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Bad Seeds: “I Depeche Mode? Ci copiano sempre…”

05.12.2025 Scritto da Gianni Sibilla

“Scusa il casino, è praticamente un anno che sono in tour, ho appena traslocato in campagna e non sono ancora riuscito a smaltire gli scatoloni”. Il tour è quello dei Bad Seeds, che verrà documentato in “Live god”, in uscita il 5 dicembre, e che proseguirà tra Australia ed Europa nel 2026 (con una data alla Prima Estate in Italia). Lui è Jim Sclavunos, membro storico dei Bad Seeds: è in formazione dal ’94, persino da più tempo di Warren Ellis, l’altra anima carismatica del gruppo.
Quando gli faccio notare che lo stesso giorno anche i Depeche Mode pubblicheranno un album dal vivo, sorride: “Davvero? Ci copiano sempre...”. Da Sclavunos (che ha suonato con Sonic Youth, Cramps e molte altre band) ci siamo fatti raccontare questa fase dei Bad Seeds, e perché valeva la pena documentarli in un album dal vivo.

Cosa c’è di così speciale in questa incarnazione dei Bad Seeds?
Naturalmente, la mia sensazione è che ogni versione dei Bad Seeds sia stata speciale. Una delle cose più evidenti è che, mentre siamo entrati nel XXI secolo, abbiamo infranto la barriera del genere: c’è Carly Paradis alle tastiere, ci sono le coriste… Non siamo più la classica banda di uomini cupi e vestiti di nero. Abbiamo ampliato i nostri confini. I membri relativamente più recenti come Carly e Larry Mullins alla batteria e George Fajestica alla chitarra e Colin Greenwood al basso, ovviamente, stanno portando qualcosa di veramente fresco.
È incredibile come i Bad Seeds possano suonare diversi da un album all’altro, anche con la stessa formazione: ora stiamo esplorando nuovi tipi di stile e di suono, è parte di come funzioniamo: andiamo dove ci porta la scrittura di Nick.

Vedendo la band dal vivo, mi è sembrato di percepire un’evoluzione che unisce un approccio spirituale alla consueta energia cruda. Sei d’accordo?
Mi sembra un buon modo di dirlo. C’è qualcosa di innato nell’approccio che Nick, Warren Ellis ed io abbiamo in tutti i gruppi di cui abbiamo fatto parte. Una tendenza a rendere le cose viscerali, cercare una rappresentazione del rischio o un senso di pericolo nell’espressione musicale. Nick è la guida, come frontman è lui a spingere l’approccio in questa direzione, verso l’esterno e cercando di coinvolgere il pubblico a non solo stare seduti.

L’altro cambiamento che hai menzionato, uno di quelli che ha fatto notizia, è l’arrivo al basso di Colin Greenwood dei Radiohead. Ha cambiato le dinamiche del gruppo dal tuo punto di vista?
È un musicista molto diverso da Martin Casey, che è il bassista storico dei Bad Seeds. Sono entrambi dei musicisti incredibili, ma non voglio definire Colin in maniera troppo specifica. Il suo linguaggio è diverso: Colin suona linee di basso più elaborate e articolate, mentre Martin ha un tocco più leggero e massiccio. Una delle cose che hanno definito i Bad Seeds è che ogni musicista ha un background diverso. Non voglio parlare a nome di Colin, ma penso che per lui possa essere particolarmente interessante essere nei Bad Seeds perché l’unica altra band in cui ha suonato è stata quella dei Radiohead.

I Bad Seeds hanno pubblicato diversi album dal vivo e film concerto. Qual è l’importanza di questa dimensione per voi?
Si tratta di una sorta di foto istantanea della musica, di come si è evoluta in un particolare momento: c’è una netta differenza tra il modo in cui le canzoni suonano negli album e il modo in cui prendono una forma diversa dal vivo. Nel corso di una tournée, il brano si trasforma in vari aspetti e vengono introdotte nuove idee e un diverso tipo di energia si lega ad alcune parti della canzone.
Non si viene a un concerto solo per ascoltare una replica dell’album in studio. Si viene per vedere e sperimentare qualcosa che è l’album in studio e poi molto di più. Non si tratta solo di vedere Nick che salta in giro e le persone che si dimenano con i loro strumenti, si tratta anche di un’evoluzione della musica.

Rispetto alla scaletta avete omesso alcuni dei classici come “Mercy Seat”.
Beh, ci sono già abbastanza versioni dal vivo di certe canzoni. Eravamo più interessati a raccontare un universo alternativo dell’album in studio.

Lo stesso giorno in cui pubblicherete il vostro album dal vivo, anche i Depeche Mode pubblicheranno un album dal vivo.
Davvero, non lo sapevo. Ci copiano sempre… (ride)

Ritieni che ci sia una sorta di revival del live album?
In un certo senso è paradossale, perché ci sono molte versioni dal vivo di cose prontamente disponibili su YouTube tramite gli smartphone: oggigiorno siamo sommersi dai contenuti. Ma rimangono un biglietto da visita per i prossimi tour: “Ehi, ecco cosa abbiamo fatto negli ultimi due anni. Potresti venire con noi e unirti alla festa”. È anche un po’ un souvenir, credo, per le persone che sono andate a quei concerti. Anche nel caso che uno pensi “Ero così ubriaco che non ricordo nulla, ma almeno ho il disco…”. In tempi di contenuti digitali è un oggetto fisico che puoi accarezzare e mostrare ai tuoi amici.
Personalmente, mi piace ascoltare gli album dal vivo, magari non quelli in cui suono, anche se a volte li uso come punto di riferimento, come se non riuscissi a ricordare quello che ho fatto sul palco. Pensa ai Beatles.

I Beatles hanno smesso di suonare dal vivo presto nella loro carriera...
Credo che i Beatles abbiano perso qualcosa in questo senso, sai? A un certo punto hanno deciso: “Non possiamo produrre dal vivo quello che facciamo in studio, quindi diventeremo una band da studio”. Ed è comprensibile perché quello che stavano esplorando era un mondo tutto nuovo di musica pop. Certo, c’erano circostanze particolari: la beatlemania, e la tecnologia di studio che era più avanzata di quella che potevi usare sul palco. Ma d’altra parte mi chiedo cosa sarebbe potuto uscire dalle versioni live di quelle canzoni…


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