“Una storia di sogni infranti, ambizioni esagerate, traumi infantili, autodistruzione, redenzione e un’irresistibile voglia di bruciare tutto. Un’odissea street rock fatta di decibel, cocaina, sesso, violenza, tradimenti e amicizie ferite. Ma anche di arte, purezza e momenti di assoluta bellezza creativa”
Con queste parole l’editore Il Castello presenta l’uscita nella collana Chinaski della nuova edizione, aggiornata al 2016, della biografia "Guns N’ Roses. The truth" di Ken Paisli, già tradotta nel 2010. Per gentile concessione, ne pubblichiamo qui di seguito un estratto.
Due giorni e trenta ore consecutive di prove dopo, Axl, Izzy, Duff, Slash e Steven caricano un furgone e partono per il primo tour dei Guns N’Roses.
Dopo un centinaio di miglia il furgone si ferma sull’Interstatale 5. Con fare irreprensibile i cinque scendono, prendono gli strumenti e si mettono in cammino lungo la strada con indosso i vestiti del tour. Gli altri strumenti restano a bordo insieme a Danny, un amico che li accompagna in veste di tour manager, che cercherà di aggiustare il furgone e raggiungerli quanto prima. Trovata una stazione di servizio, Duff telefona a Kim Warnick dei Fastbacks, la band per cui devono aprire durante la prima data, per spiegargli la situazione. La Warnick rassicura il vecchio amico: i Guns potranno usare gli strumenti dei Fastbacks.
Il problema, adesso, è trovare qualcuno disponibile a portare in giro cinque musicisti con la faccia da delinquenti, i capelli lunghi e gli abiti sgargianti. Preso atto del fatto che ottenere passaggi da automobilisti “normali” è impossibile, i ragazzi tentano con l’unica categoria professionale matta e sregolata almeno quanto le rockstar: i camionisti. E fanno centro, trovando un tizio disposto a portarli fino a Medford, Oregon, in cambio di tutto quello che i ragazzi hanno in tasca. Una somma abbastanza modesta, appena trentasette dollari.
Ma c’è un problema, e bello grosso. Izzy, che forse è il più sgamato dei cinque in storie di droga, lo nota appena mette piede a bordo: il camionista è strafatto di speed, le pupille degli occhi grosse come palle da biliardo e la parlata sciolta che neanche Marshall Mathers quando fa freestyle. Da almeno un paio di giorni è sveglio e, alla guida di un camion gigante, non rappresenta certo uno spot alla sicurezza sulla strada.
Spregiudicati, giovani e pazzi, i Guns decidono di rischiare: Seattle va raggiunta a qualunque costo. Stipati nella cabina di quel bestione a diciotto ruote, la vita nelle mani di un camionista strafatto di anfetamine.
“Quando la band ha iniziato, c’è stato il famigerato viaggio a Seattle. Abbiamo fatto l’autostop… Dovrebbero provare tutti a trovare l’intesa sul retro di un semirimorchio di un metro e mezzo per tre, con cinque ragazzi e niente soldi, be’... è stato come un test per vedere se tutti potevano andare d’accordo sul lungo periodo…” – racconterà Izzy a Circus Magazine nel settembre 1988.
Dopo trecentoventi chilometri senza una sosta e trascorsa la terza notte di fila senza dormire, dalle parti di Sacramento il camionista inizia a dare segni di squilibrio. Vuole riposarsi un po’? Dormire qualche ora? Assolutamente no, necessita solo di rifornirsi di speed. Per questo scarica i ragazzi di fronte al palazzo del Municipio, ripromettendo di andarli a prendere entro una mezzora, e svanisce col suo camion alla disperata ricerca delle pasticche.
I ragazzi – certi che quel pazzo li abbia mollati lì, senza soldi e con ormai nessuna speranza di raggiungere in tempo Seattle – stanno per cadere preda dello sconforto. Ma la fatina del rock non abbandona mai i giovani musicisti, soprattutto quando sono determinati e predestinati a grandi cose. Neanche venti minuti dopo il tizio torna a riprenderli, sveglio e pimpante per aver trovato quello che gli serve.
Ed ecco i Guns di nuovo sulla strada.
L’effetto dello speed stavolta dura poco e nel pomeriggio le occhiaie del camionista, la fronte sudata e la parlata biascicata tornano ad ammorbargli il volto, non facendo presagire nulla di buono. Su suggerimento di Duff e insistenza degli altri, alla fine l’uomo decide di accostare per riposarsi un paio d’ore, mentre i ragazzi fanno due passi in giro per sgranchirsi le gambe. Hanno fame e voglia di farsi un goccetto, ma nessuno di loro ha più il becco di un quattrino. Solo Izzy non dà segni d’insofferenza: merito della riserva di eroina che si è portato dietro e che non gli fa sentire più di tanto la fame e i vari disagi.
