“Anatomia di uno schianto prolungato”, il nuovo album di Willie Peyote, indaga il fallimento, la ricchezza (degli altri), la rivoluzione e, soprattutto, il senso di collettività. È un disco che profuma di nuovo corso, di rinascita, anche perché arriva dopo crepe profonde che l’artista torinese racconta, disarmandosi, in questa lunga intervista. È un album dai molti colori, uno dei suoi migliori: alterna pezzi arrabbiati ad altri più intimi e sentimentali, trovando finalmente una pasta sonora convinta e definita grazie al lavoro di Fudasca e di tutti i musicisti coinvolti. Ma, principalmente, è sincero. Radicalmente sincero. Una sincerità che riecheggia anche nel documentario “Elegia sabauda” di Enrico Bisi, in cui l’artista si mette a nudo per quello che è: un antieroe capace di trasformare metaforicamente le sconfitte, i dubbi e i propri crateri, come quello raffigurato nella copertina del nuovo disco (qui il tour), in rampe da skateboard, da cui spingersi per saltare ancora più in alto.
Nel film “Anatomia di una caduta” non si capisce in modo nitido chi sia il responsabile di una morte. Nel tuo album invece i responsabili della situazione in cui siamo finiti sono evidenti.
Sì, ma dipende di quale crimine stiamo parlando (sorride, ndr). Di una certa situazione i responsabili effettivamente si riconoscono subito: il sistema in cui viviamo oggi è un parco giochi per ricchi e super ricchi. Vogliono ampliare il loro patrimonio a discapito di tutti noi e ci comprano uno a uno. Loro sì, sono palesi. Meno evidente è la nostra responsabilità, che c’è eccome. Non incontro, da tempo, una persona che mi dica che stia bene. Non sarebbe il caso di accettare e di parlarsi per cercare di cambiare quello che viviamo tutti insieme? Se non reagiamo, sì, è colpa nostra.In “In cerca di uno schianto”, la traccia di apertura, sei incazzato. È stata la miccia che ha acceso la fiamma del disco?
No, in realtà non è stata né tra le prime, né tra le ultime. È un pezzo che nasce dalla necessità di realizzare un inedito per il documentario di Enrico Bisi. Mi piaceva l’idea di omaggiare la frase dei Subsonica “In cerca di uno schianto” (tratta da “Tutti i miei sbagli”, ndr), la loro storia e i loro trent’anni di carriera. Era tutto perfetto, in linea con il disco.Ma perché auspichi “lo schianto”?
Perché pensi: se questa caduta va avanti da così tanto tempo e non si arriva da nessuna parte, e tutti ci accorgiamo che stiamo andando verso l’oblio, allora non sarebbe meglio schiantarci una volta per tutte, azzerare tutto e ricominciare? Questa cosa mi fa arrabbiare, perché il dubbio che possa essere irreversibile mi è venuto.Il disco in realtà reagisce a tante situazioni.
Sì, è anche “dolce” per certi versi. Ed è una cosa che mi ha colpito: “Burrasca” qualche anno fa non l’avrei scritta, e forse nemmeno pubblicata. Mi sono fatto delle remore, soprattutto all’idea che potesse essere un singolo. Però la verità è che è un pezzo che arriva. Mi ha insegnato tanto, perché ho lavorato per sottrazione. C’è anche un lato mio che ho sempre nascosto, perché il rapper, secondo il cliché, non dovrebbe essere così dolce, così tenero. Invece oggi, proprio perché sono così incazzato con il mondo, mi rendo conto che abbiamo bisogno anche di qualcosa di buono, di speranza. Penso ai miei nipotini in Ecuador: voglio dare anche a loro un po’ di speranza. Non posso essere solo arrabbiato.I tuoi nipotini in Ecuador?
Mia sorella vive lì con i figli. Anche se quel pezzo è partito pensando a una persona molto importante per me che in questo momento è in Cina. Quindi la distanza torna, ancora. Poi ho capito che non era solo un brano sentimentale: parlava del bisogno degli altri. Ho pensato ai miei nipoti dall’altra parte del mondo, con l’Italia in mezzo, e mi è venuto naturale: è dedicato alle persone lontane, per dire “se serve, ci sono”, anche a distanza.“Mi arrendo” con Brunori è cantato a denti stretti?
