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22simba, nel segno di nonna “Miria”: “I dubbi mi danno forza”

17.09.2026 Scritto da Claudio Cabona

22simba è un rapper capace di distinguersi, in modo naturale, per l’attitudine affamata di vita e per la scrittura. Non ha bisogno di ricorrere a improbabili trovate o a operazioni di marketing per impressionare. Classe 2002, Andrea Meazza arriva dalla provincia, da Saronno. Quel "22" è un omaggio a Cranio Randagio, rapper morto purtroppo a 21 anni, nell'anno in cui avrebbe dovuto compierne 22. Ha scelto quel numero pensando a lui. Che fosse un giovane capace di svettare, lo avevamo già raccontato quando Marracash gli ha dato fiducia, facendo un feat con lui su “Fanculo” e portandoselo dietro nel tour dei palazzetti di fine 2025. Ora pubblica un disco, in uscita venerdì 18 settembre, che porta il nome di sua nonna, "Miria", ed è diviso in tre atti che raccontano un percorso di consapevolezza. Il primo atto è "Arricchiti", il secondo è "Miria", quello più denso e sentimentale, e il terzo è "Provinciali". Per presentare il progetto, che al suo interno ha collaborazioni con Promessa, Gué, Tedua, Sayf, 18K e Paky, arriva accompagnato dal suo cane e non da un codazzo di persone o addetti ai lavori.

Tua nonna “Miria”, nel disco, è un simbolo di felicità e di vita semplice, distante dal tuo e, in generale, dal nostro modo di vivere. Inviti chi ascolta a cercare la propria “Miria”? 
L’album finisce, forse, per farlo trasparire. Ma il messaggio in realtà è diverso: non voglio dire a nessuno di essere in un modo preciso, quel tipo di approccio non mi appartiene. Il disco è diviso in tre atti: ogni atto rappresenta un momento preciso della mia vita. 

Quali?
Il primo è un momento “altissimo”, che mi ha lasciato spaesato, in cui ho raggiunto la possibilità di fare musica a certi livelli. Poi è arrivato il secondo, la parte centrale, quella in cui mi chiedo se tutto questo mi appartenesse, mentre la terza parte invita più a una ricerca personale. Non dico “sii così” ai miei fan, ma piuttosto “ascolta i tuoi dubbi”, “cerca quello che ti fa felice davvero”. 

Ognuno ha la sua felicità?
Senz’altro. C’è una frase che, forse, racchiude tutto questo ed è: “fai tutto ciò che sei in grado per sentirti pieno davvero”. 

I dubbi sono centrali nel disco, ma alla fine però c’è anche una certezza, che esce in “Victory lap”: essere chi davvero si è, trovare la propria dimensione nel mondo, qualunque essa sia.
Io scavo continuamente dentro me stesso, questo mi porta a pormi tantissime domande. Una cosa l’ho capita: che conoscersi è una ricerca costante. Sono giovane, non so chi sarò tra magari un anno. Il mio non essere arrivato a ciò che voglio diventare e allo stesso tempo anche il non limitarmi a ciò che sono, rappresentano alcuni dei grandi insegnamenti di Miria. Mia nonna, per me, è un disincanto. 

Nel disco c’è il rap, ma ci sono anche episodi più melodici, rock e strumentali e un momento urlato su “Non era”. L’esplorazione umana di cui parli, si riflette anche nella musica?
Questo discorso me lo ha fatto pure Tedua. Mi ha detto: “noi veniamo dal rap, ma non dobbiamo limitarci, dobbiamo essere curiosi”. Anche qui i dubbi sono stati importanti: io, a parte il rap, sono ignorante sul resto della musica e voglio conoscere, voglio sperimentare, il tutto per arrivare a essere sempre più coinvolgente e interessante dal vivo. Per questo mi sto anche circondando di musicisti. 

I dubbi ti danno forza?
Sembra paradossale, ma è così, perché non sono paranoie, ma domande costruttive. Il disco ha un bel mix musicale, credo, perché quei dubbi mi hanno spinto ad aprirmi. 

