Dopo l’uscita del nuovo album “Mentre Los Angeles Brucia”, Fabri Fibra torna dal vivo con una serie di live estivi e due imperdibili appuntamenti all’Unipol Forum di Assago. Gli abbiamo fatto qualche domanda per sapere qualcosa di più su cosa ci aspetta quando saremo sotto il palco ad ascoltarlo.
D: Dopo un lungo periodo di attesa, è finalmente arrivato il tuo nuovo album “Mentre Los Angeles Brucia”. Il titolo richiama un evento specifico o ha un significato più simbolico? Cosa possiamo aspettarci da questo nuovo progetto musicale?
R: La mia vita quotidiana, mentre lavoro ai dischi, è come sospesa: vado in studio, torno a casa ad orari improbabili, riascolto i provini, dormo, vado in studio, torno a casa, riascolto i provini… Nell’ultima fase prima di chiudere il disco mi sono ritrovato ad accendere la tv per vedere cosa succedeva nel mondo, un mondo in cui mi sentivo estraneo. Un giorno vedo in tv Los Angeles in fiamme. Uno, due, tre giorni, sembrava quasi una serie Tv. Erano scene apocalittiche accompagnate sempre dalla stessa frase: “Mentre Los Angeles brucia Trump mette i dazi”, “Mentre Los Angeles brucia continua la guerra in Ucraina” ecc. Quella frase mi perseguita. Un giorno compro un giornale e leggo: “Mentre Los Angeles, muore David Lynch”. È stata un’illuminazione: mentre il mondo va a fuoco, ognuno fa i fatti suoi, ognuno va avanti con la propria vita. Per me quel bruciare è il mio incendio interiore. Io ho bisogno di scrivere queste cose perché dentro vado a fuoco anche io e forse ognuno ha il suo incendio da spegnere. Questo è il mio undicesimo disco e quello che voglio ancora è alzare l’asticella, essere d’esempio per chi vuole fare questo lavoro. Questo è un disco dove oso moltissimo, come sempre c’è moltissimo di me, di quello che sento, vivo ed è sicuramente una chiave di lettura dei miei lavori precedenti.
D: Nel corso della tua carriera, hai collaborato con numerosi artisti, creando featuring di grande successo. L’ultima collaborazione è nel singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, “Che gusto c’è”, insieme a Tredici Pietro. Come scegli gli artisti con cui lavorare e quali sono i criteri che ti spingono a intraprendere una collaborazione?
R: Sono molto felice di aver collaborato con Tredici Pietro che è parte della nuova scena rap italiana ma allo stesso tempo è capace di avere delle melodie molto interessanti. Ha una voce molto credibile e una motivazione molto forte che danno valore alle parole che canta nel ritornello. In generale, tutti i miei feat nascono dalla voglia di confrontarmi, non solo con generazioni diverse — non è una semplice questione anagrafica — ma anche e soprattutto artistica. Si capirà molto bene in questo disco. Evito il featuring scontato, cioè quei feat fatti solo per prendere l’artista in classifica al momento e cercare visibilità. Non scelgo qualcuno solo perché ha hype. Scelgo chi può aggiungere qualcosa di autentico alla canzone, qualcuno che può dare un altro punto di vista. Spesso non so nemmeno chi farà il feat fino a quando non ho la canzone finita in studio: è lì che capisco chi può valorizzarla, che sia un artista affermato o qualcuno che non ha ancora avuto la sua chance. Quello che guardo è il valore aggiunto che può portare al brano.
D: Hai preso parte, insieme a Rose Villain e Geolier, alla prima e seconda stagione di Nuova Scena, il reality per cercare i migliori talenti della nuova generazione della scena rap. In che misura vedi te stesso nei percorsi artistici dei nuovi talenti, soprattutto considerando i tuoi inizi? E quali insegnamenti ti sei portato a casa da questa esperienza?
R: Allora, quando ho iniziato io, in Italia non c’era un vero mercato per il rap, o comunque era molto piccolo e impreparato. Oggi invece il mercato esiste, ma molti ragazzi che vogliono fare rap non trovano un modo per emergere, non hanno gli strumenti. Nuova Scena può essere uno di questi strumenti, un’occasione concreta. Al di là del successo che possono ottenere o meno, considero per loro – e anche per noi giudici – un’esperienza di vita molto intensa. Nuova Scena è anche uno show che mostra al pubblico quanto sia difficile fare rap. Non tutti ce la fanno. Scrivere un testo, fare freestyle, girare un video: sono tutti processi complessi. Come giudici, abbiamo l’occasione di trasmettere nozioni sul rap al grande pubblico, cose che altrimenti non arriverebbero fuori dalla scena.
D: A luglio tornerai sul palco con il Festival Tour 2025, una serie di concerti che ti vedranno impegnato per tutta l’estate. Come ti prepari ad affrontare un impegno così intenso dal vivo?
R: Abbiamo già iniziato le prove e sono soddisfatto. I miei live sono da sempre puro rap. Io e il DJ sul palco, musica e parole. La vera sfida, anno dopo anno, disco dopo disco, è costruire la scaletta perfetta.
D: Quando costruisci la scaletta per un tour, qual è il processo che segui? Ti affidi più alla razionalità o segui l'istinto del momento? E ci sono brani che, secondo te, non possono mai mancare in un tuo live?
R: Ovviamente non posso fare un live con cento canzoni, quindi è un lavoro di selezione. Devo scegliere i pezzi che immagino il pubblico voglia sentire, quelli che conosce e che sono divertenti da suonare dal vivo. Andando avanti con i dischi, si aggiungono sempre brani nuovi; quindi, bisogna trovare un equilibrio nella scaletta - dall’inizio alla fine dello show.