Sì, è un’accettazione. In quel pezzo ci arrendiamo al fatto che abbiamo bisogno di qualcuno vicino per brillare. Il tema, alla fine, è la collettività. Viviamo in un’epoca che ci toglie il senso di comunità, e invece va riscoperto. Per il bene di tutti, per trovare soluzioni insieme. Mi sono chiesto: perché faccio quello che faccio? Per chi scrivo?Cosa ti sei risposto?
Ho ricominciato a girare, a vedere persone dopo il Covid, e ho capito che vale ancora la pena fare quello che faccio. Però ho attraversato momenti di stanchezza. E credo sia una stanchezza condivisa: è un’epoca che mette tutti alla prova e ci lascia spesso soli davanti ai problemi. Ti viene un dubbio: ha senso prendere posizione? Tanto non cambia niente. Perché combattere una battaglia che non fa crollare nulla? Quel dubbio c’è. Però credo che proprio in quel momento, quando pensi di mollare, se hai qualcuno vicino, anche solo una persona, allora forse vale ancora la pena provarci.Uno dei temi centrali è proprio il bisogno di collettività.
Sì, nella mia testa i macro-temi dell’album sono due: il bisogno degli altri, quindi il senso del collettivo, e la redistribuzione della ricchezza. Questo secondo tema raggiunge il suo apice soprattutto in “Luigi”, ma anche in “Sapore di Marsiglia”, in modo ironico, irriverente. Ci vogliono convincere che la loro ricchezza sia un vantaggio per tutti, ma non c’è nessuna prova che lo sia davvero. Anzi, noi lavoriamo gratis per loro. Sui social, come artisti, come content creator: produciamo valore che va a finire nelle loro tasche. E ci convincono che sia per il nostro bene. È assurdo. Parliamo di una distanza economica che oggi è enorme: tra questi miliardari e una persona normale c’è più distanza di quella che c’era tra i faraoni e i loro sudditi.Luigi Nicholas Mangione è un cittadino statunitense accusato dell'omicidio di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare. Prenderlo come riferimento in una canzone non rischia di creare grossi fraintendimenti?
Io parto dal fatto che Luigi Mangione è diventato un simbolo sui social. E questo apre due riflessioni. La prima: se il sistema non ti dà strumenti per reagire, prima o poi qualcuno che prenda una pistola e spari, arriva. Ed è arrivato. A quel punto ti chiedi: forse non basta più una figura come Greta Thunberg. La seconda riflessione è ancora più inquietante: com’è possibile che Luigi Mangione sia diventato un personaggio “positivo”?Forse perché è diventato un meme?
Esattamente. Perché è un bel ragazzo. Perché è “condivisibile”. E allora la domanda diventa: come si fa oggi la rivoluzione? Siamo passati da “The revolution will not be televised” a una rivoluzione che, per esistere, deve essere memabile. Deve funzionare su Instagram. E questo è paradossale: siamo arrivati al punto in cui, per essere credibile agli occhi delle persone, anche un gesto estremo deve diventare un contenuto. La storia di Luigi Mangione sembra un film: la pistola stampata in 3D, l’arresto per una cosa banale, il fatto che finisca in cella con Puff Daddy… è tutto così assurdo che diventa perfetto per essere raccontato. Ed è proprio per questo che ci affascina.Ma nel momento in cui una rivoluzione diventa “instagrammabile”, è ancora una rivoluzione?
Non lo so. Però se è l’unico modo che abbiamo oggi per farla passare, forse dobbiamo accettare anche questo.Il documentario di Bisi evita la retorica della celebrazione.
In Italia spesso i documentari sugli artisti sembrano agiografie, come se si parlasse sempre di qualcuno che ha “vinto tutto”. Ma io non ho vinto niente. Sono una persona fortunata, che ha una storia da raccontare. Ma non mi interessa passare per quello che ha vinto. Anche perché le vittorie sono tutte uguali, mentre le sconfitte sono diverse, e quindi più interessanti. Con Enrico Bisi abbiamo cercato proprio questo: raccontare una postura nel mondo della musica, non un trionfo. Oggi invece lo storytelling è diventato pubblicità: esporre una storia significa vendere qualcosa. E quindi esistono solo storie di successo.Altri punti di vista?
