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Vinicio Capossela, a Pompei il tempo raggiunge “Ovunque proteggi”

14.07.2026 Scritto da Alessandra Del Prete

Vent’anni dopo la pubblicazione di “Ovunque proteggi”, Vinicio Capossela riporta il suo disco più visionario nell’Anfiteatro degli Scavi per una delle date più attese di B.O.P. – Beats of Pompeii, ancora una volta sold out. Un risultato che conferma la capacità della rassegna di costruire un pubblico trasversale, italiano e internazionale, in un’estate nella quale diversi festival faticano invece a riempire gli anfiteatri campani.

Ma i numeri spiegano soltanto una parte della serata. La ragione per cui questo concerto funziona è soprattutto un’altra: “Ovunque proteggi” viene eseguito nel luogo che ne rende immediatamente visibile il tema centrale. Pompei non è una scenografia prestigiosa, ma la chiave attraverso cui rileggere il disco. Le sue rovine raccontano la distruzione diventata memoria, la fragilità sopravvissuta alla fine, la possibilità che qualcosa continui a esistere anche dopo essere stato travolto dal tempo.

È lo stesso paradosso sul quale Capossela costruì l’album nel 2006. Per questo la serata evita quasi subito il rischio più frequente delle celebrazioni anniversarie: imbalsamare un classico, confermandone l’importanza senza rimetterlo davvero in discussione. Qui accade il contrario. Il disco viene esposto al presente, per capire non soltanto quanto abbia resistito, ma che cosa significhi ascoltarlo oggi.

Per misurare questa distanza bisogna tornare al marzo del 2006. L’industria discografica era ancora organizzata attorno all’album come opera compiuta. Spotify non esisteva, l’ascolto in streaming non aveva ancora frammentato il rapporto con la musica e un lavoro di oltre settanta minuti poteva chiedere continuità, tempo e attenzione. “Ovunque proteggi” nasce dentro quel mondo, ma già allora sembra eccedere le sue regole: non è una raccolta di brani, bensì un percorso con una propria architettura.

Capossela arriva al disco dopo sei anni senza album di inediti, affiancato da musicisti come Marc Ribot, Ares Tavolazzi, Roy Paci, Wu Wei e Mario Brunello. Lo registra in maniera nomade, attraversando studi, chiese e grotte e lasciando che siano gli spazi a suggerire la forma del suono. Ne esce un’opera premiata con la Targa Tenco come Miglior album e riconosciuta anche fuori dall’Italia, fino alla classifica world della rivista “Mojo”.

La sua durata, però, non dipende soltanto dai riconoscimenti. Riascoltato oggi, “Ovunque proteggi” non appare invecchiato perché non aveva mai cercato di aderire al proprio presente. Mentre molta musica dei primi anni Duemila conserva i segni immediatamente riconoscibili dell’epoca, Capossela guardava altrove: ai Salmi, al Qoelet, alla tragedia greca, alla devozione popolare, a Melville, alle fanfare balcaniche, al blues e alle culture del Mediterraneo.

L’ossatura filosofica del disco è il Qoelet nella traduzione di Guido Ceronetti. La Vanitas, il “fumo di fumi”, la precarietà di ogni costruzione umana tengono insieme canzoni musicalmente e narrativamente molto diverse. Capossela, però, non ne ricava una meditazione astratta. Porta il pensiero dentro la carne, il desiderio, il mito, la festa, la paura e il naufragio. Sacro e profano non sono due territori contrapposti: convivono continuamente, senza arrivare a una sintesi pacificata.

È qui che il disco incontra davvero il nostro tempo. Nel 2006 la protezione evocata dal titolo poteva apparire soprattutto come una richiesta intima ed esistenziale. Oggi, in un presente attraversato da guerre, instabilità politica e nuove fragilità collettive, la stessa invocazione assume una dimensione più ampia. Non è più soltanto una preghiera individuale: diventa una domanda pubblica.

Il concerto traduce questo passaggio evitando la ricostruzione filologica. La scaletta non riproduce rigidamente l’ordine dell’album, ma ne allarga il perimetro con canzoni appartenenti allo stesso universo poetico. È una decisione fondamentale: “Ovunque proteggi” rimane il centro della serata, ma viene trattato come un’opera ancora aperta, capace di attirare intorno a sé altri personaggi, altri racconti e altre stagioni della scrittura di Capossela.

L’apertura con “Non trattare” stabilisce immediatamente il tono. Il richiamo dello shofar e il riferimento al Salmo 59 collocano l’anfiteatro dentro una dimensione rituale, senza bisogno di apparati scenici ridondanti. Gli arrangiamenti restano in gran parte vicini alle versioni originali, ma non ne cercano la riproduzione esatta. Sono più larghi, fisici e teatrali, modellati da vent’anni di esecuzioni: le canzoni mantengono la propria struttura, ma si concedono una maggiore libertà nell’interazione tra i musicisti.

“Brucia Troia”, con Gavino Murgia, è uno dei primi vertici della serata. Il sax e la voce del musicista sardo non vengono aggiunti come elementi ornamentali, ma riattivano la radice arcaica e tribale del brano. Il mito omerico, la gelosia, il Minotauro e il rock tornano a convivere nello stesso impasto, senza che la densità dei riferimenti rallenti la forza dell’esecuzione.

