Teatro

Paolo Ruffini

01.10.2026 Scritto da Daniela Giliberti

Attore, regista, autore e instancabile sperimentatore, Paolo Ruffini continua a portare nei teatri italiani uno spettacolo che mescola comicità, emozione e riflessione. Nella nuova stagione lo ritroviamo protagonista di progetti diversi ma accomunati da uno sguardo originale sulla realtà: da Din Don Down, che sfida il concetto di normalità attraverso l'ironia e l'inclusione, a Il Badante, nuova tappa di un racconto che trae ispirazione dalle relazioni quotidiane, fino a Le donne non fanno ridere, spettacolo provocatorio che gioca con uno dei luoghi comuni più radicati del mondo della comicità. In questa intervista abbiamo incontrato Paolo Ruffini per parlare di teatro, pregiudizi, libertà di espressione e del potere del sorriso, cercando di scoprire cosa si nasconde dietro una comicità che, da sempre, fa ridere ma anche pensare.

 

D: Dopo Il Babysitter arriva Il Badante: cosa ti affascina del raccontare figure quotidiane che spesso diamo per scontate ma che, in realtà, diventano protagoniste delle nostre vite? 

R: Il Badante ha la stessa struttura de Il Babysitter: entrambi nascono da una riflessione sulla fede. Se in Din Don Down il tema è la fede in Dio e ne Il Babysitter la fede passa attraverso la figura di Babbo Natale, ne Il Badante lo sguardo si sposta sul futuro e su ciò che lasciamo dopo di noi. In scena ci saranno quattro persone anziane che, attraverso il loro testamento, proveranno a raccontare non solo quello che lasciano, ma soprattutto ciò in cui credono. Trovo questo tema estremamente affascinante. Viviamo in una società molto consumistica e mi capita spesso di chiedermi: tutta la roba che compriamo oggi, tra cento anni dove sarà? Forse le uniche cose che davvero ci appartengono sono quelle che doniamo agli altri. L'amore, gli affetti, le relazioni: probabilmente è questo che resta e che dà senso alla nostra esistenza. Mi interessava esplorare questi argomenti attraverso persone che spesso vengono messe ai margini. Gli anziani, a volte, sono trattati come qualcosa di ingombrante, mentre custodiscono storie, esperienze e domande che riguardano tutti noi. Frequentando molte città italiane, mi capita di osservarli e di pensare a quanto poco spazio venga dato alle loro voci. Da qui nasce il desiderio di portarli al centro del racconto. Sono molto felice dell'interesse che stiamo riscontrando già dalle prime prevendite. Ho la sensazione che Il Badante possa rappresentare una tappa importante, sia per Vera Produzioni sia per il mio percorso artistico. C'è poi un altro aspetto che mi entusiasma particolarmente: con Il Badante stiamo continuando un esperimento iniziato con Il Babysitter, ovvero trasformare un contenuto nato nel linguaggio del podcast in un vero spettacolo teatrale. Non si tratta di registrare un podcast a teatro, ma di tradurne temi, ritmo e linguaggio in una forma scenica nuova. Credo che questo sia un territorio molto interessante per il futuro dello spettacolo dal vivo. Oggi la promozione del teatro è una sfida diversa rispetto al passato: una volta si guardavano i manifesti per strada, oggi si guardano gli schermi. Creare un ponte tra podcast e teatro significa anche avvicinare nuovi pubblici e costruire un dialogo più diretto con le persone. È una contaminazione che può fare bene sia al teatro sia all'intero sistema culturale.

D: Con Din Don Down affronti temi profondi come il concetto di normalità e persino quello di Dio attraverso la comicità. Pensi che oggi l'umorismo riesca ancora a far riflettere più di tanti dibattiti seri? 

R:Assolutamente sì. Anzi, credo che spesso la comicità riesca a far riflettere molto più della serietà. A volte vedo persone che parlano di cultura, di società o persino di politica senza avere un vero contatto con la realtà quotidiana. Si rischia di parlare al proprio ego, ai propri simili, dimenticandosi del pubblico e delle persone reali. Carlo Verdone diceva che un artista smette di esistere quando smette di prendere l'autobus. È una frase che mi porto dietro da anni, perché descrive perfettamente il rischio di uno scollamento dal mondo reale. L'ironia, invece, ti costringe a restare in contatto con le persone, ad ascoltarle, a osservare come vivono e cosa sentono. Oggi è più complesso usare alcuni linguaggi, ma continuo a pensare che si possa fare. Lo dimostra anche il fatto che porto in scena uno spettacolo come Din Don Down, che parla di Dio, di spiritualità e di normalità insieme ad attori con sindrome di Down. Se cinque anni fa avessi proposto un progetto del genere, probabilmente molti mi avrebbero detto che era troppo rischioso. Oggi, invece, è uno degli spettacoli che sta ottenendo i risultati più importanti. Questo mi conferma che il pubblico non vuole soltanto ciò che conosce già. Ha bisogno di essere sorpreso, emozionato, portato in territori nuovi. Per questo, nel promuovere Din Don Down, non ho mai puntato soltanto sulla risata. Ho puntato soprattutto sull'emozione. Per anni ho invitato il pubblico a "staccare la spina e farsi una risata"; oggi mi viene da dire l'opposto: attaccatevi alla spina, emozionatevi, concedetevi anche di commuovervi. Credo che il vero problema non sia il rischio di essere criticati. Il problema è averne paura. Chi fa questo mestiere deve accettare l'idea di non piacere a tutti. I commenti negativi fanno parte del gioco e, in un certo senso, sono persino salutari. Se cerchi di piacere a chiunque, finisci per fare sempre le stesse cose, gli stessi spettacoli, gli stessi film. È lì che nasce il vero appiattimento culturale. L'ironia resta uno degli strumenti più potenti che abbiamo: può affrontare temi delicatissimi, persino la fede. E, paradossalmente, ho scoperto che spesso Dio è molto meno permaloso di tante persone. Bisogna solo avere il coraggio di raccontare ciò che si sente davvero, senza preoccuparsi troppo di essere approvati da tutti. Quello, oltre che impossibile, sarebbe anche terribilmente noioso.

