“Non riusciamo quasi a credere alla quantità di affetto che questa ristampa ha ricevuto dai nostri fan”, hanno raccontato a “Music Week” Keren Woodward, Sara Dallin e Siobhan Fahey, tornate insieme almeno simbolicamente attorno a un disco che quarant’anni fa contribuì a cambiare la storia delle Bananarama senza riuscire, all’epoca, a ottenere in patria un risultato all’altezza della sua fortuna internazionale. “Il 1986 è stato un anno davvero speciale per le Bananarama. Anche se 'True Confessions' non è stato il nostro album di maggior successo nel Regno Unito, è stato quello di maggior successo a livello mondiale e tornare a rivivere quel periodo è stato molto nostalgico per tutte noi”.
Quarant’anni dopo la sua pubblicazione, “True Confessions” ha avuto una seconda occasione. La ristampa celebrativa uscita lo scorso 28 agosto ha riportato il terzo album delle Bananarama nella classifica britannica, prima al numero 3 nell’aggiornamento infrasettimanale e poi al numero 6 nella graduatoria definitiva, con 8.462 unità. Al tempo della sua uscita, nel 1986 il disco si era fermato al numero 46. La distanza è esattamente di quaranta posizioni e questa volta il risultato gli ha consegnato anche un primato, perché “True Confessions” è diventato l’album in studio delle Bananarama con il miglior piazzamento di sempre nel Regno Unito, superando il numero 7 raggiunto dal debutto “Deep Sea Skiving” nel 1983. La raccolta “The Greatest Hits Collection”, arrivata al numero 3 tra il 1988 e il 1989, resta invece il disco del gruppo più alto in assoluto.
Il risultato racconta qualcosa in più di una ristampa andata bene, riportando al centro un album che si trovò esattamente nel punto in cui la prima storia delle Bananarama, cresciuta tra punk, post-punk, istinto e una concezione quasi artigianale del pop, cominciò a trasformarsi nella macchina internazionale che avrebbe attraversato la seconda metà degli anni Ottanta.
Il pop DIY delle Bananarama
Quando Sara Dallin e Keren Woodward lasciarono Bristol per Londra nel 1980 erano ancora adolescenti. Nella capitale incontrarono Siobhan Fahey, mentre Dallin e Fahey studiavano giornalismo al London College of Fashion e Woodward lavorava alla BBC. Prima che arrivassero le classifiche, MTV e i grandi produttori, ci furono una sistemazione precaria alla YWCA e l’incontro con Paul Cook dei Sex Pistols, che offrì a Dallin e Woodward un posto dove stare sopra la vecchia sala prove della band in Denmark Street.
Anche il nome raccontava qualcosa di quell’ambiente. “Bananarama” nacque almeno in parte da “Pyjamarama” dei Roxy Music, mentre le tre si muovevano dentro la Londra che aveva appena attraversato l’esplosione punk e stava trasformandola nel post-punk. Frequentavano concerti, salivano sul palco per set improvvisati o per fare cori e si ritrovarono intorno a musicisti e gruppi come The Monochrome Set, The Professionals, Subway Sect, Iggy Pop, Department S, The Nipple Erectors e The Jam. Prima di diventare uno dei nomi più riconoscibili del pop britannico degli anni Ottanta, le Bananarama nacquero quindi molto più vicine alla cultura "Do it yourself" che a quella del gruppo costruito da una casa discografica.
Nel 1981 le Bananarama registrarono come primo demo “Aie a Mwana”, cover dei Black Blood cantata in swahili. Il brano arrivò alla Demon Records e poi aprì alla band la strada verso la Decca, destinata a diventare London Records. Un articolo pubblicato da “The Face” attirò quindi l’attenzione di Terry Hall, che dopo gli Specials aveva formato i Fun Boy Three. Le Bananarama parteciparono a “It Ain’t What You Do (It’s the Way That You Do It)”, entrata nella Top 5 britannica nel 1982, e poco dopo i Fun Boy Three ricambiarono comparendo in “Really Saying Something”.
