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“100 Club Punk Special”: quando il punk divenne un movimento

18.09.2026 Scritto da Elena Palmieri

“Il punk era, ed è, molto più di un riff di chitarra di tre accordi e di un taglio di capelli. L’importanza di quel movimento continua a vivere e a risuonare ancora oggi”, ha sottolineato Jeff Horton, proprietario dello storico locale londinese 100 Club, in un’intervista a “Far Out”. Proprio tra le mura di quella venue al 100 di Oxford Street, nel cuore di Londra, cinquant’anni fa il punk britannico smise di essere soltanto una somma di gruppi, concerti sparsi e nuovi codici che stavano prendendo forma e si presentò come qualcosa di più vicino a un movimento. Il 20 e 21 settembre 1976, otto band salirono sul palco e diedero vita a un evento live battezzatto “100 Club Punk Special”. Molti dei gruppi che si esibirono non avevano ancora un contratto discografico, alcuni erano praticamente agli inizi e uno di questi, formato dalla cantante Siouxsie Sioux e dal bassista Steven Severin, noto semplicemente come Siouxsie and the Banshees, non aveva mai tenuto un concerto. Quelle due serate non inventarono il punk, ma contribuirono in maniera decisiva a renderlo visibile, a dargli un luogo, dei protagonisti e un’immagine destinata a uscire rapidamente dall’underground.

Il Big Bang del punk

Il terreno era già pronto quando il rock britannico della metà degli anni Settanta appariva a una parte delle nuove generazioni sempre più distante, ingombrante e professionale, mentre da New York arrivavano segnali diversi e a Londra si muovevano gruppi che cercavano un linguaggio più diretto. Pochi mesi prima, il 4 giugno 1976, i Sex Pistols avevano suonato davanti a poche decine di persone alla Lesser Free Trade Hall di Manchester, in uno di quei concerti entrati nella storia anche per ciò che avrebbero innescato tra il pubblico. Da quella scena sarebbero passati o sarebbero nati diversi protagonisti della musica britannica successiva, mentre gli stessi Buzzcocks presero forma proprio nel clima creatosi intorno a quelle esibizioni.

A settembre, però, il quadro diventò più nitido e il promoter Ron Watts, che organizzava concerti al 100 Club, coinvolse Malcolm McLaren, manager dei Sex Pistols, e costruì con lui una due giorni capace di riunire sotto lo stesso tetto alcuni dei gruppi che stavano definendo il nuovo linguaggio. Un ruolo importante nella diffusione dell’evento lo ebbe anche Caroline Coon, giornalista di “Melody Maker”, che seguì e sostenne con attenzione quella scena ancora in formazione.

Il programma del 20 settembre riuniva Subway Sect, Siouxsie and the Banshees, Clash e Sex Pistols, mentre la sera successiva sul palco sarebbero saliti gli Stinky Toys arrivati da Parigi, Chris Spedding & The Vibrators, Damned e Buzzcocks. Letta cinquant’anni dopo, sembra una line-up costruita a posteriori per raccontare la nascita del punk britannico. Nel 1976, invece, quasi tutti quei nomi dovevano ancora incidere i dischi che li avrebbero consegnati alla storia. Anche per questo il “100 Club Punk Special” rappresentò qualcosa di diverso da un normale festival, perché non c’era ancora una forma definita da rispettare e non esisteva un canone punk già consolidato. Al contrario, proprio la precarietà e l’improvvisazione contribuirono a definire quelle serate. Ron Watts avrebbe ricordato anni dopo che “erano semplicemente persone che salivano sul palco e cercavano di fare qualcosa”.

L’esempio più evidente arrivò da Siouxsie and the Banshees, che il 20 settembre tennero il loro primo concerto in assoluto. La formazione comprendeva Siouxsie Sioux e Steven Severin, con Marco Pirroni alla chitarra e un allora sconosciuto Sid Vicious alla batteria, e non aveva un vero repertorio da portare sul palco. Ne uscì una performance largamente improvvisata costruita intorno a una lunga reinterpretazione del “Padre Nostro”, più vicina per certi aspetti alla performance art che alla struttura tradizionale di un concerto rock. Quella formazione durò pochissimo, ma la serata segnò l’inizio pubblico di un gruppo che negli anni successivi avrebbe preso le distanze dall’ortodossia punk e sarebbe diventato fondamentale per lo sviluppo del post-punk e delle sue diramazioni più oscure.

