Ogni volta in cui proviamo a mettere Tupac su un altare, lo uccidiamo una seconda volta. Perché Tupac non è un santino. È stato un essere umano: variegato, contraddittorio, pieno di cortocircuiti. Esattamente come il rap. E risiede lì la sua forza, quasi mistica. A trent’anni dalla sua morte, avvenuta il 13 settembre 1996, e mentre in queste settimane ci sono stati nuovi risvolti giudiziari sul suo omicidio, Tupac continua a interessarci, continua a scuotere le nostre coscienze.
È stato uno dei più grandi rapper della storia, è stato un attivista, un uomo circondato dalle pistole, ma ancora di più dai libri dei filosofi che amava, è stato un profeta: non solo per le battaglie che ha portato avanti sui diritti e sull’uguaglianza dei neri, e in generale degli esseri umani, ma anche perché in qualche modo ha anticipato la propria morte, ha raccontato la sensazione di essere accerchiato, e ha mostrato a caro prezzo cosa significhi partire dalla strada ed entrare nel tritacarne dell’industria, senza mai staccarsi dalle dinamiche feroci di quell’asfalto.
È un artista che ha cantato l’emancipazione, la lotta femminile, la famiglia. Lo ha fatto con pezzi come “Keep Ya Head Up” e “Dear Mama”, dedicata alla madre Afeni, alla quale però non fa sconti: parla anche dei suoi problemi di droga, dentro un ritratto che è caldo, affettuoso, ma mai idealizzato. E questo racconta molto di chi sia stato Tupac. Nonostante questi brani, si è ritrovato coinvolto in un processo per violenza sessuale, una ferita per lui più dolorosa e ingiusta del foro di un proiettile. “Thug Life” è un manifesto del suo equilibrio complesso: un tatuaggio sul ventre, un progetto con un nome gangsta che, per un gioco di acronimi, però voleva dare aiuto e voce agli emarginati. Ogni volta che sentiamo rappare Tupac percepiamo che dentro quelle parole c’è uno scontro, contro il mondo, ma anche contro se stesso. Si sente che lo sta facendo per qualcosa che va oltre i soldi o la carriera.Tupac è un simbolo, certo. Ma è il simbolo di un uomo che lotta. E forse è proprio per questo che, trent’anni dopo, continua a parlarci e a porci delle domande scomode su quale sia il nostro modo di esporci, di rompere il silenzio e di non tenere la testa bassa. Per approfondirlo, oltre alle sue canzoni, consiglio l’intervista che gli fece Paola Zukar per Aelle, dove emergono benissimo alcune delle sue affascinanti contraddizioni, e la biografia dell’amica Staci Robinson, “Tupac Shakur”, uscita in italiano per Edizioni Castello e voluta da sua madre Afeni. Dentro c’è tutto il roller coaster di questo grande artista.
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