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Bonobo contiene moltitudini

13.09.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Uno dei grandi dilemmi di chi fa un certo tipo di musica elettronica, quella più vicina alla forma canzone e al pop-rock, è il bilanciamento tra la parte suonata e quella più prodotta, tra il musicista “classico” e il producer.
Ci sono artisti che hanno trovato grandi soluzioni per album e show ibridi nel senso migliore del termine, in cui la musica fatta con una digital audio workstation si fonde senza soluzione di continuità con gli strumenti. Penso ai Kiasmos, a Caribou soprattutto dal vivo, ad Apparat e Moderat, ovviamente a Fred again... E poi c’è Simon Green, alias Bonobo, che in questo campo ha una reputazione solidissima, fatta di grandi album - a partire da “Black Sands”, che ha ormai 16 anni - e grandi show.

Bonobo non è certo l’unico artista elettronico a fare numeri importanti dal vivo: frequenta luoghi classici del pop-rock come il Red Rocks Amphitheatre o la Royal Albert Hall, dove ha fatto una residency di cinque serate, e contemporaneamente continua a fare il DJ. Se escludiamo chi arriva dalla dance più classica e dall’EDM, è probabilmente uno dei migliori candidati a un posizionamento sempre più mainstream mantenendo l’impronta di un’elettronica sofisticata, lontana dalle logiche più muscolari del genere. Un risultato che in parte ha già raggiunto, con diverse candidature ai Grammy.

“Distance in Static” conferma questo percorso. Non reinventa Bonobo: ripete e migliora una formula ormai consolidata, rendendola ancora più larga e accessibile senza snaturarla. Tiene assieme elettronica, suono organico, strumenti e tradizioni diverse e, soprattutto, diverse canzoni-canzoni affidate a vocalist molto differenti tra loro.
“Distance in Static” passa continuamente da brani costruiti sul ritmo e sulla produzione a pezzi in cui la voce prende il centro della scena, senza che le due anime sembrino appartenere a mondi diversi. Ci sono le voci di Arooj Aftab (“Fire on the Water”), Nilüfer Yanya e soprattutto Joy Crookes che in “Always on Your Side” segna il momento più pop, una canzone quasi lounge, dove l’elettronica si riduce a un beat. Ma poi c’è pure “Can’t You See” con Aanya Martin, dove elettronica e melodia si fondono in maniera più organica, e l’ambient senza beat accompagnata dalla voce di Ichiko Aoba in “Equinoctial”. Attorno a queste canzoni-canzoni c’è elettronica downtempo (la si può ancora chiamare così) infarcita di riferimenti alla cultura iraniana e a lingue come l’urdu e il giapponese, che si fondono con i suoni del mondo occidentale:  una parte significativa del disco è stata completata in un luogo classicamente rock, il Broken Arrow Ranch di Neil Young, in California.
Tutte queste moltitudini convivono dentro un linguaggio immediatamente riconoscibile. Green lo spiega con una frase che potrebbe essere il manifesto del disco: “Voglio rafforzare l’idea che si possa essere più di una cosa contemporaneamente”. Vale per lui, musicista e producer, artista live e DJ, ma vale soprattutto per la musica.

È una questione che attraversa da tempo l’elettronica contemporanea. Qualche tempo fa Apparat mi disse che dopo tanti anni “uno strumento è solo un’interfaccia”: un sintetizzatore, una chitarra o una voce servono tutti a modellare il tempo e l’emozione, e la distinzione su come il suono venga generato gli sembrava ormai superata. Pensare in maniera binaria a strumenti tradizionali ed elettronica è obsoleto per artisti come Bonobo - anche se rimane invece un tema per chi proviene, sia in ambito di produzione che di ascolto, da territori più tradizionali.

Bonobo sembra avere costruito buona parte della sua carriera esattamente su questa idea di continuità tra diversi mondi. Le parti più belle di “Distance in Static” probabilmente sono quelle puramente elettroniche come “Cycles”, ma tutto il disco funziona quando la distinzione tra i diversi mondi diventa quasi impossibile da percepire.
Il risultato è un disco molto Bonobo, forse persino prevedibilmente Bonobo. Ma non è necessariamente un limite: “Distance in Static” non è un album di rottura, è più il punto di arrivo di un artista che ha trovato un suo linguaggio e prova ad ampliarne ancora il raggio. Più elettronico e più suonato, più vicino al club e più vicino alla forma canzone. Moltitudini, come nella famosa frase di Whitman.

Bonobo è arrivato dove molti artisti della sua area musicale non sono mai arrivati: ha trovato un modo per allargare il pubblico senza dover scegliere da che parte stare.


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