Il vuoto lasciato da Keith Moon nel 1978 non è mai stato soltanto una questione di decibel o di virtuosismo, ma di pura alchimia. Da quel momento, gli Who hanno trascorso decenni a cercare di bilanciare un'equazione ritmica all'apparenza irrisolvibile, affidandosi a fuoriclasse del tamburo che, tuttavia, sembravano sempre mancare di quel tassello ineffabile per far quadrare il cerchio. Quando Zak Starkey ha iniziato a sedersi stabilmente dietro i fusti, la critica e i fan si sono posti un interrogativo inevitabile: può il figlio di un Beatle possedere il furore necessario per domare la belva creata da "Moon the Loon"? È lui, in definitiva, il motore giusto per questa storica macchina rock?
Il paradosso di una band atipica
Per comprendere la complessità della sfida, bisogna pensare al ruolo anomalo della batteria all'interno della formazione. Il suono originale degli Who si basava su una sovversione dei ruoli tradizionali: il basso di John Entwistle fungeva da vera chitarra solista e da ancoraggio armonico, mentre le pennate di Pete Townshend lavoravano come strumento percussivo e metronomico. In questo scenario, il batterista era a tutti gli effetti un solista puro.
Moon non teneva il tempo in senso ortodosso: suonava attorno alla melodia, punteggiando le linee vocali di Roger Daltrey con una valanga di incastri sui tom e utilizzando i piatti crash per erigere un muro di suono continuo. I predecessori di Starkey hanno faticato proprio nel tradurre questo caos: approcci troppo lineari o virtuosismi di matrice fusion finivano per ingabbiare e ordinare una musica che necessitava, al contrario, di una costante sensazione di pericolo.
L'imprinting e la sintesi di due scuole
La risposta alla fatidica domanda su Starkey risiede nell'evoluzione tecnica del suo drumming. Il suo bagaglio possiede un retaggio unico: sebbene la genetica lo leghi al tocco solido e misurato di Ringo Starr, il suo mentore e padrino di fatto è stato proprio Moon, il quale gli regalò il primissimo drum kit professionale.
L'elemento vincente, tuttavia, non è l'imitazione, ma la sintesi perfetta tra due scuole diametralmente opposte. Da un lato, ha interiorizzato il vocabolario anarchico del maestro, replicando l'uso frenetico dei fusti per spingere le dinamiche e ricreare l'illusione di un treno perennemente a un passo dal deragliamento; dall'altro, sa essere estremamente calibrato. Questa solidità gli permette di sapere esattamente quando spingere il groove in avanti per assecondare la furia del brano e quando, invece, sedersi sul tempo.
La chimica rinnovata sul palco
L'impatto reale di un musicista all'interno di un ingranaggio così storico si misura in ultima analisi dalla libertà che riesce a restituire ai membri fondatori. Daltrey e Townshend hanno trovato in questo ibrido ritmico la quadratura perfetta, riportando sul palco un'esperienza viscerale che mancava da decenni.
La presenza di Starkey garantisce a Townshend una rete di sicurezza molto più solida rispetto all'imprevedibilità del passato, ma al contempo gli lancia continue esche ritmiche e accenti imprevisti. Questo dialogo costante spinge il chitarrista a rischiare, a improvvisare e ad aggredire le esibizioni con un'energia rinnovata. Attraverso questa rara miscela di lucidità tecnica e follia controllata, la band ha ritrovato non solo il proprio suono, ma tutta l'impetuosa "arroganza" delle origini.
Per questo, pur con tutte le difficoltà emerse negli ultimi anni, Zak Starkey resta probabilmente il batterista più adatto a rappresentare l'identità degli Who. Non necessariamente il più preciso, né il più tecnico. Ma quello che meglio comprende la logica interna della band.
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