Io voglio storie vere. Voglio storie come quelle del bellissimo film “Le città di pianura”, storie di sconfitte quotidiane. Perché solo così mi sento meno solo nelle mie.Anche le sconfitte sono utili?
Il problema è il contesto: ti fanno sentire solo. Se a 24 anni non sei laureato, a 25 non hai raggiunto qualcosa, sei un fallito: il sistema dice questo. Ma non è vero. E non è vero neppure nella musica: io ho firmato il mio primo vero contratto discografico a 34 anni. Marracash non era famoso a vent’anni, Salmo nemmeno, Lucio Dalla neanche. Solo nello sport ha senso parlare di “tempo”, per una questione fisica. Ma nel resto della vita no. E invece questi ragazzi di oggi hanno un’ansia del risultato immediato che fa paura. E mi fa sentire fortunato, perché io ho vissuto in un’epoca che mi ha permesso di arrivare in ritardo. Il tema del fallimento è enorme.Pier Paolo Pasolini diceva che dovremmo insegnare alle nuove generazioni che il fallimento è necessario.
Aveva ragione. Perché i momenti peggiori della mia vita sono stati anche quelli più importanti. Quando avevo 28-29 anni, da una crisi è nato il disco che mi ha cambiato la vita. Dal Covid, che mi ha spezzato le gambe, ne sono uscito migliore. Il dolore non va evitato a tutti i costi. Va attraversato. Non dico che uno debba cercarsi il fallimento, ma bisogna accettare anche quella parte della vita.Dici che il Covid ti ha “spezzato le gambe”…
Ho provato a reagire con un disco complesso, “Pornostalgia” e non è stato facile. Ma quel “buco nero” è servito. Mi ha aiutato a trovare una nuova direzione, pure musicale. Abbiamo preso meglio le misure, anche cambiando squadra, rimettendo ognuno nel proprio ruolo. Perché quando tutti vogliono fare tutto, si perde. In questo disco invece ognuno è al posto giusto.Durante e subito dopo il Covid hai pensato di smettere?
Sì. Perché avevo perso il contatto con le persone. Non le vedevo più, non toccavo più con mano la risposta reale di chi ascolta. Non capivo più perché stessi facendo questa cosa. È stato un percorso faticoso. Ci ho messo quattro anni per uscirne davvero. Però è stato fondamentale, perché mi ha costretto a rimettere in discussione tutto.Di che momento stiamo parlando?
Quando è iniziato il documentario, quindi verso novembre 2023, ero in un momento in cui pensavo seriamente che forse non fosse più cosa…ero stanco. E soprattutto avevo la sensazione di non essere più capace di intercettare il tempo in cui vivevo, di arrivare alle persone come prima. Vai avanti, ma ti dici: forse non ce l’ho più. Non volevo accanirmi. Ho troppo rispetto per la musica e per chi ascolta per farlo “per forza”. “Se non ha più senso, mi fermo”: me lo sono detto chiaramente.Poi però è successo qualcosa, se oggi siamo qui.
Nel 2024 e ancora di più nel 2025 ho visto le persone tornare in piazza, ho visto una voglia di partecipazione, di presa di posizione. E allora ho capito che forse uno spazio c’era ancora. Che forse potevo avere ancora un’utilità, anche come artista. E lì è tornata l’energia. Il disco poi è nato in poco tempo. Avevamo già qualcosa da parte, ma la spinta vera è arrivata dopo Sanremo 2025, dove ho conosciuto Brunori: da marzo in poi è venuto fuori tutto. Perché avevamo una nuova voglia. Poi certo, se il nuovo alla gente farà schifo, magari cambio idea (ride, ndr). Però la verità è che sono soddisfatto. E non mi capita spesso di esserlo così tanto.Quindi cosa ti ha “salvato”?
Gli altri. Perché nessuno si salva da solo.
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