Il passaggio dall’underground alle classifiche avvenne in fretta, senza però cancellare l’impostazione con cui il trio si era formato. “Deep Sea Skiving” arrivò nel 1983 e portò con sé “Shy Boy”, “Really Saying Something” e la loro versione di “Na Na Hey Hey Kiss Him Goodbye”. L’anno successivo il secondo album “Bananarama” allargò ulteriormente il raggio d’azione, mentre “Robert De Niro’s Waiting...” raggiunse il numero 3 nel Regno Unito e “Cruel Summer” trovò negli Stati Uniti una seconda vita grazie anche all’inclusione nella colonna sonora di “The Karate Kid”.
Dietro l’immediatezza di quei singoli c’era già qualcosa di meno leggero di quanto l’immagine del gruppo suggerisse. “Rough Justice”, per esempio, nacque dopo l’uccisione a Belfast di Thomas Reilly, road manager delle Bananarama e fratello di Jim Reilly degli Stiff Little Fingers. Il trio aveva imparato presto a mettere questioni più serie dentro una struttura pop che poteva sembrare spensierata in superficie, un contrasto che avrebbe assunto ancora più peso in “True Confessions”.
Anni dopo, parlando con Official Charts nel 2022 in occasione del ritorno con Keren Woodward per un nuovo album a nome Bananarama, intitolato "Masquerade", Sara Dallin avrebbe descritto con chiarezza il modo in cui le tre avevano affrontato quella prima fase della carriera. “All’inizio non sapevamo davvero cosa stessimo facendo, era tutto completamente nuovo, ma cercavamo comunque di mantenere il più possibile il controllo. Non eravamo un gruppo costruito a tavolino, quindi scrivevamo la nostra musica e ci vestivamo come volevamo, ma non sapevamo nulla dell’industria musicale”.
Quella della band era un’autonomia spesso sottovalutata proprio perché esercitata da tre giovani donne all’interno del pop. “A volte siamo state messe da parte o non siamo state prese sul serio perché eravamo donne, ma questo dice molto su com’era la società negli anni Ottanta”, ricordò Dallin nella stessa intervista. “Eravamo serie quanto qualsiasi altra band in circolazione, ma alcune persone ci vedevano semplicemente come delle ragazzine che facevano pop. Quando ci ripenso, mi fa arrabbiare parecchio. Le persone dovrebbero essere rispettate indipendentemente dal loro genere”.
Woodward fu ancora più netta e ricordò: “Negli anni Ottanta l’industria musicale non era inclusiva. Abbiamo dovuto lottare il doppio per ottenere qualsiasi cosa, ma all’epoca ci limitavamo a concentrarci su quello che potevamo fare e andavamo avanti. Abbiamo sempre difeso ciò che volevamo fare”.
“True Confessions”, quarant’anni dopo
Quando Keren Woodward, Sara Dallin e Siobhan Fahey arrivarono al terzo disco, quella determinazione diventò decisiva. “True Confessions” uscì il 30 giugno 1986 e nacque come un disco attraversato da due idee di pop che non coincidevano perfettamente. Nove degli undici brani furono prodotti da Tony Swain e Steve Jolley, già al fianco delle Bananarama nei primi album. Gli altri due furono affidati a un trio di produttori che stava cominciando a costruire il proprio dominio sul pop britannico, Mike Stock, Matt Aitken e Pete Waterman.
La divisione non fu soltanto tecnica. Il materiale di Jolley e Swain manteneva un’impronta più seria, a tratti rock, e continuava a usare la forma pop per affrontare relazioni in crisi, inquietudini personali e questioni sociali. “Ready or Not” e “Promised Land” guardavano alle difficoltà dei rapporti, “Hooked on Love” affrontava la dipendenza dalle droghe e “In A Perfect World” si muoveva dentro la disillusione di una generazione più giovane. “Dance With a Stranger” si spingeva invece verso un sophisti-pop venato di jazz, mentre “A Trick of the Night” rallentava il passo per raccontare con toni più oscuri la storia di un amico costretto a cercare di sopravvivere per le strade della città.
