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Westside Cowboy: un viaggio alt country e rock per conoscersi

06.09.2026 Scritto da Claudio Cabona

C’è un cavallo sulla copertina di “It Goes On”. Ma non è il cavallo che ci aspetteremmo da una band che si è inventata la parola “Britainicana” per descrivere il proprio sound. È un Gypsy Vanner, una razza legata alla tradizione delle comunità romanì britanniche, animale da viaggio e da strada, associato ai vardo e alle carovane. Dietro, però, non ci sono le praterie del West: ci sono i palazzi grigi di cemento dell’Inghilterra urbana. È un’immagine quasi perfetta per capire i Westside Cowboy: prendere un immaginario che arriva da lontano, americano, romantico, cinematografico, e riportarlo a casa. A Manchester. A Leeds. Nei pub. Nei vent’anni. Nella vita vera.

“It Goes On”, il loro debutto, arriva dopo un anno in cui tutto è successo velocemente: il trionfo al Glastonbury Emerging Talent Competition, i concerti, il passaggio da giovane band da tenere d’occhio a nome inseguito dalle etichette, i tour con gruppi come Black Country, New Road, Blondshell e Geese. Sarebbe stato facile fare un disco che cercasse di dimostrare a tutti i costi qualcosa. Invece “It Goes On” è un disco costruito intorno all’idea che non sia necessario avere una risposta, una certezza per continuare a vivere. I Westside Cowboy non hanno ancora trovato una forma definitiva e, soprattutto, non sembrano interessati a trovarla. Il bello è proprio questo movimento continuo: quattro ragazzi che si passano la canzone di mano in mano, con Aoife Anson O’Connell, Jimmy Bradbury e Reuben Haycocks capaci di alternarsi alla voce mentre Paddy Murphy tiene tutto insieme dietro la batteria.

La band, prima ancora dei singoli, è un organismo vivente e mutevole. Le canzoni non sembrano appartenere a una persona sola. Anche quando partono da una voce o da una chitarra, finiscono per diventare qualcosa di collettivo. È probabilmente la qualità più preziosa del disco, perché impedisce alla loro miscela di indie, country, rockabilly e chitarre jangle di ridursi a un esercizio di stile. “Kick Stones (The Boys)” parte già con il motore acceso: chitarre, batteria, una corsa in avanti che mette subito in chiaro che questa è una band nata per essere ascoltata live. “Dobro” gioca invece con l’idea stessa dell’Americana: il titolo evoca un mondo preciso, ma la musica non si lascia chiudere lì dentro. Le chitarre sono sporche, elastiche. Ed è qui che la definizione “Britainicana” diventa qualcosa cosa di più. Non vuol dire semplicemente suonare country in Inghilterra, ma prendere quel vocabolario e usarlo per raccontare un’altra geografia.

Il West americano diventa un quartiere inglese. La strada non è quella di Kerouac, ma quella che porta al pub. Il cavallo non attraversa il deserto: sta davanti a un paesaggio di cemento. L’America è un’immaginazione, l’Inghilterra è il luogo in cui quella fantasia viene fatta atterrare. Dentro questa contraddizione c’è anche la forza di “Pin Up Boys”, uno dei pezzi che meglio spiegano perché la band abbia costruito così rapidamente una reputazione dal vivo. È rumoroso e sfacciato, ma dietro l’euforia sonora c’è una sensazione di frustrazione e di smarrimento. I Westside Cowboy hanno il talento, in questo senso, di non separare mai completamente la felicità dall’ansia. “Worried Age” lo fa intendere già dal titolo. “Big Wheels” prende invece immagini apparentemente piccole e quotidiane e le carica di un peso maggiore.

Poi arriva “Coyote”, forse uno dei punti in cui l’immaginario del gruppo trova la sua forma più precisa. “Patchwork” mette al centro la fragilità, mentre il finale “You Could Have Died There On The Dancefloor” chiude con una specie di accettazione programmatica: non essere perfetti, continuare a provarci. In un momento in cui anche le band sembrano dover arrivare sul mercato già confezionate, con un’estetica riconoscibile, una narrazione pronta e una risposta per ogni domanda, i Westside Cowboy hanno fatto un disco che conserva qualcosa di raro: la sensazione di essere ancora all’inizio del viaggio, di essere all’inizio della scoperta, in primis di se stessi.

TRACKLIST
"Kick Stones (The Boys)"
"Paper Chains"
"Dobro"
"Well Done Kid, You Did It"
"Worried Age"
"Big Wheels"
"Pin Up Boys"
"Coyote"
"Patchwork"
"Take My Leaving as I Love You"
"You Could Have Died There on the Dancefloor"

TRACKLIST
“Kick Stones (The Boys)”
“Paper Chains”
“Dobro”
“Well Done Kid, You Did It”
“Worried Age”
“Big Wheels”
“Pin Up Boys”
“Coyote”
“Patchwork”
“Take My Leaving as I Love You”
“You Could Have Died There on the Dancefloor”

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