Nella sua conferenza intitolata "Per essere buoni genitori", Osvaldo Poli propone una riflessione profonda che scardina l'ansia da prestazione tipica della genitorialità moderna, invitando a sostituire il mito del genitore perfetto con l'immagine di un genitore passabile e autentico. Il discorso si snoda attorno alla consapevolezza che l'educazione non è una scienza esatta, ma un cammino fatto di errori e aggiustamenti, dove il problema principale non è la mancanza di amore, ma spesso un suo eccesso mal indirizzato che impedisce ai figli di crescere.
Poli analizza quelli che definisce virus psicologici, ovvero quegli automatismi inconsci come il senso di colpa, la paura del conflitto o il bisogno di approvazione, che portano madri e padri a proteggere eccessivamente i figli o a sostituirsi a loro nelle fatiche quotidiane. Questo eccesso di accudimento, pur partendo da buone intenzioni, finisce per indebolire il carattere dei ragazzi, privandoli della possibilità di misurarsi con il limite e con la frustrazione, elementi invece indispensabili per lo sviluppo della maturità.
Un punto centrale della sua tesi riguarda il riconoscimento della natura innata del figlio: Poli suggerisce che i genitori non sono i proprietari o gli unici artefici del destino dei ragazzi, poiché ogni bambino nasce con un proprio temperamento che l'educazione può solo guidare, non determinare totalmente. Liberarsi dall'illusione dell'onnipotenza educativa permette di vivere il ruolo genitoriale con meno pressione e più realismo, accettando che i conflitti e le incomprensioni fanno parte del processo naturale di crescita.
Infine, lo psicologo sottolinea l'importanza della verità nel rapporto educativo, ricordando che un buon genitore non è colui che accontenta ogni desiderio, ma colui che sa dire dei no necessari e che sa richiamare il figlio ai propri doveri verso la famiglia e la società. Il cammino verso una genitorialità efficace non passa dunque per tecniche pedagogiche complicate, ma per una sincera analisi di sé e delle proprie fragilità emotive, arrivando a capire che educare significa prima di tutto testimoniare un modo onesto di stare al mondo, con tutti i propri limiti e le proprie imperfezioni.