D: In un'epoca dominata da reel, podcast e contenuti veloci, cosa ti spinge ancora a credere nel teatro come luogo d'incontro e di confronto? 

R:Il teatro è uno degli ultimi luoghi in cui le persone scelgono davvero di dedicare tempo e attenzione a qualcosa. Certo, non sempre succede, ma per un paio d'ore il pubblico è disposto a mettere da parte notifiche, social network e distrazioni. Se uno spettacolo funziona, riesce ancora a compiere una piccola magia: staccare le persone da Instagram e da WhatsApp e portarle dentro una storia. Già questo, oggi, è qualcosa di straordinario. Dopo il Covid abbiamo capito ancora meglio una cosa: il cinema lo puoi sostituire, la televisione è un elettrodomestico che hai in casa, ma il teatro non è sostituibile. Il teatro è un'esperienza. Devi uscire, scegliere di esserci, condividere lo stesso spazio con altre persone. È un rito collettivo che nessuna tecnologia è riuscita a replicare. C'è poi un aspetto molto concreto: quando qualcuno compra un biglietto teatrale sta facendo un investimento emotivo. Decide di dedicare una serata a qualcosa che spera possa sorprenderlo, farlo riflettere, emozionare. Contrariamente a quanto si pensa, il pubblico non cerca solo comodità; cerca anche esperienze che lascino un segno. Negli ultimi anni ho visto un fenomeno molto interessante: sempre più persone entrano in teatro attraverso linguaggi diversi. Penso ai divulgatori, ai podcast, ai creator che riescono a portare sul palcoscenico pubblici nuovi. È una strada che abbiamo cercato di percorrere anche noi come produzione, perché dimostra che il desiderio di incontrarsi dal vivo è più forte di quanto immaginiamo. Il teatro, in fondo, offre una cosa che nessun altro mezzo può dare: la presenza. Ti permette di vedere una persona in scala uno a uno, senza filtri, senza schermi, senza mediazioni. Non è piccola come in televisione e non è gigantesca come al cinema: è vera. E questa autenticità continuerà ad avere valore sempre. Dal mito della caverna di Platone fino a oggi, l'essere umano ha sempre avuto bisogno di riunirsi per ascoltare storie. Il teatro continua a soddisfare questo bisogno primordiale. Ti basta che si apra un sipario per scoprire un mondo nuovo. Per qualche ora accetti di lasciarti guidare da una storia, di credere a una finzione che però riesce a raccontare una verità. Per questo non credo che il teatro morirà mai. Anzi, penso che resterà sempre uno dei mezzi di comunicazione più potenti e contemporanei. Finché avremo la capacità di emozionarci, di immaginare e di sognare insieme, il teatro continuerà a esistere. E su questo, almeno per ora, nemmeno l'intelligenza artificiale può competere. 

D: Le donne non fanno ridere è un titolo volutamente provocatorio. Qual è il pregiudizio più duro da combattere oggi nel mondo dello spettacolo e della comicità? 