La qualità del concerto dipende in larga misura dalla band. Capossela guida un ensemble capace di passare dalla musica popolare alle suggestioni balcaniche, dal blues al tango, dalle fanfare al rock senza perdere compattezza. È proprio questa continuità a impedire che la scaletta, così ampia e stilisticamente mobile, si trasformi in una successione di quadri separati. Gli arrangiamenti conservano la ricchezza dell’album, ma la rendono più diretta e leggibile sul palco.

Anche la risposta del pubblico chiarisce che non si sta assistendo alla semplice commemorazione di un disco di culto. La partecipazione non riguarda soltanto i brani più riconoscibili. “Dalla parte di Spessotto”, uno dei nuclei emotivi e narrativi dell’intero progetto, viene cantata dalla platea con una familiarità che sorprende. È il segnale che queste canzoni non sono più soltanto oggetti di devozione per ascoltatori specialisti: sono entrate nella memoria condivisa del pubblico di Capossela.

La parte centrale del concerto lavora proprio su questa complicità. “Moskavalza”, “All You Can Eat”, “I musicanti di Brema”, “Medusa Cha Cha Cha”, “Pryntyl”, “Nel blu”, “Lanterne rosse”, “Pena de l’alma” e “Dove siamo rimasti a terra (Nutless)” alternano ironia, malinconia e teatro musicale. La varietà è evidente, ma non produce dispersione. Al contrario, mette in luce una delle caratteristiche più solide della scrittura di Capossela: la capacità di passare dal registro colto a quello popolare facendo sentire entrambi come parti della stessa lingua.

Fra un brano e l’altro il cantautore interviene più volte, aggiungendo al concerto un piano esplicitamente politico. Parla di una Russia che non coincide con il potere di Putin, ma con una tradizione storica, letteraria e culturale oscurata dall’aggressione all’Ucraina. Racconta poi l’urlo collettivo che, in alcune consuetudini, precede la prima vodka, usandolo non come semplice nota folklorica, ma come immagine di una comunità.

Da lì arriva l’affondo contro leader “incapaci e instagrammabili”, più impegnati a costruire la propria immagine che a impedire le guerre. Non è una digressione appiccicata alle canzoni. È il punto in cui il disco del 2006 viene esplicitamente riportato nel 2026: i naufragi, la paura, il bisogno di comunità e la richiesta di protezione smettono di essere soltanto figure poetiche e diventano una lettura del presente.

L’ingresso di Mario Brunello in “Santissima dei naufragati” segna il momento più raccolto della serata. Il violoncello dilata la sospensione del brano, rendendo ancora più evidente il rapporto tra il mare, la perdita e l’attesa di una salvezza. È uno dei passaggi in cui l’anfiteatro partecipa davvero alla musica: il silenzio dello spazio diventa parte dell’arrangiamento.

Subito dopo, “Il rosario della carne” riporta in primo piano il cortocircuito tra spiritualità e materia. Con “L’uomo vivo”, invece, il concerto cambia radicalmente energia. Roy Paci accompagna la trasformazione dell’anfiteatro in una processione collettiva, mentre il Cristo Risorto di Scicli diventa il centro di una festa che celebra la vita senza rimuovere la morte. È la stessa tensione che attraversa l’intero disco, ma qui prende una forma fisica, partecipata.

La sequenza conclusiva con la reprise di “Al Colosseo”, “Il ballo di San Vito” e “Ovunque proteggi” porta il concerto al proprio punto d’arrivo senza forzature. Quando tutti gli ospiti raggiungono il palco per la title track, il concerto trova il proprio punto di equilibrio. Davanti alle rovine di Pompei, quell'invocazione finale assume inevitabilmente un significato diverso. Non è più soltanto la chiusura di un disco. È il gesto conclusivo di una comunità che, per due ore, ha condiviso la stessa domanda: cosa resta dell'uomo quando il tempo ha fatto il suo lavoro?

La risposta, forse, è tutta nella qualità di questo concerto. Perché se gli arrangiamenti dimostrano quanto quelle canzoni siano rimaste vive senza tradire la loro forma originaria, la partecipazione del pubblico e l'intesa di una band raccontano che “Ovunque proteggi” non appartiene più soltanto alla storia di Vinicio Capossela. È diventato un patrimonio condiviso, un'opera che continua a trovare nuovi significati ogni volta che torna a essere abitata.

 

(la fotografia dell'articolo è di Dino Borelli)

Scaletta

Non trattare

Brucia Troia

La peste

Al Colosseo

Moskavalza

All You Can Eat

Spessotto

Musicanti di Brema

Medusa Cha Cha Cha

Pryntyl

Nel blu

Lanterne rosse

Pena de l'alma

Nutless

Dorme il bosco

I fuochi fatui

SS dei Naufragati

Il Rosario della carne

Uomo vivo

Reprise Al Colosseo

Il ballo di S. Vito

Ovunque Proteggi

 

 


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