Colazione in albergo è un viaggio dentro lo sconosciuto che dimora fisiologicamente dentro ognuno di noi, secondo l’idea per cui la causa originaria di ogni trauma psichico risiede in una lesione, spesso inconsapevole, alla natura del proprio Sé e nel conseguente rifiuto del proprio cono d’ombra. Da qui l’idea per cui l’uomo non si identifica mai con la propria patologia, bensì la ospita soltanto, per un tempo più o meno definito, stabilito da leggi di natura perfette. La causa del disagio non è da ricercare nel passato e nei traumi infantili, bensì nel tradimento di ciò che già la filosofia greca aveva chiamato “Daimon”, ossia un’immagine o un disegno che l’anima di ciascuno sceglie prima della nascita, affinché ci guidi verso ciò che è naturalmente destinato a noi.
La scena racconta dunque il viaggio allegorico che sei giovani donne compiono tra le sinapsi della mente umana, vivendone la progressione dissociativa e la conseguente genesi della violenza, per poi lasciarsi condurre verso l’accettazione del disagio, arrivando al suo superamento. La cornice di questo itinerario è rappresentata da uno spazio a cavallo tra onirico e reale, uno spazio sospeso che offre riposo e refrigerio. Assieme a loro una bussola preziosa: un cappello rosso.