se facessimo The Weight con gli Staple Singers? Sono stati i primi a farne una cover. Non abbiamo fatto nemmeno country. Che ne dici di Emmylou Harris? Ho scritto un valzer che potrebbe cantare insieme alla Band. E poi… ho un sogno – e so che può sembrare un po’ kitsch per un film rock and roll – ma mi piacerebbe scrivere ancheun tema musicale, come quello di Il terzo uomo».
«Sarebbe tutto fantastico!» disse Marty. «E dovremmo girarlo nel teatro di posa della Mgm, dove hanno realizzato tutti queigrandi musical».
Fu Marty a concepire l’idea di aggiungere le interviste. «Abbiamo il concerto, la musica, le performance straordinarie» disse. «Ma… perché siamo qui? In un film bisogna sapere dove ci si trova e perché. Secondo me dovreste sedervi e raccontare delle storie di vita on the road, così il pubblico può conoscere i ragazzi della Band. Dobbiamo far capire cosa significa davvero “The Last
Waltz”. Altrimenti, non c’è cuore». Decise quindi di far venire il suo amico e collaboratore Mardik Martin, per capire cosa lo spettatore avesse bisogno di sapere; poi Marty ci avrebbe posto quelle domande davanti alla cinepresa. Pensava che tutti questi nuovi elementi, messi insieme, potessero creare un’esperienza cinematografica davvero coinvolgente.Quando vedemmo il girato a colori nella sala di montaggio, tolse il fiato a tutti. Il concerto era stato filmato da cineasti di livello mondiale in 35mm, con un direttore della fotografia, Michael Chapman, che portava raffinate tecniche cinematografiche nell’inquadratura e nell’illuminazione di ogni scena. Tutto sembrava saltare fuori dallo schermo. Nessuno aveva mai visto niente del genere in un documentario. Semplicemente, non esisteva.
Marty, Yeu-Bun e Jan erano completamente immersi nel lavoro.Yeu-Bun aveva la sua postazione di montaggio a un’estremità del la stanza, Jan all’altra. Lavoravano su due tagli di canzoni differen-
ti, mentre Marty passava da una postazione all’altra, suggerendo riprese, valutando angolazioni. «Se tagliamo qui perdiamo questo sullo sfondo, ma è un’inquadratura più intima» diceva, oppure «No, no, restiamo su questa e poi tagliamo qui». Era tutto una questione di scelte, centinaia e centinaia di scelte. Scoprivamo il film mentre lavoravamo, trovandone il ritmo, così che l’insieme
scorresse come una danza o una sinfonia. Quando Marty mi mostrò un montaggio preliminare della no stra performance con Neil Young in Helpless, rideva tra sé, entusiasta di come risultava. Non si sarebbe mai autocelebrato – troppo cool per farlo – ma sembrava trarre un immenso piacere dalle performance musicali. Dalla silhouette di Joni Mitchell che canta dietro il tendone, fino a quando Neil si unisce a Rick e a me al mi crofono, vidi un bagliore negli occhi di Marty. Per lui non si tratta- va soltanto di cinema o di movimenti di macchina. Alla fine, tutto
dipendeva dalla musica, dalle connessioni tra i musicisti sul palco.
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