Ai tempi di “Senza di me”, nell’ormai lontano 2018, Venerus aveva venticinque anni, un timido baffetto, uno look fatto di brillantini in faccia e abiti leopardati e si era appena ritagliato il suo posto nella scena musicale a fianco di Franco126 e Gemitaiz. Lo abbiamo tenuto d’occhio seguendolo nel suo percorso artistico, prima con gli Ep “A che punto è la notte” (2018) e “Love Anthem” (2019), poi con il primo album, “Magica musica” (2021), e il secondo “Il Segreto” (2023). Oggi lo incontriamo per farci raccontare “Speriamo” (2025), terzo album in studio pubblicato il 7 novembre, e ampliato nei giorni scorsi da una nuova canzone, “Sentire”, con Angelina Mango. Un album in cui emerge una dimensione fatta di sperimentazione, collaborazioni e un mix di generi musicali che raccontano le sue molteplici anime. Lo sta presentando con un tour teatrale partito venerdì 27 novembre da Pisa: ieri ha fatto tappa a Milano, poi si dirigerà a Napoli, Roma, Trento e Genova. “Le persone che hanno davvero reso questo disco possibile saranno insieme su un palco, in una veste inedita, e alcune delle canzoni interpretate in modo non convenzionale. Il teatro mi ha dato sempre l’opportunità di aprire la mente ed esplorare l’esperienza umana”, racconta.
Produttore e co-compositore del disco è Filippo Cimatti mentre l’artwork è realizzato da Andrea Cleopatria, che ha anche collaborato alla scrittura dei testi: un viaggio apparentemente disordinato che tocca elettronica morbida e arrangiamenti jazzati, funk, folk, r&b, hip hop e rap (“volevo rappare, mi è risalita questa scimmia”) fino a momenti più intimi, in cui il punto fisso resta la voce dell’artista.Partiamo dal titolo del disco. Venerus, realmente, cosa spera?
“Ho detto tante volte quello che spero per gli altri, non ho ancora detto quello che spero per me. Spero che possa essere l’occasione per incontrare qualcosa che non ho ancora incontrato, in termini di persone ed esperienze di vita. Che possa essere un punto della mia vita da cui possa trarre insegnamento e che queste canzoni mi portino in luoghi fisici e personali che ancora non ho contemplato”.Chi è Venerus oggi e che tipo di direzione ha preso musicalmente?
“Non lo so e non l’ho mai saputo. Il mio desiderio è di essere più che mai in ascolto e cercare di mettere un po’ di quiete a tutti i miei pensieri. Non conosco neanche la direzione che ho preso, sicuramente voglio continuare a restare in viaggio e fare sempre cose nuove”.Fare cose nuove pur non sapendo l’impatto che potrebbero avere? Tieni di più al pubblico affezionato o ad estenderlo?
“Non sono due alternative che si escludono. Sono grato delle persone che hanno condiviso il viaggio con me fino ad ora, il mio invito è quello di viaggiare insieme con amore e senza giudizio e di avere la stessa apertura mentale che ho io per poter scoprire nuove destinazioni”.A differenza de “Il Segreto” in questo album ci sono diverse collaborazioni. Alcune di vecchia data come quella con Gemitaiz e Mace, altre nuove come Mahmood, Jake La Furia, Cosmo. Sono featuring o duetti? Nascono per connessione artistica o sono necessità discografiche per ampliare il pubblico?
“I brani con Cosmo e Marco Castello sono quelli in cui abbiamo veramente scritto insieme da zero la canzone, gli altri sono più occasione di incontro, di condividere un momento musicale e sono tutte nate, se non da un rapporto di amicizia, dalla possibilità di crearne uno. Nessuno è messo lì per gli accrediti che può portare a livello di pubblico, se consideriamo anche che la canzone che più potrebbe fare questa cosa, ‘Cool’, è una canzone senza ritornello che difficilmente avrà un percorso in radio”.Alcuni passaggi di “Speriamo” sono registrati in presa diretta. Quanto conta per te questo aspetto?
“Se ‘Il Segreto’ era tutto fatto in presa diretta con degli overdub aggiunti dopo, in ‘Speriamo’ abbiamo utilizzato questa tecnica per alcune sezioni del disco e alcune canzoni. È un elemento importante perché non è replicabile e include il caso e il caos, la vita.Hai detto che questa volta sono stati i testi a nascere prima della musica.
"Abbiamo lavorato tantissimo sui testi, sono stati il vero focus. Partire da quelli ci ha permesso di avere una visione critica sulle canzoni scelte. Il pubblico quando vede un concerto canta, non suona, è il punto in cui si riesce ad arrivare a fondo nel cuore e nelle vite delle persone. In passato è stato tutto molto più istintivo, era un flusso in cui quello che veniva si imprimeva nella canzone. Questa volta abbiamo messo tanti filtri, siamo stati giudici delle canzoni”.Sembra che i 30 anni ti abbiano un po’ scombussolato, come si intuisce anche in “Okay”, il brano con Altea. Possiamo dire che hanno dato il via a una nuova era?
“Sicuramente. E in questa nuova era cercherò di non perdermi come mi son perso a vent’anni su tante cose, ma di tenere in mano la bussola che mi fa stare presente, per essere veramente sul pezzo e portare questo progetto dove può arrivare”.È anche l’era per arrivare sul palco dell’Ariston? Com’è andata due anni fa quando hai accompagnato Loredana Berté? “L’esperienza che ho fatto due anni fa a Sanremo non è stata una delle più fantasmagoriche della mia carriera, penso di aver fatto di più col mio percorso che con quell’esibizione in particolare. Parte di questo mestiere è rendersi conto che ci si scontra un po’ con la realtà e che bisogna trovare il modo di inserirsi e trovare un punto di contatto. Per quanto riguarda il futuro non so cosa succederà, non ho nessuna risposta, ma se avrò l’occasione di salire su quel palco darò sicuramente tutto quello che posso dare con l’amore per la mia musica”.