Anche la seconda serata mantenne lo stesso carattere precario. I Vibrators, gruppo appena nato e ancora alle prese con la scrittura del proprio materiale, vennero coinvolti come accompagnamento di Chris Spedding. I musicisti impararono alcuni suoi brani in camerino poco prima di salire sul palco, senza il tempo per una vera prova. Più che un difetto organizzativo, quella mancanza di preparazione finì per rispecchiare perfettamente una delle idee che il punk stava portando con sé, ovvero che per prendere uno strumento, salire su un palco e creare qualcosa non fosse necessario aspettare il permesso dell’industria o raggiungere una perfezione tecnica prestabilita.

Fu anche la concentrazione di persone dentro e intorno al 100 Club a rendere quelle due serate uno spartiacque. Tra il pubblico c’erano futuri protagonisti di altre storie musicali come Paul Weller, Shane MacGowan, Viv Albertine, Chrissie Hynde, Jah Wobble, David J e Kevin Haskins, oltre a Vivienne Westwood e ad altri esponenti del giro che gravitava attorno a Malcolm McLaren e alla boutique Sex. Il 100 Club diventò per due sere un punto di incontro tra musicisti, futuri musicisti, stilisti, giornalisti e persone che di lì a poco avrebbero contribuito a estendere quell’estetica ben oltre i confini del genere musicale.

Anche la stampa si accorse che stava succedendo qualcosa. L’apertura della recensione pubblicata da “Melody Maker” descrisse “la fila di 600 persone che si estendeva per due isolati” come “la prova indiscutibile che stava per iniziare un nuovo decennio del rock”. A posteriori, proprio questa è una delle ragioni per cui il “100 Club Punk Special” è stato spesso raccontato come il Big Bang del punk britannico. Il movimento aveva antenati, precursori e una storia già cominciata altrove, ma quelle due giornate concentrarono in uno spazio ridottissimo una parte consistente delle persone che avrebbero definito il suo primo capitolo.

“Quando suonammo al 100 Club Festival, eravamo agli inizi del punk e sapevi che quei concerti sarebbero esplosi e avrebbero spedito la musica e il mondo in un altro universo. Dovevi ripensare completamente la tua coscienza e il significato della musica e del suo potere”, ha ricordato Steve Diggle dei Buzzcocks a “Far Out”.

La mitologia nata attorno all’evento non deve però cancellarne gli aspetti meno celebrabili. Durante il set dei Damned, nella seconda serata, Sid Vicious lanciò un bicchiere che si frantumò contro una colonna vicino al palco, ferendo gravemente a un occhio una ragazza. Vicious venne arrestato e trascorse alcuni giorni in carcere. L’episodio anticipò anche il rapporto problematico che una parte della prima scena punk avrebbe sviluppato con la violenza e con un’immagine nichilista che, nel giro di pochi anni, avrebbe finito per diventare essa stessa uno stereotipo.

Il peso storico del “Punk Special”, però, andò oltre la breve durata della prima ondata. Il 100 Club continuò a ospitare il punk anche quando molti altri locali cominciarono a considerarlo una presenza scomoda e negli anni successivi accolse diverse generazioni di gruppi, trasformando quelle due serate in una parte essenziale della propria identità. “Nel corso degli anni siamo stati in prima linea in moltissime diverse concezioni musicali. La politica musicale del locale è sempre stata molto varia. Siamo orgogliosi di essere un ‘locale musicale’ piuttosto che limitarci a promuovere soltanto uno o due dei tanti aspetti della musica. Ma si può tranquillamente dire che quelle due giornate siano probabilmente ciò che ha forgiato lo spirito e l’etica del club, che ancora oggi continuano a vivere”, ha spiegato Horton.

