News

Windopen, una mostra a cinquant'anni dalla nascita

25.05.2026 Scritto da Fabio Zuffanti

E’ in corso fino al 31 agosto 2026 nella Sala della Musica della Biblioteca Salaborsa di Bologna la mostra “Windopen: dal 1976 al presente!”, dedicata a una delle band simbolo della Bologna Rock di fine anni Settanta/inizio Ottanta.

Ideata da Riccardo Negrelli, l’esposizione ripercorre la storia del gruppo tra dischi, concerti e interminabili prove nelle cantine di via San Vitale 13, autentico epicentro della scena musicale bolognese dell’epoca.

Primo gruppo giovanile a occupare quegli spazi — poi condivisi anche con gli Skiantos — i Windopen furono tra i protagonisti del fermento creativo che attraversò Bologna, intrecciando la propria storia con esperienze come Radio Alice e la contestazione studentesca.

Cuore della mostra sono le fotografie di Roberto Vatalaro, amico storico della band e presenza costante in quegli anni. I suoi scatti, realizzati tra il 1976 e il 1986, restituiscono dall’interno l’atmosfera di una scena musicale vissuta quotidianamente: le cantine, le strade, l'amicizia, l’energia collettiva di un’intera generazione.

Celebri soprattutto per la forza delle esibizioni dal vivo, i Windopen pubblicarono nel 1979 una casetta e nel 1980 il singolo “Sei in banana dura”, divenuto negli anni un piccolo cult e successivamente inserito nella colonna sonora del film “Paz”, dedicato ad Andrea Pazienza.

Abbiamo incontrato Roberto Terzani — storico membro della band e in seguito bassista dei Litfiba — per ripercorrere quella stagione irripetibile.

 

Che effetto vi fa ritrovarvi oggi, nella vostra città, al centro di una mostra dedicata ai Windopen?

Mi riempie di orgoglio. All’epoca suonavamo in tutta Italia, e forse ricevevamo più entusiasmo fuori da Bologna che dentro la città stessa. Questa, a parte il pubblico che veniva ai concerti, non ci ha mai davvero coccolati. Adesso, dopo quasi cinquant’anni, vedere che Bologna si ricorda di noi e ci dedica addirittura una mostra negli spazi prestigiosi della Sala Borsa, in Piazza Maggiore, è qualcosa di inaspettato.

Quindi è stata una sorpresa anche per voi?

Sì. Poi abbiamo partecipato alla realizzazione, ma l’idea iniziale non è stata nostra. Anzi, all’inizio ero un po’ scettico, lo ammetto. Però poi abbiamo collaborato su alcune scelte. Il grosso del lavoro l’hanno fatto Riccardo Negrelli e Roberto Vatalaro, che è il fotografo autore della maggior parte delle immagini esposte. Alla fine è venuta fuori una cosa bellissima.

Spesso le città d’origine sono un po’ avare con i propri figli artistici.

Infatti. Io, per esempio, ho avuto anche un lungo periodo con i Litfiba, e pure loro, pur essendo fiorentini, non sono mai stati davvero coccolati da Firenze. Le loro roccaforti erano altrove.

Facciamo un passo indietro. Com’era la Bologna di quegli anni e come nacquero i Windopen?

Eravamo quasi tutti compagni di scuola, amici prima ancora che musicisti. Più che appassionati di musica, eravamo fissati. Compravamo dischi in continuazione, andavamo a vedere qualsiasi concerto. La sera poi ci ritrovavamo a casa mia o di qualcun altro, con le scope usate come chitarre, fingendo di suonare sopra i dischi dal vivo dei Grand Funk Railroad. C’erano gli applausi del pubblico e noi facevamo finta di essere sul palco, finché qualche genitore entrava urlando: «Ma cos’è tutto questo casino?». Era inevitabile che finissimo a formare un gruppo insieme.

E dove provavate?

In una cantina storica di via San Vitale 13, che tutti chiamavano “Il gorillaio”. Era negli scantinati di Palazzo Bentivoglio Bibiena, un palazzo monumentale. Lì sotto c’erano teatri, spazi underground e quattro o cinque sale prova occupate da gruppi diversi. Ognuno si sistemava la propria cantina da solo: muratura, impianti elettrici, tutto artigianale. Erano gli anni in cui nelle cantine si suonava rock, non come oggi che sono diventate tutte enoteche.

In quegli anni Bologna era anche una città molto turbolenta.