Poi arrivavano “Venus” e “More Than Physical” e l’album cambiava improvvisamente prospettiva. Il primo, non era un’idea nata in studio nel 1986 e la canzone, pubblicata originariamente nel 1969 dagli Shocking Blue, faceva parte da tempo del repertorio delle Bananarama. Quello che mancava era il modo per trasformare "Venus" in qualcosa che appartenesse completamente a Keren Woodward, Sara Dallin e Siobhan Fahey e, soprattutto, un singolo capace di sbloccare quello che Fahey avrebbe ricordato molti anni dopo come “il nostro difficile terzo album”.
La soluzione arrivò ascoltando “You Spin Me Round (Like a Record)” dei Dead or Alive, quando le tre rimasero colpite dal lavoro di Stock Aitken Waterman e decisero che quella poteva essere la strada per “Venus”. Rintracciarono i produttori nel loro studio di Borough e proposero una versione hi-NRG del brano, ma l’intuizione non trovò immediatamente il consenso che si potrebbe immaginare conoscendo il risultato finale. Jolley e Swain non erano convinti, gli stessi Stock Aitken Waterman inizialmente dubitarono che potesse funzionare e, secondo il racconto di Dallin, neppure la London Records accolse l’idea con particolare entusiasmo. Le Bananarama, però, insistettero. “Venus” non fu una hit consegnata a un gruppo in attesa di istruzioni, ma divenne quindi il risultato di un’idea che Dallin, Woodward e Fahey decisero di portare avanti nonostante le resistenze. La scommessa funzionò oltre ogni previsione e negli Stati Uniti la canzone raggiunse il numero uno della "Billboard Hot 100" e diventò il maggiore successo internazionale delle Bananarama.
Anche dentro “True Confessions” l’arrivo di “Venus” conserva ancora qualcosa di brusco, presentandosi come la sesta traccia che nell’edizione originale apriva il secondo lato del disco, e dopo cinque brani costruiti secondo la sensibilità di Jolley e Swain introduce una scarica elettronica che sembra anticipare un’altra versione delle Bananarama. “More Than Physical”, anch’essa prodotta dagli Stock Aitken Waterman, rende ancora più evidente quella direzione. È proprio in questa frizione che “True Confessions” conserva una parte del suo interesse quarant’anni dopo. Non fu ancora il disco completamente immerso nella produzione Stock Aitken Waterman che sarebbe arrivato con “Wow!”, ma ne conteneva già il punto di svolta. Da una parte sopravviveva il gruppo nato nella Londra post-punk, abituato a scrivere e a cercare la propria strada quasi per tentativi. Dall’altra compariva la formula dance-pop che avrebbe trasformato definitivamente l'immagine del trio e dato inizio alla fase più spettacolare della carriera.
Il successo di “Venus” cambiò gli equilibri, tanto che Stock Aitken Waterman avrebbero quindi assunto un ruolo centrale nel disco successivo e il rapporto con quel sistema produttivo, diventato sempre più strutturato, avrebbe contribuito anche alle tensioni che precedettero l’uscita di Fahey dal gruppo nel 1988. “True Confessions” rimase così sospeso esattamente nel mezzo, con un piede nelle Bananarama degli inizi e l’altro nella band che stava per diventare una presenza costante nelle classifiche internazionali.
La storia di “True Confessions” nelle classifiche
Il paradosso è che proprio il disco che contribuì a spalancare alle Bananarama il mercato internazionale ebbe in patria un percorso sorprendentemente modesto. “True Confessions” entrò nella classifica britannica il 19 luglio 1986 al numero 46, che rimase anche la sua posizione più alta, almeno fino a ora. Nelle settimane successive scese al 55, poi al 77, al 92 e al 93, uscendo dalla Top 100 dopo appena cinque settimane.