La portata di ciò che accadde il 20 e 21 settembre 1976 si sarebbe capita soprattutto dopo. I Clash avrebbero allargato il vocabolario punk assorbendo reggae, dub, rock’n’roll e musica americana, i Buzzcocks avrebbero unito velocità e urgenza a una scrittura melodica destinata a lasciare tracce profonde nel pop e nel rock indipendente, i Damned avrebbero continuato a trasformarsi e Siouxsie and the Banshees avrebbero contribuito a spalancare le porte del post-punk. I Sex Pistols, intanto, sarebbero diventati l’immagine più immediatamente riconoscibile dell’esplosione del 1976 e del 1977. Più che fissare un unico suono, dunque, il “100 Club Punk Special” mise nella stessa stanza artisti che avrebbero poi dimostrato quanto differenti potessero essere le direzioni nate da quella prima rottura.

“100 Club Punk Special”, 50 anni dopo

Cinquant’anni dopo, il 100 Club ha deciso di celebrare quella storia tornando esattamente alle date da cui tutto era partito. Il 20 e 21 settembre 2026 il locale ospiterà due nuove serate pensate non come una semplice rievocazione nostalgica, ma come un collegamento tra ciò che il punk rappresentava nel 1976 e le forme che può assumere oggi.

Anche il prezzo dei biglietti è diventato parte dell’operazione. L’ingresso costa 1,50 sterline, esattamente quanto quello del “Punk Special” originale del 1976. Per le due serate sono stati scelti come headliner gli Sprints e i Maruja, mentre gli artisti di supporto sono stati tenuti segreti in vista dell’annuncio previsto per il 19 settembre.

Il 20 settembre toccherà agli irlandesi Sprints, che negli ultimi anni hanno costruito il proprio percorso tra tensione post-punk, chitarre abrasive e un’attitudine ancora legata alla dimensione fisica del concerto. Dopo l’esordio “Letter To Self” del 2024 e “All That Is Over” del 2025, nel 2026 il gruppo ha continuato a pubblicare nuova musica, compreso il singolo “Trickle Down”. Il giorno successivo saranno invece i Maruja a guidare la seconda serata. La formazione di Manchester ha portato nel proprio esordio “Pain To Power”, uscito nel 2025, un linguaggio in cui l’urgenza punk incontra jazz, improvvisazione e crescendo strumentali, mostrando quanto la definizione del genere possa ancora oggi essere elastica.

“Siamo davvero onorati di prendere parte alle celebrazioni di uno degli eventi più importanti del movimento punk”, hanno dichiarato i Maruja: “Suonare nel leggendario 100 Club dopo tutti questi anni, con tutta l’energia della storia racchiusa in quella sala, renderà la serata davvero speciale”.

La scelta delle due band serve così a evitare l’effetto museo. Non si tratta di ricreare la line-up del 1976 né di stabilire quanto il punk contemporaneo debba assomigliare a quello dei Sex Pistols, dei Clash o dei Damned. Il punto è piuttosto utilizzare lo stesso palco per mostrare che alcune delle idee associate a quella stagione, dalla libertà di contaminare linguaggi diversi alla necessità di mettere in discussione formule consolidate, possono continuare a essere rielaborate da musicisti che non erano neppure nati quando il “100 Club Punk Special” entrò nella storia.

È la stessa prospettiva rivendicata dal 100 Club nel presentare il cinquantenario. Secondo Horton, il punk resta “il genere e la sottocultura più importanti che il Regno Unito, o chiunque altro, abbia mai prodotto o inventato” e la sua durata nel tempo rappresenta una prova della sua capacità di andare oltre la musica. Parlando della scelta della line-up del 2026, il proprietario del locale ha spiegato che “i suoi valori distintivi, il suo stile, la sua musica straordinaria, la moda e la sua etica lo separano nettamente dalla cultura mainstream. E queste band rappresentano perfettamente ciò che il punk significa nel 2026 e la sua continua rilevanza come movimento ancora oggi”.

Nel settembre del 1976, difficilmente qualcuno tra le seicento persone stipate nel 100 Club avrebbe potuto sapere con precisione quale forma avrebbe assunto tutto ciò che stava accadendo. Molti dei gruppi sul palco non avevano ancora pubblicato i dischi per cui sarebbero diventati famosi e alcune delle persone tra il pubblico dovevano ancora fondare le proprie band. Cinquant’anni dopo, è proprio quella condizione di movimento ancora aperto, imperfetto e non completamente definito a spiegare perché quelle due notti continuino a essere ricordate. Il “100 Club Punk Special” non consegnò al punk una formula da ripetere. Gli diede uno spazio in cui dimostrare che le formule potevano essere distrutte.


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