Dopo un paio d’ore, con il camionista ripresosi quel tanto che basta per guidare, si procede per altri duecentoquaranta chilometri, fino a Medford. Per l’uomo il viaggio è finito e non può trasportarli oltre. È domenica sera e i Guns sono di nuovo a piedi.
Senza soldi, la loro unica speranza è fare l’autostop direttamente in autostrada, sperando di trovare qualcuno così pazzo e con abbastanza posto da caricare cinque scoppiati. Dopo parecchi tentativi andati a vuoto, un contadino messicano su un piccolo pick-up Datsun li carica a bordo. Nel suo stentato inglese il buon uomo dice ai ragazzi che li porterà fino a Eugene, in Oregon. Sfortunatamente, non può mantenere la parola: dopo pochi chilometri è chiaro a tutti che quel piccolo e mal ridotto pick-up non regge il peso, con i parafanghi a premere sulle ruote facendo saltare pezzi di gomma.
Di nuovo in strada, a camminare nella notte con i pollici in alto verso la città più vicina. Che tanto vicina non è, visto che dopo quasi un’ora di cammino i Guns si trovano nel bel mezzo di uno sterminato campo di cipolle. E, quando hai fame, anche le cipolle crude aiutano a riempire lo stomaco. Problema della cena risolto. Ma della città nemmeno l’ombra, e intanto i cinque continuano a camminare per tutta la notte. Sono stanchi, assetati, preoccupati e in preda allo sconforto. Ma proprio nel momento di massima disperazione, un enorme pick-up accosta lungo la strada.
Scendono due donne sulla trentina e invitano i ragazzi a salire dietro. Sono due mezze hippy, che ben conoscono la tristezza di camminare nella notte buia senza soldi e in cerca di un passaggio. Vedendo i ragazzi affamati e al verde, i due angeli si fermano alla prima stazione di servizio e comprano loro dei sandwich e delle birre, offrendosi poi di accompagnarli fino a Portland.
Miracoli che capitano, non sempre, ma capitano.
A Portland trovano ad aspettarli Donner, un amico di Duff pazzo e scapestrato, che si diletta a coltivare marijuana negli uffici abbandonati del Comune. È lui a caricarli a bordo per portarli finalmente a Seattle.
Dopo quel viaggio della speranza, gli amici di Duff preparano un caloroso benvenuto per il loro amico e i suoi compagni di band, con tanto cibo, alcol e marijuana. Manca solo l’eroina, e questo per Izzy è un problema. La sua scorta sta
per finire e tutto vuole fuorché trovarsi a dover suonare in astinenza. Per questo si fionda a tutta forza sul buffet, ingurgitando una quantità in-dustriale dei celebri biscotti alla marijuana che è solito cucinare Donner. Anche Axl li mangia, ma più per fame che per voglia di sballarsi. I due ignorano quanto sia forte l’erba del posto e mezz’ora dopo finiscono paralizzati sul divano, in preda alla paranoia più nera. Duff li trova raggomitolati, con gli occhi sbarrati e terrorizzati. Ci vogliono alcune ore e un sacco di birre per far scendere a Izzy e Axl l’effettodei biscotti!
Due giorni dopo, in uno scalcinato locale chiamato Gorilla Garden, i Guns N’ Roses si esibiscono davanti a una decina di spettatori, tutti amici del vecchio giro di Duff.
L’8 giugno 1985 aprono invece per i Fastback alla Omni Room di Seattle.
Si presentano solo tredici persone. Il gestore del locale non li sta aspettando e quindi non ha comunicato la data della loro esibizione. I duecentocinquanta dollari a spettacolo che Duff aveva pattuito al telefono non ci sono, e riescono a intascarne a malapena cinquanta. Ottengono comunque in omaggio un po’ di birra e una serie di buoni per McDonald’s.
Duff: “Fu lì che la band nacque davvero. Eravamo tutti insieme. Eravamo fuori dalla nostra città e suonavamo malissimo. Non avevamo nessun mezzo per tornare indietro e dovevamo chiedere un passaggio a qualcuno. Fu orribile. Dopo tutto lo sapevamo: quella era la realtà”.
“I Guns N’ Roses avevano lasciato Seattle portandosi dietro parti di due o tre gruppi diversi, per poi formare un’entità unica” – aggiungerà Slash. S’instaura in quei giorni un legame forte e bizzarro fra i ragazzi del gruppo, un legame che si svilupperà ulteriormente nei cinque anni successivi.
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