Assolutamente. Negli anni Settanta c’erano spesso scontri con la polizia, lacrimogeni ai concerti, tensione ovunque. A un certo punto molti artisti stranieri smisero perfino di venire in Italia. Questo però spinse tantissimi ragazzi a creare una scena autonoma. Nacque spontaneamente un movimento musicale e culturale fortissimo. I concerti erano pieni, c’era entusiasmo, energia. Contemporaneamente in Inghilterra stava esplodendo il punk, ma allora non c’erano internet o social: arrivavano poche notizie, qualche rivista musicale. Sembrava quasi che certe cose dovessero succedere naturalmente nello stesso momento.

Perché proprio Bologna?

Probabilmente perché era una grande città universitaria. C’erano ragazzi che arrivavano da tutta Italia e questo creava un fermento incredibile.

Quindi grandi disordini, ma anche enorme creatività.

Sì, Bologna era vivissima sotto ogni aspetto. C’era Radio Alice, una delle prime emittenti libere italiane, molto legata al movimento studentesco. Nel 1977, dopo l’uccisione di Francesco Lorusso durante una manifestazione, la città esplose: barricate, cassonetti incendiati, vetrine spaccate, polizia ovunque. Radio Alice diventò la voce di quel movimento. Quando la polizia fece irruzione nella sede della radio, i ragazzi lasciarono i microfoni aperti e tutta l’operazione venne trasmessa in diretta. Una cosa pazzesca. Anni dopo abbiamo inserito frammenti di quella registrazione in un nostro brano strumentale pubblicato nel disco postumo “Quando i baci erano fiocchi”. È una testimonianza incredibile di quell’epoca.

Partecipavate direttamente a quel clima politico e sociale?

Certo. Suonavamo proprio nei giorni degli scontri. La nostra sala prove era in pieno centro universitario, a due passi dalle Due Torri e da Piazza Verdi. Eravamo nel cuore di tutto. Non ci siamo trovati coinvolti in episodi gravi, ma vivevamo quel clima ogni giorno. Eravamo ragazzi, quindi c’era anche una componente di entusiasmo e avventura.

In qualche modo partecipaste anche all’esplosione del punk italiano. Vi sentivate parte di quel movimento?

Sì, anche se le informazioni circolavano soprattutto per passaparola. Non era come oggi. Eppure c’era proprio quell’attitudine: il desiderio di rompere con ciò che era venuto prima. Oggi adoro il progressive dei primi anni Settanta, ma allora arrivai perfino a vendere i miei dischi prog perché me ne vergognavo.

La storia discografica dei Windopen comincia non con un vinile ma con una cassetta: “Windopen Rock!”, uscita nel 1979 per la mitica Harpo's Bazaar di Oderso Rubini. Vuoi parlarmene?

Un giorno incontro Freak Antoni, che aveva appena pubblicato con gli Skiantos la loro prima cassetta, “Inascoltable”, e gli chiedo: «Ma come avete fatto a registrarla?». Lui mi risponde: «C’è questo posto in via San Felice, si chiama Harpo’s Bazaar. Hanno un piccolo studio a otto piste e abbiamo fatto tutto lì». Allora gli dico che piacerebbe anche a noi registrare qualcosa del genere e lui mi dà il numero di telefono di Oderso Rubini. Lo chiamo, fissiamo un appuntamento e dopo qualche giorno andiamo all’Harpo’s Bazaar a incontrarlo. Gli racconto che Freak Antoni ci aveva parlato di loro e che anche noi volevamo incidere una cassetta. Lui ci ascolta e fa: «Va bene, tornate martedì con gli strumenti». E io, stupito: «Sì, ma... non vuoi prima sentire cosa facciamo?». E lui: «Ah sì, giusto, è vero».

Fantastico!