Hai spiegato che il disco è diviso in atti: nel primo si trova “Freedom”. Come lo racconteresti? 
È una cerniera tra il primo e il secondo atto. Il primo atto è provocatorio, l’ho scritto proprio per fare incazzare le persone. C’è ostentazione, c’è il racconto dell’“arricchito”. “Freedom”, poi, esplica bene la questione: l’ostentazione economica nasce dal desiderio dell’emarginato di mostrare che ha ottenuto qualcosa, da qui spesso nascono gli eccessi. Ma anche questa ostentazione e questa rabbia, alla fine, vengono messe in dubbio. 

Nel secondo atto c’è “Ne vale la pena” con Sayf, che è un pezzo d’amore. In questo momento del disco escono di più i sentimenti? 
È un brano sincero. Io ho lavorato al progetto in modo no feat, senza immaginarmi ospiti. Tutte le barre degli ospiti sono davvero parti inedite, in più, rispetto all’originale. Con Sayf ci conosciamo da tempo. Credo che questo pezzo faccia ben capire la sottotrama di “Miria”.

Cioè?
L’album porta il nome di mia nonna, ma non racconta la sua storia, non sarebbe stato giusto e neppure rispettoso. Non volevo in alcun modo speculare sul suo vissuto. In “Soldi e mattoni” inizio a parlare d’amore e, nel nucleo centrale del disco, quel sentimento diventa sempre più marcato, fino a “Ti darò”. Sono pezzi in cui indago le relazioni e sono frutto dei ragionamenti che ho fatto, partendo da mia nonna come “simbolo”. 

Alla fine, nel terzo atto, sembri tornare alle origini, alla provincia, a un vivere che ti appartiene. L’album è un cerchio
Non è un cerchio, è uno zampirone (ride, ndr): torno al punto di partenza, ma cambiato. 

“Non era” è un pezzo rock urlato. Hai anche quella attitudine?
Probabilmente sì, ma ne ho poca cultura. Per questo voglio mettermi in gioco e provare anche pezzi così. Volevo fare un album che non fosse una bomboniera, come i lavori precedenti, ma che contenesse più anime. E ci sta pure che alcuni fan rimangano un po’ straniti davanti a determinate sfaccettature. Il messaggio è chiaro: io non so che artista diventerò, per questo ho necessità e voglia di sperimentare, è quello che mi tiene vivo. 

Hai fatto un lavoro importante sulle melodie. Alcuni fan la prenderebbero male se tu decidessi di andare a Sanremo? 
Non ho mai nascosto il mio rispetto per Sanremo. Ho fatto anche una promessa a mio nonno su questo. Io vengo da una famiglia molto “manuale”, sono l’unico che ha preso una strada “artistica”. I miei nonni non vedono il mondo della musica in cui io sono calato, non vedono che sto andando bene nel settore, una delle poche cose che riconoscono è quando un cantante va in tv, a Sanremo. È un parametro che hanno tanti nonni.

Quindi lo farai?
Quando sarò sicuro di farlo, sì. Con il pezzo giusto e il quadro preciso, sì. In un brano di questo disco dico proprio che i miei amici non mi ci vogliono a Sanremo (sorride, ndr). E io invece sono qui a dirti che sì, ci penso, e sicuramente, come promesso a mio nonno, lo farò. Secondo me molti fan lo hanno già capito, ma sanno anche che non tradirò mai chi sono e la mia musica.

Il concept del disco è nato durante la lavorazione o avevi già tutto in testa prima di scrivere le canzoni?
Si è formato anche durante il processo. Io vivo dei momenti, ho delle emozioni, ma non riesco a raccontarle subito, ho bisogno di staccarmi da quelle sensazioni, analizzarle con il tempo. Quando sono in studio e ripenso a quei picchi emotivi, allora sì che provo a scriverli e a raccontarli. È un processo, quasi un gioco psicologico. La musica mi aiuta a capire. Il tema della semplicità, che affronto in questo album, non è arrivato come un fulmine a ciel sereno, è frutto di quel processo.


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