«Siamo vite allo sbaraglio, sbando, schianto / dentro ogni mio sbaglio quanto ho pianto», canta Blanco al centro del palco del Palazzo dello Sport, avvolto da una nebbia di fumo. La voce di “Brividi” ha scelto i versi di “Ti voglio bene, uomo” per ripresentarsi al suo pubblico dopo un’assenza dai palchi “ufficiali”, quelli dei suoi concerti, che durava da tre anni. La canzone è la stessa che apre “Ma’”, l’album che all’inizio del mese ha segnato il ritorno sulle scene dell’(ex) enfant terrible del pop italiano: una scelta coerente, quasi programmatica, perché dentro quei versi c’è già tutto. La crescita, il cambiamento, i rimpianti, la nostalgia. Sono, in fondo, i temi intorno ai quali ruota non solo il disco, ma anche lo show che l’album ha ispirato e che Blanco sta portando in tour nei palasport, ristabilendo un legame con il pubblico.
Una dimensione pià controllata
Tra sold out e date multiple, la tournée — partita da Jesolo — ha fatto tappa ieri a Roma (stasera il bis), primo snodo cruciale in attesa della doppietta milanese all’Unipol Forum dell’11 e 13 maggio. Il concerto si costruisce come un percorso che parte dal caos emotivo, personale e artistico attraversato da Blanco e prova a dargli una forma. Dai “brividi” ai lividi e ritorno, verrebbe da dire, citando uno dei versi di “Piangere a 90”, la canzone con la quale un anno fa Blanco ha scelto di rompere il silenzio nel quale si era rintanato dopo i concerti negli stadi di Roma e Milano del 2023, dopo essersi visto catapultare nei due anni precedenti dalla sua cameretta al palco di Sanremo e dal palco di Sanremo a quello dell’Eurovision, bruciando le tappe e finendo inghiotitto da un’ascesa troppo rapida. L’avevamo lasciato che si fiondava in mezzo al parterre dell’Olimpico, rincorso e infine placcato dai fan, e a prendere a calci e a pugni elementi scenografici proprio come aveva fatto a Sanremo nell’esibizione della discordia su “L’isola delle rose”. Lo ritroviamo oggi alle prese con una dimensione più controllata, sotto tutti i punti di vista, con quello che di fatto è il suo primo tour nei palasport (nel 2022 dopo Sanremo si ritrovò subito nelle arene outdoor). Lo show, curato dal collettivo londinese Ombra, è essenziale, quasi crudo: palco classico, pochi elementi, Blanco al centro e intorno a lui la band composta dall’inseparabile Michelangelo, il suo produttore, Carmine Landolfi (batteria), Emanuele Nazzaro (basso), Giacomo Ruggeri (chitarra) e Gabriele Bolognesi (syntetizzatori, tastiere e sax). “L’isola delle rose”, “Paraocchi”, “Ladro di fiori”: gli bastano una manciata di canzoni per far entrare il concerto subito nel vivo. Ma la sensazione è che in questa nuova dimensione Blanco sembri un animale in gabbia.
Una cornice troppo rigida?
Non perché manchi energia: tutt’altro. La sensazione, però, è che quell’energia che da sempre caratterizza la sua musica non trovi mai uno sfogo reale. “Anche a vent’anni si muore”, “Fuori dai denti”, “Peggio del diavolo”: è come se ogni movimento di Blanchito fosse trattenuto prima del colpo di testa, ogni scatto interrotto prima della rottura. Il palco del palasport, troppo grande per enfatizzare la sua anima più selvaggia e da club ma allo stesso tempo troppo piccolo per contenere l’energia che sprigiona, finisce per diventare una cornice troppo rigida per un artista che ha costruito la propria identità proprio sull’imprevedibilità, sull’istinto, persino sull’errore. Paradossalmente, sembrava essere più a suo agio negli stadi, anche quando il passo era più lungo della gamba. La gabbia non è solo fisica, ma anche simbolica: «Il vero rock’n’roll, oggi, è la disciplina. E io sto imparando ad essere disciplinato», ha ripetuto nelle interviste concesse in occasione dell’uscita di “Ma’”. È la consapevolezza maturata dopo la caduta. Ma basta che si apra una piccola fessura affinché tutto salti e l’urgenza di esplodere abbia la meglio.