È un aneddoto forse stupido, ma racconta benissimo come funzionavano le cose in quel periodo: non c’erano troppe fisime, era tutto molto spontaneo. Del tipo: “Volete registrare? Venite pure, ci divertiamo”. Rimasi colpito dal fatto che non volesse nemmeno ascoltarci prima. Alla fine la cassetta venne realizzata e ne stampammo circa mille copie. Anche lì ci fu una situazione abbastanza assurda: sulla copertina avevamo messo la foto di una donna grassa in spiaggia con la testa di Papa Wojtyła, che era appena diventato pontefice. Quando la copertina arrivò dalla tipografia ci prese il panico: temevamo che potesse essere considerata vilipendio alla religione. Così passammo ore negli uffici dell’Harpo’s Bazaar a incollare pezzetti di nastro adesivo colorato sopra la faccia del Papa, autocensurandoci per paura di qualche denuncia o scandalo. Poi però le cassette iniziarono a circolare davvero. Arrivarono in tutta Italia, tanto che un giorno mi chiamò addirittura una radio di Cagliari dicendomi: “Abbiamo ricevuto la vostra cassetta e ci sono quattro vostri pezzi tra i più richiesti dagli ascoltatori. Dovete assolutamente venire a suonare in Sardegna”. Allora facemmo due conti e sparai una cifra che ci permettesse almeno di coprire viaggio, traghetto e noleggio del furgone. Loro, senza discutere, ci mandarono subito un vaglia con i soldi richiesti. Così partimmo all’avventura e andammo in Sardegna, dove facemmo sei concerti memorabili. Me li ricorderò per tutta la vita: la gente ci assaliva sul palco come se fossero arrivati i Rolling Stones.

https://images.rockol.it/4rkhuW8TEOEW-u4Daw0AI3Wf-NY=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/windopen-cassetta.jpg

Cosa mi dici delle canzoni contenute in “Windopen Rock!”?

Intanto era la prima volta che ci mettevamo a scrivere brani in italiano, e per quei tempi era quasi una scommessa. Riascoltata oggi, quella cassetta è piena di ingenuità: era roba degli esordi, fatta da ragazzini che stavano iniziando a sperimentare. Il pezzo simbolo era sicuramente “Windopen Rock”, che apriva la cassetta. Anzi, prima ancora della canzone c’era un’introduzione particolare, che venne citata anni dopo dal giornalista Massimo Buda come emblema di quel momento storico. Si sentono rumori di radio: qualcuno cambia nervosamente stazione passando da dibattiti politici a musica da ballo, disco music, liscio, tutto molto velocemente. Poi a un certo punto si ferma e dice: “Ma non c’è mai del rock in questa cazzo di radio?”. Secondo Buda quella frase fotografava perfettamente l’epoca in cui vivevamo. Dopo quell’inizio partiva “Windopen Rock”, che era un po’ la nostra bandiera. Parlava del rock italiano dell’epoca, spesso snobbato a favore di quello inglese o americano, ma anche dei disordini ai concerti. Era il nostro manifesto: il rock dei Windopen. Gli altri pezzi erano molto in sintonia con lo spirito del periodo. C’erano canzoni come “Oh! Ma che cazzo vuoi?” oppure “Idraulica Peo”, un blues dedicato a un nostro amico idraulico che non ne poteva più del lavoro e avrebbe voluto solo vivere di rock’n’roll; ballare, cantare e divertirsi. Poi c’era “Strazam”, un brano sadomaso che contribuì a farci associare al rock demenziale, anche se in realtà non lo eravamo davvero. Certo, amavamo moltissimo gli Skiantos e quell’ironia faceva parte anche del nostro modo di stare al mondo.

Nel 1980 arrivaste alla Cramps.

Esatto. La Cramps era un’etichetta indipendente importantissima: Area, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Skiantos... Noi entrammo nel progetto “Rock 80”, una collana di 45 giri dedicata alle nuove band. Pubblicammo “Sei in banana dura”, che vendette circa cinquemila copie, un numero importante per quei tempi.

E poi si fece viva addirittura una multinazionale

Sì, la PolyGram voleva metterci sotto contratto. Ma noi pensammo: “Come possiamo andare a suonare davanti ai ragazzi dopo aver firmato con una multinazionale?”. Oggi sembra assurdo, ma allora era davvero vissuto come un tradimento. Quando i Clash suonarono gratis in Piazza Maggiore, alcuni punk volevano sabotare il concerto perché avevano firmato con la CBS. Era un altro mondo.

Com’era il rapporto con le altre band bolognesi, ad esempio i Gaznevada?

I Gaznevada sembravano sempre quelli più avanti di tutti, molto modaioli. Però va detto che sono stati coerenti: sono rimasti fedeli all’Italian Records.

Come arrivaste alla Cramps? Conosceste Gianni Sassi?

Sì, ma avevamo soprattutto rapporti con i suoi collaboratori. Ricordo che tutto nacque dopo un concerto alla Palazzina Liberty di Milano. Un tizio della Cramps si avvicinò e ci disse che erano interessati a noi. Da lì partì tutto.