R:Il primo pregiudizio da combattere è proprio quello contenuto nel titolo, che ovviamente lo spettacolo si diverte a smentire. Mi sembrava talmente assurdo da essere quasi lapalissiano. La verità è che le donne fanno ridere eccome, semplicemente spesso lo fanno attraverso codici, sensibilità e punti di vista diversi. La comicità non è una questione di genere, ma di linguaggio. Esistono forme di comicità più fisiche e altre più narrative, più emotive o più legate all'osservazione. È sempre stato così. Pensiamo alla vecchia immagine della buccia di banana: per tradizione si rideva di qualcuno che cadeva. Oggi forse, vedendo una donna inciampare, l'istinto immediato è più quello di darle una mano che quello di ridere. Ma questo non significa che le donne siano meno comiche. Significa semplicemente che esistono dinamiche diverse e sensibilità diverse. Per anni la comicità è stata considerata prevalentemente un territorio maschile. Negli ultimi tempi, però, questo paradigma sta cambiando e credo che fosse giusto contribuire a questo cambiamento. L'idea dello spettacolo nasce proprio dalla volontà di dare spazio a comiche straordinarie, artiste che hanno una voce originale e una grande capacità di osservare il mondo. Il mio ruolo, in fondo, è quasi quello della spalla. Mi piace l'idea di essere il bersaglio delle loro battute e di lasciare che siano loro a demolire me, ribaltando completamente il punto di vista. Sul palco si alternano professioniste di grande talento e ognuna porta una comicità diversa, personale e riconoscibile. Più che voler dimostrare qualcosa, però, mi interessa creare uno spazio di libertà. I pregiudizi esistono e continueranno a esistere, nella comicità come in molti altri ambiti. L'importante è non farsene condizionare troppo. A volte si sente il bisogno di trasformare ogni spettacolo in un manifesto; io credo invece che si possa anche semplicemente salire sul palco, fare bene il proprio lavoro e lasciare che sia il pubblico a trarre le proprie conclusioni. Se alla fine della serata qualcuno esce dal teatro pensando che il titolo fosse sbagliato fin dall'inizio, allora vuol dire che lo spettacolo ha raggiunto il suo obiettivo. 

D: Se dovessi scegliere uno spettacolo tra quelli attualmente in tournée che rappresenta meglio il Paolo Ruffini di oggi, quale indicheresti e perché? 

R:È una domanda difficile, anche perché Il Badante deve ancora debuttare e quindi sarebbe prematuro dire quanto mi rappresenti davvero. Se guardo agli spettacoli che il pubblico ha già visto, molti mi dicono che Il Babysitter è quello che mi racconta meglio, probabilmente perché è il più personale. Din Don Down rappresenta sicuramente una parte importante di me. È uno spettacolo molto aperto, corale, popolare nel senso più bello del termine. Racconta molto della mia visione del mondo, della mia etica e del mio modo di intendere temi come l'inclusione, la spiritualità e il rapporto con gli altri. Se però devo individuare lo spettacolo che oggi sento più vicino alla mia persona, probabilmente scelgo Il Babysitter. Lì dentro ci sono molti riferimenti personali, esperienze, fragilità e domande che mi appartengono profondamente. È uno spettacolo che nasce da una parte molto intima di me e che, forse proprio per questo, arriva in modo diretto anche al pubblico. Se Din Don Down racconta soprattutto la mia etica, Il Babysitter racconta di più la mia anima. E credo che sia questa la differenza principale tra i due lavori. Entrambi mi rappresentano, ma lo fanno da prospettive diverse: uno attraverso ciò in cui credo, l'altro attraverso ciò che sono. 

D: I tuoi spettacoli alternano leggerezza, improvvisazione ed emozione. Qual è stata l'ultima volta in cui sei stato tu a imparare qualcosa dal pubblico durante una serata a teatro? 

R:Imparo continuamente dal pubblico. Anzi, il dialogo con le persone è una delle ragioni per cui continuo a fare teatro. Nei miei spettacoli lascio grande libertà: dico sempre che possono tenere i cellulari accesi, fare foto e video, perché tanto uno spettacolo non è mai identico all'altro. La caratteristica che accomuna tutti i miei lavori è proprio questa: chi viene a vederli esce con la sensazione che la replica del giorno dopo sarà diversa da quella a cui ha appena assistito. La lezione più grande che ho ricevuto dal pubblico, però, riguarda la vanità. C'è stato un tempo in cui sentirmi dire "bravo" mi bastava e mi rendeva felice. Oggi mi colpisce molto di più quando qualcuno mi dice "grazie". Ho capito che la gratitudine è una forma di bellezza ancora più profonda dell'approvazione. È il ponte tra la consapevolezza e la felicità, ed è qualcosa che mi emoziona ogni volta. Dopo ogni spettacolo dedico sempre del tempo alle persone. Mi fermo per fotografie, abbracci, chiacchiere, racconti. A volte passa un'ora, a volte anche di più. In quei momenti raccolgo una quantità incredibile di umanità: storie personali, confessioni, lacrime, regali, sorrisi. È una ricchezza che nessun altro mestiere potrebbe offrirmi. Questo contatto diretto mi ricorda continuamente il senso più autentico del teatro. Al di là dello spettacolo, il teatro è prima di tutto un luogo d'incontro. Oggi si usa tantissimo la parola "social", ma il teatro è uno dei pochi spazi in cui la socialità è ancora reale. E dove c'è socialità, nasce anche cultura. Per questo continuo a credere che il teatro abbia un valore enorme: non mette semplicemente delle persone davanti a un palco, ma crea relazioni. E la cultura, quando riesce a unire le persone invece che dividerle, resta una delle armi più potenti che abbiamo contro ogni forma di conflitto.

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