Le crepe
E così il vecchio Blanco, quello più disinibito e spericolato, fa capolino sulle note di “Belladonna”, facendo grossi salti sul palco e contercendosi. In “Maledetta rabbia” scende tra le transenne, si arrampica, si sporge sul pubblico con una GoPro attaccata al microfono che restituisce sui maxischermi un volto quasi luciferino, deformato dalla tensione e dall’adrenalina. “Pornografia”, in una versione pop-punk nervosa e accelerata, corre senza freni: Blanco attraversa il palco da una parte all’altra e per un attimo sembra davvero pronto a lanciarsi sulla folla. Desisterà. La disciplina lo richiamerà all’ordine, facendo sì che quella del vecchio Blanchito rimanga solo una presenza intermittente, che convive con un lato più controllato, più costruito, quasi trattenuto. Lui stesso, a un certo punto, si definisce “bipolare” — musicalmente parlando — e forse è la sintesi più onesta dello spettacolo: due anime che si rincorrono senza mai fondersi del tutto.
I duetti sono da rivedere
“Piangere a 90”, cantata piano e voce, è uno degli snodi cruciali della serata. «Non sento più il brivido, ora c’è un livido», sussurra, e dentro questi versi ci sono tutte le vicissitudini di questi anni. L’esibizione è da brividi. Non tutto, però, funziona allo stesso modo. La scelta di mantenere in scaletta i duetti “a distanza” lascia più di una perplessità. Se la presenza su disco di Mina su “Un briciolo di allegria” è accettabile per statura e storia, il “non duetto” con Gianluca Grignani — con la sua voce registrata e l’assenza fisica sul palco — su “Peggio del diavolo” finisce per risultare forzato: come si suol dire, una “cringiata”. Lo stesso vale per “Ricordi” con (anzi, senza) Elisa, “Mi fai impazzire” con Sfera Ebbasta e “Brividi” con Mahmood: momenti che spezzano il flusso invece di arricchirlo. Meglio, forse, sarebbe stato scegliere: o cantarli da solo o lasciarli fuori.
Un processo ancora in corso
C’è poi un momento più intimo, quasi irrisolto. Dopo “15 dicembre”, Blanco accenna a una riflessione sul gossip: «Fanculo a tutto il gossip inutile», sbotta. «Tutto quello che ho visto in giro è…», aggiunge poi, senza finire la frase. Si ferma. E quel non detto resta sospeso nell’aria. È una sospensione che accompagna anche il finale, con la jazzata “Un posto migliore” e “Ma’”. Perché questo ritorno è un processo ancora in corso, in costruzione. Blanco sembra aver ritrovato una direzione, ma la tensione tra controllo e istinto, tra forma e caos, resta tutta lì, visibile. È la tensione di un animale che ha imparato a stare nella gabbia, ma continua a mettere alla prova la solidità delle sbarre che la circondano. Sperando che prima o poi cedano.
"Ti voglio bene, uomo"
"L’isola delle rose"
"Paraocchi"
"Ladro di fiori"
"Anche a vent’anni si muore"
"Finché non mi seppelliscono"
"Fuori dai denti"
"Maledetta rabbia"
"Peggio del diavolo"
"Belladonna"
"Sai cosa c’è"
"Lucciole"
"Piangere a 90"
"Un briciolo di allegria"
"Ricordi"
"La canzone nostra"
"Nostalgia"
"Los Angeles"
"Blu celeste"
"Woo"
"Pornografia"
"Notti in bianco"
"15 dicembre"
"Mi fai impazzire"
"Brividi"
"Un posto migliore
"Ma'"
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