Nel 1958 dalla collezione privata di un mecenate ginevrino è venuto fuori (resta ignota la provenienza) il Dyskolos di Menandro, l’unica commedia “nuova” che si possa leggere per intero! Menandro aveva 25 anni, era il 316 a.C., quando l’opera venne rappresentata con successo nelle Lenee (la festa del teatro comico) ed ebbe il primo premio. Sono gli anni degli straordinari rivolgimenti delle crisi continue provocate, dopo la morte di Alessandro Magno, dai Diadochi. Ma nel teatro queste terribili convulsioni trovano scarsa e solo indiretta risonanza. La commedia non affronta più temi politici, temi – questi – che avevano caratterizzato la commedia aristofanesca; ma vanno in scena personaggi semplici e umani, azioni ricavate dalla vita comune privata dove gli intrecci molto complicati (amori irregolari, esposizioni di bambini, riconoscimenti, riconciliazioni, liti, scioglimenti dovuti quasi sempre al caso), vengono interiorizzati in senso etico.
I personaggi non hanno alcun rilievo pubblico, rappresentano il tipo d’uomo medio, senza spiccate caratteristiche, l’uomo di tutti i tempi (ed è per questo che rispetto alle commedie di Aristofane, al giorno d’oggi di difficile rappresentazione, quelle di Menandro sono più fruibili. Menandro ha una spiccata attitudine a rappresentare le situazioni, i personaggi e i sentimenti più vari, e tutto ciò con finezza e buon gusto senza mai scadere nello sguaiato. L’arte dell’autore greco assume soprattutto, come motivo fondamentale anche se convenzionale, il trionfo dell’amore, quale sentimento che ingentilisce gli animi, profondamente umano. È stato maestro per i commediografi greci e latini venuti dopo di lui e attraversi i quali ha influenzato la commedia delle moderne letterature europee (Shakespeare, Molière, Goldoni).
La trama. Cnemone rifiuta gli altri uomini come interlocutori, è un selvatico: al suo isolamento è giunto attraverso un feroce moralismo. A questo punto la volontà di un dio, Pan, mosso a compassione della giovane figlia che abita con lui, mette sulla sua strada un giovane cittadino di classe sociale elevata. Questi s’innamora di colpo della ragazza, e si propone di sposarla. Il primo messaggero mandato a Cnemone, ottiene dalla violenza rabbiosa del vecchio, un rifiuto incondizionato. Ma l’interesse di Sostrato per la ragazza desta l’attenzione di Gorgia, figliastro di Cnemone, che vive lì vicino con la madre. Gorgia sospetta che l’interessamento di Sostrato sia dettato da ragioni disoneste, ma dopo un franco colloquio con lui, si convince del contrario. Gorgia convince Sostrato ad andare con lui da Cnemone travestito da contadino per vincerne la diffidenza, ma quest’ultimo non si fa vedere. Intanto la famiglia di Sostrato si trasferisce al ninfeo di Pan, accanto alla casa di Cnemone, per compiere un sacrificio ispirato ad un sogno che riproduce per immagini proprio l’esperienza del giovane.
Questo sacrificio è occasione per Sostrato di stringere i legami con Gorgia e occasione di scontro tra il clan di Sostrato e il vecchio. Nel frattempo la vecchia schiava Simiche, nutrice della ragazza, perde nel pozzo un’anfora e poi una zappa; per recuperarle, Cnemone scende nel pozzo e cade. Sta per affogare quando Gorgia e Sostrato lo salvano. Così, dopo aver rischiato la morte, e constatata la bontà del figliastro, ammette in parte i suoi errori, lo riconosce come figlio e gli dà anche il suo potere sulla figlia. Alla fine Gorgia concede la sorellastra a Sostrato e Sostrato convince suo padre, riottoso, a dare in sposa a Gorgia sua sorella. È la festa, l’happy end.