Hai un ricordo particolare di quel periodo?

La sera prima di registrare il 45 giri andammo negli uffici della Cramps a firmare. Un collaboratore di Gianni Sassi, Ladislav Novák, ci propose anche di dormire a casa sua, ma noi preferimmo stare tutti insieme in albergo. La mattina dopo arriviamo agli uffici e il produttore ci dice: «Venite via subito, non salite». La Digos stava perquisendo tutto. Durante la notte avevano arrestato Novak, accusandolo di essere coinvolto nell’area di Potere Operaio e nel caso Moro. Fu assurdo.

Parliamo di “Sei in banana dura”. Ancora oggi è un pezzo di culto.

Sì, ma tutti pensavano avesse un significato sessuale. In realtà nel gergo bolognese “essere in banana dura” voleva dire essere stravolti, rincoglioniti, “imbananati”. Era un’espressione tipica dell’epoca. Poi certo, ci presero anche in giro: qualcuno diceva che sembravamo Celentano che faceva il punk...

Avevate rapporti stretti con gli Skiantos?

Molto stretti. Erano amici carissimi. Facevamo finta di essere rivali, ma ci stimavamo molto.Loro spesso usavano la nostra sala prove e i nostri strumenti, perché non ne avevano una loro. In cambio ci chiamavano come gruppo spalla ai concerti. Ancora oggi sento spesso Jimmy Bellafronte.

Collaboraste anche con Freak Antoni.

Sì. Partecipammo a un progetto chiamato “L’incontenibile Freak Antoni”, uscito per Italian Records. Noi suonavamo sotto il nome fittizio The Genuine Rockers. Facemmo due pezzi con Freak: “Non salutare chi non ti ama” e “Mica male”. Lui scriveva i testi e cantava, noi facevamo musica e arrangiamenti.

Cosa successe ai Windopen dopo il 45 giri?

Continuammo a suonare, ma la scena bolognese lentamente si spense. Nel frattempo Firenze stava vivendo un momento fortissimo con la new wave. Iniziammo a frequentare sempre di più quell’ambiente, collaborando con persone come Ernesto De Pascale. Con lui registrammo un altro 45 giri, “La notte è tua in città”, poi mi trasferii a Firenze e iniziai nuove esperienze musicali.

Fino ad arrivare ai Litfiba.

Esatto. A un certo punto cercavano un bassista che sostituisse Gianni Maroccolo. Feci il provino e mi presero. Entrai durante il tour di “Pirata” e poi partecipai a tutti gli album successivi: “El Diablo”, “Terremoto”, “Spirito”, “Mondi sommersi”, “Infinito”. Eravamo davvero in Serie A, con tournée enormi in giro per il mondo. Una grande esperienza.

I Windopen però non si sono mai sciolti davvero.

No, ufficialmente no. Siamo sempre rimasti amici e continuiamo a sentirci. Anzi, oggi le persone che sento più spesso sono proprio i vecchi membri dei Windopen, quelli ancora vivi almeno.

Avete mai pensato a un nuovo album?

Sarebbe bello, ma ormai viviamo tutti in città diverse, abbiamo famiglie, lavori, età importanti. Due o tre anni fa siamo riusciti a fare qualche concerto, ma è tutto molto complicato. Mai dire mai, però servirebbe davvero un’offerta clamorosa.

Nel tempo però avete recuperato il vecchio materiale.

Sì, nel già citato “Quando i baci erano fiocchi”. Poi abbiamo ristampato la nostra prima storica cassetta e stiamo lavorando a un altro album che documenta il nostro periodo più punk. È un lavoro certosino: all’epoca erano cassette fatte in casa, con fotocopie e registrazioni grezze. Oggi possiamo migliorare un po’ la definizione senza tradire lo spirito originale. È come restaurare un vecchio mobile: deve restare vecchio, ma tornare a splendere.

Quando torni oggi a Bologna, che aria respiri? C’è ancora fermento?

Ci vado poco. Vedo che alcuni amici continuano a suonare qua e là, ma è tutto cambiato. Oggi alla gente sembra interessare sempre meno la musica. E adesso c’è pure l’intelligenza artificiale. Si può creare un brano completo in pochi secondi: batteria, fiati, mix, mastering... tutto perfetto. Ti chiedi davvero chi andrà ancora a pagare musicisti veri o studi di registrazione. E siamo solo all’inizio...


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi