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Wim Wenders. Cinema e rock, “Una somma maggiore delle parti”

10.02.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Rock e cinema: le canzoni rendono ancora più grandi le storie sul grande schermo, mentre i film ci hanno regalato grandi album nella forma di colonne sonore e grandi sequenze che amplificano ancora di più il lavoro dei grandi della musica.
Nessun regista capisce e visualizza il rock come Wim Wenders, e pochi hanno saputo creare una relazione tanto stretta con i grandi di questo genere, quanto riscoprire gemme e artisti dimenticati.
Tra le grandi colonne sonore di Wenders, “Fino alla fine del mondo” è una delle più importanti di sempre: è diventata nel tempo un riferimento assoluto, costruita attorno a brani originali e inediti firmati da alcuni dei nomi chiave del rock internazionale: U2, Nick Cave, R.E.M.
Il director’s cut del film è recentemente tornato in sala nella versione restaurata, in home video e in streaming (con distribuzione di CG Entertainment). In questa intervista esclusiva con il grande regista tedesco, siamo partiti dalla storia di quel film, da come riuscì a coinvolgere gli U2 e 16 dei suoi artisti preferiti, per arrivare a parlare del matrimonio tra cinema e musica, canzoni e immagini. Tanto centrale nel processo creativo di Wenders (“Il desiderio per la musica del film aiuta anche il film stesso a prendere forma”) quanto insondabile e magico (“Voglio che la musica mantenga quel posto nel mio cuore che non conosco né capisco del tutto”).

Partiamo da “Fino alla fine del mondo”, dal titolo del film e dalla canzone degli U2. Come è avvenuto l’incontro tra te, la band più famosa del pianeta, e una canzone ancora inedita che è diventata il titolo del film?
WW: Ho incontrato gli U2 a Berlino mentre stavano registrando “Achtung Baby” agli Hansa Studios, lo stesso studio dove avevo registrato tutte le mie colonne sonore precedenti, in particolare quella de “Il cielo sopra Berlino”. Amavo la loro musica, abbiamo iniziato a parlare, e ho accettato di realizzare per loro un video per la campagna Red Hot And Blue, una cover della canzone di Cole Porter “Night and Day”. Abbiamo continuato a parlarci, una cosa ha portato all’altra e a un certo punto ho detto che stavo montando il mio film di fantascienza “Fino alla fine del mondo”.
Non avevo nulla da perdere, così ho chiesto se potevano contribuire con una canzone al film. A Bono l’idea è piaciuta, la band non era contraria, e alla fine l’hanno fatto davvero! La canzone è stata scritta per il film, anche se una versione molto grezza esisteva già prima e poi The Edge l’ha ripresa e trasformata in una gemma.

“Fino alla fine del mondo” ha una delle più grandi colonne sonore di sempre. Come sei arrivato a scegliere e convincere i più grandi artisti rock di quel periodo?
WW: Il film era un tentativo di immaginare il futuro prossimo. Lo abbiamo girato nel 1990 e la storia era ambientata a cavallo del nuovo millennio, intorno al 2000, solo dieci anni più avanti. Il mio interesse principale per il futuro era: dove ci porterà la rivoluzione digitale?! Cosa succederà al nostro futuro audiovisivo? Internet era appena arrivato, ma nessuno lo usava ancora. I telefoni cellulari non esistevano ancora, e certamente non con degli schermi. Nessuno andava in giro guardando un piccolo schermo tenuto in mano… Noi lo abbiamo immaginato, con la navigazione satellitare per le auto, i motori di ricerca, le videochiamate su Zoom e altro ancora.
Dato che “Fino alla fine del mondo” è anche un road movie globale, sapevo di aver bisogno di molta musica. Ma non volevo che fosse musica del 1990, volevo che fosse anche musica del futuro. Così ho scritto 20 lettere alle mie 20 band preferite, chiedendo se avrebbero preso in considerazione l’idea di proiettarsi con noi in quel futuro. Speravo che forse un terzo di loro avrebbe detto di sì.
Ma un paio di settimane dopo hanno iniziato ad arrivare le risposte, e il miracolo è stato che la maggior parte erano favorevoli! Così: 16 tra i miei musicisti e gruppi preferiti del 1990 hanno accettato di scrivere una nuova canzone per noi, una canzone con cui hanno provato anche a immaginare il loro futuro negli anni Duemila.

I R.E.M. mi hanno detto che amano profondamente il tuo lavoro e che la loro “Fretless” era perfetta per l’arco emotivo dei personaggi. Come è nato quel rapporto con la band e con Michael Stipe?
WW: Non avevo ancora incontrato Michael Stipe. Deve aver apprezzato la mia lettera. Quando è arrivato il nastro di “Fretless”, ero al settimo cielo. La canzone superava ogni mia aspettativa!
Per la maggior parte delle band avevo “assegnato” una scena e avevo inviato loro la scena scritta insieme a un montaggio approssimativo.“Fretless” aveva un posto molto importante nel film…
Ho incontrato Michael più tardi, e sei anni dopo ha contribuito addirittura con un’altra canzone, insieme a Vic Chesnutt, per il film “Crimini invisibili”. Una persona splendida!

Il rapporto con gli U2 è proseguito con “Così lontano così vicino” e “The Million Dollar Hotel”, il cui soggetto è stato scritto da Bono. Che tipo di rapporto c’è tra la loro musica e il tuo cinema?
WW: È soprattutto un’amicizia quella che ho avuto con la band, in particolare con Bono e The Edge. E, naturalmente, amavo la loro musica! Ho visto ogni singolo loro tour, in tutto il mondo. Sono grandi narratori, e i loro concerti sono rivoluzionari dal punto di vista visivo. E ho sempre pensato che fossero persone straordinarie, che hanno messo la testa dove avevano il cuore. Già questo è qualcosa di incredibile nel mondo in cui operano, riempiendo stadi e attirando folle enormi. E lo ammetto: posso cantare a memoria molte delle loro canzoni, ne conosco tantissime.

E Nick Cave? Avevi già lavorato con lui ne “Il cielo sopra Berlino”.
WW: Conosco Nick Cave da ormai quarant’anni, da quando l’ho incontrato a Kreuzberg, dove viveva nel 1986, per chiedergli se sarebbe apparso nel film. E mi sono sentito molto privilegiato che abbia accettato!
Il film aveva degli angeli, ma anche degli angeli caduti… Lui è una delle grandi voci contemporanee, un poeta, un autore di canzoni, un romanziere, un pensatore, un artista. Sono orgoglioso di conoscerlo e di poter parlare con lui. E leggo i suoi “Red Hand Files” non appena esce una nuova puntata. Finora le conosco tutte e 350.

Quando lavori a un film, a che punto del processo arrivano la musica e le canzoni? Immagini già le scene accompagnate da suoni o brani specifici, oppure la musica arriva più tardi, in fase di montaggio?
WW: Molto spesso sogno una certa musica già nella fase di preparazione, e sicuramente durante le riprese. La musica che poi finisce nel film è spesso quella che ascolto mentre vado sul set in macchina o mentre torno a casa la sera, oppure quando preparo le riprese del giorno dopo, di notte.
Il desiderio per la musica del film aiuta anche il film stesso a prendere forma.

Domanda enorme, me ne rendo conto… Ma quale può essere il contributo di una canzone a un film, a una scena, o più in generale al racconto di una storia attraverso le immagini?
WW: Lo so con grande precisione, perché ho sperimentato cosa la musica può aggiungere a una scena, e spero sempre che questo possa accadere di nuovo. Nel caso migliore, le immagini e la musica non si sommano semplicemente, ma insieme creano qualcosa di nuovo, un “Terzo”, che è più della loro somma.
Non credo che si possa “produrre” questa cosa o “farla accadere consapevolmente”. È piuttosto qualcosa che si materializza da sola, quando si è fortunati. E quando succede, è un dono.

Hai sperimentato ogni possibile forma di interazione tra cinema e musica: la colonna sonora (penso a Ry Cooder in “Paris, Texas”), canzoni originali e inedite, la riscoperta di brani di repertorio. Come scegli che tipo di musica o di canzoni usare?
WW: È molto più una decisione di pancia che una scelta guidata dall’intelletto. In realtà, non voglio nemmeno provare a spiegarla o ad analizzarla. L’ascolto della musica avviene in una parte diversa del nostro cervello rispetto allo “storytelling” o alla drammaturgia. Voglio che la musica mantenga quel posto nel mio cuore che non conosco né capisco del tutto.

