Birthh non fa musica per sopravvivere, ma per vivere. “Senza fiato” è un album che scuote, morde, che non sta mai fermo. Dopo tre progetti in inglese, l’artista classe 1996, sospesa tra Italia e New York, cerca una nuova identità in un disco coprodotto da Chef P: un magma sonoro impossibile da incasellare, dove convivono alternative pop, urban e cantautorato. È un disco che somiglia a New York, la città che l’ha accolta e trasformata. È caotico, disperato, felice, triste, lucente. È il riflesso di Birthh, ma anche di una generazione intera, che in questo disordine emotivo può riconoscersi. Lo presenterà dal vivo in tour.
Alice, il passaggio all’italiano è stato anche un modo per liberarti da certe sovrastrutture?
No, in realtà l’inglese non è mai stato un peso per me. Non l’ho mai vissuto come un modo per nascondermi o per non dire davvero quello che pensavo o sentivo, anche perché è una lingua che conosco molto bene, in modo profondo, quasi viscerale. È una lingua che sento. I miei sogni, per esempio, sono ancora oggi divisi perfettamente tra inglese e italiano.
Quindi come è avvenuto il passaggio?
Succede qualcosa di diverso quando parli la lingua dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, quella che usi fin da bambino. Scatta qualche cosa che si lega alle radici, all’identità. I miei genitori sono italiani, non bilingui, e questo ha un impatto molto più complesso su di me rispetto all’idea dell’inglese come “maschera”. Ho iniziato a scrivere in italiano in modo naturale, anche grazie agli ascolti. Dopo anni in cui, da quando avevo scoperto MTV alle medie, ascoltavo quasi solo musica in inglese, trasferirmi a New York mi ha fatto riscoprire la musica italiana, anche per un bisogno di vicinanza a casa.
Un esempio?
In America ho capito il valore della musica italiana, un valore che avevo sempre dato per scontato: bastava far ascoltare Mina ai miei amici americani per rendermene conto. Da lì è iniziata una ricerca, che mi ha portato dentro un’Italia piena di bellezza, anche musicale, che mi appartiene da sempre. In famiglia si ascoltava Gino Paoli, Mina, Battisti. Scrivendo in freestyle, mi sono ritrovata a usare l’italiano e certe melodie più legate a quella tradizione.
Ti ha trasformato?
Mi ha fatto crescere molto, perché l’italiano ti costringe a lavorare di più sulle immagini e a osservare la tua vita in modo diverso. Alla fine ne esce qualcosa di più vero, più onesto, anche se ci arrivi passando da un’altra strada: il disco è questo.
L’album ha un approccio molto hip hop.
L’hip hop è sempre stato un punto di riferimento per me, prima di tutto da ascoltatrice. Ricordo che alle elementari avevo scoperto Fabri Fibra e avevo avuto una specie di illuminazione. Poi sono arrivati l’hip hop americano e alcune cose inglesi, e ho capito che quel linguaggio, diretto, ritmico, mi apparteneva molto. Io amo il ritmo e penso che sia uno strumento potentissimo per veicolare anche messaggi complessi.Questo disco, nella sua accezione positiva, è “caos creativo”?
Sono una persona molto caotica di natura. Col tempo ho capito che non è necessariamente un difetto: quel caos che sento dentro può avere anche un valore. Forse è anche per questo che mi sono trovata così bene a New York. È una città che non è una cosa sola: è tante cose insieme, eppure resta sempre se stessa. Mi riconosco molto in questa idea, anche a livello musicale.
Con la musica insegui i colori della vita?
Sì, mi interessa esplorare le sfumature, mescolare linguaggi diversi. Per esempio, “Inferno” ha un beat molto hip hop, ma c’è di più, ci sono anche degli archi. “Canyon” parte da un’impronta garage, ma poi si apre su una melodia molto italiana. Sono incontri tra mondi diversi che nascono in modo abbastanza istintivo, e che razionalizzo solo dopo.
Quanto è stato determinante lavorare con Chef P?
Lui viene puramente dal rap. Io sono andata da lui con demo in cui c’erano elementi ritmici che non seguivano il beat in modo tradizionale, creando qualcosa di molto scuro e non sempre facile da ascoltare. Il rischio è che, se il messaggio non arriva, tutta quella complessità diventi un limite. Ed è qui che è stato fondamentale lavorare con Chef P. Ha avuto la sensibilità di capire subito cosa volevo fare, ma allo stesso tempo di mettere tutto in equilibrio. Abbiamo passato tre settimane in studio a Brooklyn, rendendo tutto più essenziale.
Le canzoni devono funzionare anche senza sovrastrutture?
Io tendo a “over-produrre”, cioè a usare la produzione per risolvere problemi strutturali o di scrittura. Questa volta invece volevo che i pezzi stessero in piedi da soli. È una cosa che ho imparato da London O'Connor: se una canzone non funziona con basso, batteria e voce, allora c’è un problema di struttura.
La scrittura invece?
Produrre e arrangiare mi viene naturale, mentre scrivere testi è molto più faticoso. Per questo è stato importante lavorare con Veronica Carotta, che ha una grande sensibilità per le parole. In generale, per questo disco mi sono sentita fortunata: avevo intorno persone che credevano davvero nel progetto.
Cos’è per te “Senza fiato”?
È un’espressione che racchiude due poli opposti della mia vita recente. Da una parte c’è la corsa, l’ansia, la sensazione di non riuscire a stare dietro a tutto. È qualcosa che vedo molto anche intorno a me: tutti corrono, ma non è sempre chiaro verso cosa. Dall’altra parte c’è lo stupore. Mi è capitato di recente, a Salerno: mi sono fermata sul lungomare, ho pranzato lì e sono rimasta senza fiato davanti a un paesaggio. Succede anche con un tramonto, con le stelle, con la luna. In quei momenti penso a quanto sia incredibile avere gli strumenti, gli occhi, il corpo, la mente, per percepire tutto questo.
È un titolo con più letture.
“Senza fiato” tiene insieme entrambe queste dimensioni. Per questo mi sembrava il titolo più giusto, anche se all’inizio era solo il primo brano scritto, senza un’idea precisa di disco.
Questo è un disco che prende a morsi la vita: è un modo per essere grati all’esistenza?
Io penso che il pubblico non sia affatto scemo. Forse, da un lato, oggi c’è meno attenzione, questo è vero. Ed è una cosa su cui rifletto spesso: proprio per il discorso della gratitudine, secondo me l’attenzione delle persone, in questo momento, non è qualcosa che si può dare per scontata. Va conquistata, va catturata, soprattutto se pensi di avere un messaggio che può arrivare, che può aiutare. E nel momento in cui riesci a catturare quell’attenzione, allora lì entra in gioco la responsabilità: devi fare le cose bene. È quello che, secondo me, fa davvero la differenza. Per questo il modo per dire “grazie” è fare le cose al meglio delle mie possibilità. Poi magari questo disco uscirà e non fregherà niente a nessuno. Magari avrò sbagliato tutto. Però, almeno, avrò fatto esattamente quello che volevo fare.
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