Nello stesso momento “Venus” stava raccontando una storia molto diversa, e mentre l’album debuttava al numero 46, il singolo figurava al numero 8 nel Regno Unito, la posizione più alta raggiunta in patria. “True Confessions” non fu quindi un album pubblicato quando la canzone aveva ormai esaurito la propria spinta. “Venus” era nel pieno della sua corsa e “More Than Physical” sarebbe arrivata come singolo poco dopo, ma quella popolarità non si trasformò in un risultato equivalente per il disco. Intanto, fuori dalla Gran Bretagna il quadro si presentava leggermente diverso. Negli Stati Uniti “True Confessions” raggiunse il numero 15 della "Billboard 200", ancora oggi il miglior risultato americano per un album delle Bananarama, e ottenne il disco d’oro. In Canada, il terzo progetto discografico delle Bananarama fu certificato platino, mentre in Svizzera arrivò al numero 6. Lo stesso gruppo, nello stesso momento e con lo stesso album poteva quindi occupare la Top 20 americana, entrare nella Top 10 svizzera e fermarsi al numero 46 nel proprio Paese.
Non c’è un’unica spiegazione per quella distanza che presenta una situazione diversa dello stesso album. Promozione, radio, distribuzione e abitudini d’acquisto cambiavano da mercato a mercato, mentre nel Regno Unito le Bananarama avevano costruito un rapporto particolarmente forte con il formato del singolo che non sempre si traduceva nella stessa misura sulle vendite degli album. Ma c’era anche una questione di percezione, soprattutto in una parte della stampa musicale britannica, che tendeva a leggere il trio come un fenomeno pop leggero anche quando i crediti e i contenuti delle canzoni raccontavano altro.
Dallin, Fahey e Woodward comparivano tra gli autori di otto degli undici brani di “True Confessions” e nella loro produzione avevano già affrontato argomenti molto più pesanti dell’immagine che veniva attribuita loro. Eppure Dallin ha ricordato di essersi sentita chiedere durante alcune interviste se le Bananarama avessero mai pensato di scrivere da sole le proprie canzoni. In un’altra occasione raccontò che, mentre “Venus” si preparava a raggiungere il numero uno negli Stati Uniti, l’“NME” domandò ad Andy Warhol quale fosse la cosa più importante che stava accadendo a New York in quel momento, e la sua risposta fu Bananarama.
Anche le condizioni con cui attraversarono quella fase raccontano quanto fosse lontana la realtà dall’immagine di un gruppo pop a cui tutto arrivava facilmente. Durante la promozione di “True Confessions”, Woodward era incinta e affrontò il tour promozionale americano quando era già intorno al sesto mese. Nel libro “Really Saying Something”, Keren avrebbe ricordato di essere stata male per buona parte di quel periodo e di aver percepito la gravidanza come un problema agli occhi di alcune persone della casa discografica. Poche settimane prima della nascita del figlio, Woodward partecipò inoltre alle riprese notturne di “A Trick of the Night”, senza che, secondo il suo racconto, venissero fatte particolari concessioni per le sue condizioni.
Anni dopo, a margine dell'intervista rilasciata nel 2022 a Official Charts, Keren Woodward avrebbe ricordato anche il clima più generale con cui le donne venivano considerate nell’industria. “Quando avevo 26 anni ricordo di aver letto una recensione in cui si diceva ‘Ormai si stanno avvicinando ai 30 anni, una di loro sta avendo un bambino e dovrebbero ritirarsi’. Questo era l’atteggiamento nei confronti delle donne all’epoca. Avevi una finestra di opportunità molto limitata", spiegò Keren: "Semmai, abbiamo sempre combattuto contro questa mentalità per dimostrare che quelle persone si sbagliavano. Questo è sempre stato il nostro atteggiamento. Siamo persone creative che vogliono fare musica, perché mai dovremmo smettere a 30 o 40 anni?”.
La risposta, quarant’anni dopo, è arrivata anche dalle classifiche grazie alla nuova edizione di “True Confessions”, per cui l'album originale è stato rimasterizzato e ampliato attraverso un cofanetto. Dopo essere comparso al numero 3 nell’aggiornamento infrasettimanale della Official Albums Chart, “True Confessions” ha chiuso la settimana al numero 6 con 8.462 unità, quaranta posizioni sopra il picco raggiunto nel 1986. L'album ha così superato il numero 7 di “Deep Sea Skiving” del 1983 ed è diventato, a quarant’anni dall’uscita, l’album in studio delle Bananarama arrivato più in alto nella classifica britannica.
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