In generale, sembra che il cinema preferisca canzoni originali – soprattutto per le scene e per i titoli di coda – mentre le serie TV puntano spesso sulla riscoperta di brani di catalogo. È davvero così? E perché le canzoni originali sembrano funzionare meglio al cinema?
WW: Non sono sicuro che sia vero. Certo, per ragioni commerciali e per una candidatura all’Oscar, serve una canzone scritta apposta per il film. Ma per il linguaggio segreto delle emozioni che attraversa un film, una canzone vecchia può avere un peso molto maggiore! È carica di ricordi ed esperienze, è piena di cose della tua vita di cui non sei nemmeno consapevole. Può avere molte più risonanze…

Guardando al cinema contemporaneo, pensi che la musica rock e pop abbiano ancora lo stesso ruolo di un tempo, oppure il rapporto tra cinema e musica è cambiato?
WW: È cambiato per una ragione molto semplice: oggi c’è molta più musica in circolazione, c’è molto più di tutto, e tutto ruota molto più velocemente. Non si passa più così tanto tempo con un album come quando lo si ascoltava sul giradischi giorno dopo giorno, come succedeva con i Beatles o con gli Stones.
La maggior parte dei giovani oggi non conosce nemmeno l’idea di “album”, del fatto che le canzoni fossero pensate per essere ascoltate in un certo ordine, per raccontare una storia proprio attraverso quell’ordine. Oggi la maggior parte delle canzoni gira nelle playlist, senza un contesto proprio. Chi legge ancora i testi delle canzoni? E dove li trovi, se non su internet? Non molte persone fanno più questo sforzo. L’ascolto diventa vago, la comprensione diventa vaga, le emozioni restano vaghe. Tutto questo contribuisce a una minore “coesione” tra musica e cinema.

Con “Buena Vista Social Club” hai raccontato la storia della musica stessa, della sua memoria e della sua trasmissione. In che modo quel progetto ha cambiato il tuo modo di pensare al rapporto tra cinema, musica e conservazione culturale?
WW: Il lavoro di conservazione culturale è stato fatto in modo magnifico da Ry Cooder, Nick Gold e dall’ingegnere del suono Jerry Boys. Avevano in testa l’intera tradizione del “son”, conoscevano tutti gli eroi, gli autori, le canzoni dimenticate.
Io ho cercato semplicemente, nel miglior modo possibile, di seguire gli eventi, di testimoniare la profondità incredibile del rapporto dei musicisti con il loro suono e con le loro canzoni. Tutti loro portavano nella mente e nel corpo una vita intera di dedizione a quel suono. Il linguaggio del corpo dei musicisti faceva parte della loro espressione, tanto quanto le loro voci e i loro strumenti.

“Cinematografico” è un aggettivo spesso usato per la musica pop-rock, quando le canzoni raccontano storie con suoni e parole epiche. Pensi che sia un buon modo per definire un certo tipo di musica?
Più in generale, cosa lega il rock al cinema?

WW: Magari potresti farmi una domanda un po’ più facile, nel frattempo? (ride)
Sì, le canzoni raccontano storie! Bruce Springsteen, Lou Reed, Patti Smith, Greg Brown e ovviamente Bob Dylan sono straordinari “evocatori di storie”. In una canzone, a volte poche parole possono raccontare quanto un’intera scena con minuti di dialogo. Le canzoni hanno dei “co-autori” in ogni strumento, in ogni nota, in ogni voce sullo sfondo, persino nell’eco delle parole. Le canzoni toccano corde dentro di te che solo i poeti sanno far vibrare.

Hai diretto anche videoclip musicali: per U2, Talking Heads, Eels. Che rapporto hai con questo formato?
WW: Da dichiarato maniaco del lavoro, ho adorato i videoclip. Era l’intero processo cinematografico, ma in miniatura. Cercavi le location, facevi il casting, lavoravi sullo storyboard o scomponevi ogni parte della canzone… mettevi insieme una troupe completa con tutte le stesse funzioni di un set cinematografico, anche se si girava solo per uno o due giorni.
Poi il montaggio (la mia parte preferita!), la color correction, e infine mostravi il risultato a varie persone per ricevere critiche e suggerimenti. I videoclip sono stati una gioia enorme, per un certo periodo della loro storia.

Hai inserito nei tuoi film Lucio Dalla, Fabrizio De André e anche Rosa Balistreri. Che rapporto hai con la musica italiana?
WW: Amo la musica italiana! Fabrizio De André è uno dei miei più grandi eroi della musica del Novecento! È morto tragicamente troppo giovane. Avevo un progetto con Hal Willner per mettere insieme a Central Park un concerto di canzoni di Fabrizio, cantate da artisti provenienti da tutto il mondo. Non si è mai realizzato.


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