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"Bass persuades", la recensione: ma una vera Miley Cyrus esiste?

20.09.2026 Scritto da Mattia Marzi

Dieci tracce, dieci modi diversi di essere Miley. “Bass persuades” è prima di tutto questo: un disco costruito sulla convivenza delle molte versioni di Miley Cyrus che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi quindici anni. La popstar non sembra più interessata a scegliere quale pelle indossare. Preferisce metterle tutte insieme. C'è la Miley spudoratamente pop della title track, che guarda al synth-pop degli Anni '80 e a chi quel suono lo ha riportato al centro del mainstream, ovvero Lady Gaga. C'è la Miley delle ballate, più rock in “Let's get married”, più melodica in “Orbit”. C'è quella che non ha mai smesso di sperimentare, la stessa che nel 2015 aveva spiazzato tutti pubblicando un disco art rock insieme ai Flaming Lips e che qui riemerge in “Different religion”, con i Model/Actriz, e in “Neon signs”, insieme ad Andrew Wyatt dei Miike Snow. E poi c'è la Miley dance, quella che lascia che sia la cassa dritta a prendere il controllo in “Aftermath” e “Innocent ways”. Sono registri diversi, a volte lontani, che "Bass persuades", disco numero dieci della sua carriera, prova a far convivere senza trasformarli necessariamente in una dichiarazione programmatica.

Al centro del progetto c'è una storia d'amore, ma Cyrus insiste nel descriverla come qualcosa di «mai monodimensionale», fatto di «sfumature e livelli diversi». «L'amore è dinamico e complesso», dice. «È qualcosa che possiamo sentire profondamente con il cuore anche quando non riusciamo sempre a spiegarlo con la mente». Poi, tirando in ballo la biologia molecolare, arriva perfino la definizione di «comprensione cellulare». Meglio tornare alla musica: è nelle canzoni, più che nelle spiegazioni, che il concetto trova una forma. O quantomeno ci prova, a trovarla. La musica di "Bass persuades" racconta una popstar che non vuole più liberarsi delle proprie identità precedenti. Vuole farle convivere. Viene da citare Taylor Swift: «I'm sorry, the old Miley can't come to the phone right now. Why? Oh, 'cause she's dead». Il punto, però, è che nel caso di Cyrus abbiamo perso il conto delle volte in cui è morta e rinata. Artisticamente, s'intende. La prima grande morte è quella di Hannah Montana: era il 2013 e l'ex stellina Disney decideva di chiudere in soffitta il personaggio che l'aveva resa famosa, insieme alla versione di sé che quel personaggio rappresentava. Da allora la carriera di Cyrus è stata un ottovolante: la svolta country di “Younger Now”, nel 2017, quella rock di “Plastic Hearts”, nel 2020, la consacrazione di “Flowers”, nel 2023, e poi “Something Beautiful”, nel 2025. Una, nessuna, centomila Miley. 

Adesso arriva “Bass persuades”, che inaugura una nuova "era" - sempre per restare nel territorio di Swift - della sua discografia. Non è un modo di dire: terminato il contratto con Columbia con "Something beautiful", disco tanto ambizioso quanto commercialmente poco appetibile, Cyrus è entrata nel roster di Warner. L'annuncio è arrivato appena un mese fa e nessuno si sarebbe aspettato di ritrovarsi così presto davanti a un nuovo album. Invece eccolo qui. Il concept sembra dialogare con una certa idea di pop contemporaneo. Per tutta la sua carriera Cyrus ha trattato la propria identità artistica come qualcosa di modificabile, consapevole del rischio di rimanere intrappolata in una versione di sé. Hannah Montana era una gabbia dorata. “Bangerz” la fuga da quella gabbia. “Younger Now” una nuova definizione di sé. “Plastic Hearts” un altro travestimento, stavolta con la t-shirt dei Sex Pistols. “Flowers” la dimostrazione che tutte quelle trasformazioni potevano produrre una forma compiuta. In questo senso “Bass persuades” sembra stare a Miley Cyrus come “Mayhem” è stato alla stessa Lady Gaga: un progetto in cui le diverse identità non vengono necessariamente cancellate, ma ricomposte. Sulla copertina di “Mayhem”, Gaga si guardava di fronte a uno specchio in frantumi. «Anche se non riesci a rimettere insieme i pezzi perfettamente, puoi creare qualcosa di bello e completo a modo suo», spiegava. Vale, almeno in parte, anche per Miley.

Il paragone con Gaga, però, resta un azzardo. Gaga ha fatto della trasformazione una vocazione, quasi una disciplina artistica. Miley, invece, è sembrata spesso trasformarsi in risposta alla propria immagine precedente. Le sue metamorfosi sono state numerose, ma non sempre altrettanto visionarie. Ed è forse proprio qui che “Bass persuades” trova la sua ragione d'essere. Per la prima volta Miley Cyrus sembra meno interessata a uccidere la versione precedente di sé e più intenzionata a farle sedere tutte allo stesso tavolo. Dopo anni passati a chiedersi quale Miley sarebbe arrivata dopo, questa volta la domanda sembra essere un'altra: una vera Miley esiste?


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