Musica

Elisa

01.07.2026 Scritto da Ilaria Baruffini

Trent’anni di musica, evoluzione artistica e impatto culturale. Elisa celebra questo traguardo con un grande evento live in programma alla RCF Arena di Campovolo nel 2027. 

A settembre 2027 Elisa festeggerà trent’anni di carriera con SOUNDTRACK ’97-’27, il grande live in programma alla RCF Arena Campovolo a Reggio Emilia. In vista di questo appuntamento speciale, le abbiamo fatto qualche domanda per prepararci al meglio al grande evento: ecco le sue risposte.

D: “SOUNDTRACK ’97-’27” racconta trent’anni della tua storia musicale. Se dovessi scegliere tre momenti che hanno cambiato radicalmente il tuo percorso artistico, quali sarebbero e perché?

R: Se ripenso a trent’anni di musica, faccio fatica a ridurli a tre momenti netti, perché non li ho vissuti come una linea retta. Però ci sono stati passaggi che mi hanno cambiata profondamente.

Il primo è stato l’inizio, con Pipes & Flowers: lì ho capito che scrivere canzoni poteva diventare un luogo in cui essere sincera senza filtri, anche quando non avevo ancora strumenti per definire ciò che stavo vivendo.

Il secondo è stato l’ingresso nella lingua italiana. Non è stato immediato: è stato un cambiamento che ha richiesto tempo. Ogni lingua è viva, e ha un suo modo di interagire con l’identità di chi la parla o la canta.

Può sembrare paradossale ma ho faticato molto di più per trovare chi ero quando cantavo in italiano che 

quando cantavo in inglese, ma poi mi sento di essermi trovata completamente anche lì.

Il terzo non coincide con un disco, ma con una consapevolezza: quella di non dover più difendere un’identità musicale, ma di poterla lasciare evolvere. Da quel momento la musica è diventata sempre più un luogo di ricerca, più che di definizione.

D: Nel corso della tua carriera hai attraversato epoche musicali molto diverse, rimanendo però sempre riconoscibile. Come sei riuscita a evolverti senza perdere la tua identità?

R: Non ho mai sentito il bisogno di costruire o proteggere un’immagine fissa di me. Anzi, nel tempo ho capito che per me la cosa più importante è restare libera, anche a costo di cambiare molto.

La coerenza, per me, non sta nel rimanere uguali, ma nel cercare di essere sinceri in ogni fase. A volte questo significa prendere direzioni inattese, lasciare andare cose che funzionavano, o esporsi a territori nuovi senza la certezza di essere sempre riconoscibili.

Credo che quello che arriva, alla fine, non sia tanto una “firma” stilistica immutabile, ma una presenza: il modo in cui stai dentro quello che fai, senza nasconderti. Ed è questo, forse, che il pubblico riconosce davvero: la verità con cui ci sei dentro la musica.

D: Riassumere 30 anni di successi in una sola notte è davvero difficile. Per Campovolo stai pensando a una scaletta cronologica, a un viaggio emotivo o ad altro? Puoi anticiparci qualcosa?

R: Campovolo non sarà costruito come una semplice successione cronologica. L’idea non è quella di riassumere trent’anni di carriera, ma di restituirne una dimensione emotiva.

Alcune canzoni dialogheranno tra loro al di là del periodo in cui sono nate, perché appartengono alla stessa traiettoria interiore. Più che una scaletta, sarà un attraversamento.

L’obiettivo è che il pubblico non segua soltanto una storia artistica, ma possa riconoscere, dentro quel percorso, anche frammenti del proprio.

D: Campovolo rappresenta un luogo simbolico per la musica live italiana. Qual è il messaggio o l'emozione indelebile che vorresti che ogni spettatore si portasse a casa?

R: Il senso di un concerto come Campovolo, per me, non è legato a un messaggio unico da portare a casa, ma a una esperienza condivisa.

In un tempo in cui la dimensione individuale è spesso dominante, la possibilità di ritrovarsi in decine di migliaia di persone attorno alla stessa musica crea uno spazio raro, quasi necessario.

Vorrei che restasse soprattutto la percezione di una vicinanza possibile: la sensazione che molte emozioni che viviamo in modo privato, in realtà, sono comuni

D: Sei da sempre in prima linea per l'ambiente e anche questo show unisce musica e sostenibilità. In che modo la RCF Arena diventerà un modello eco-friendly per questa festa e quanto conta per te che l'esperienza del live sia sostenibile fin dal momento in cui si pianifica il viaggio per esserci?

R: La sostenibilità, per me, non può essere un elemento aggiunto a posteriori, ma deve entrare nella progettazione stessa di un evento.

Nel caso di Campovolo e della RCF Arena, questo significa lavorare su più livelli: dalla gestione dell’energia alla riduzione dell’impatto dei materiali, fino alla mobilità del pubblico, che rappresenta una parte fondamentale dell’impronta complessiva.

Ma il punto più importante è culturale. L’idea che ogni scelta, anche quella apparentemente più piccola, contribuisca a definire il tipo di esperienza che stiamo costruendo. Non si tratta di rinunce, ma di consapevolezza. E credo che anche un concerto possa essere un modo per esercitarla.

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