A poche ore dall'inizio della data zero di Rimini, Vasco Rossi affida alle sue canzoni il compito di raccontare il presente, ribadendo una visione del mondo che da sempre attraversa la sua musica. A partire da Vado al massimo, che definisce «come l’incipit di un libro», il rocker di Zocca rivendica ancora oggi la forza provocatoria di un brano nato per sfidare «quelle facce ingessate, quel mondo ipocrita e bigotto» che, a suo giudizio, non è affatto scomparso, anzi: «Gli ipocriti e i bigotti invece che sparire sono aumentati. La ricanto per andarci di nuovo contro», spiega.
Per Vasco, la musica continua a essere molto più di un semplice intrattenimento. «Il potere ha sempre bisogno che la gente sia affetta dalla tristezza, diceva Spinoza. Noi portiamo gioia». Una gioia che diventa anche una forma di resistenza: «La musica è una forma di resistenza attiva contro questi sociopatici che scatenano guerre e distruzioni in cui a soffrire è solo la popolazione civile». Un ragionamento che si allarga alla contemporaneità, segnata, secondo il Komandante, dal predominio della «legge del più forte» e dalla «potenza della propaganda e del rimbecillimento della popolazione».
Eppure, Vasco non sente la necessità di trasformare il palco in una tribuna politica. «Io scrivo poesie musicate e parlo con quelle», dice poco prima del concerto. «Non ho bisogno di fare discorsi dal palco: le mie canzoni parlano da sole». È proprio attraverso i suoi brani che affronta temi identitari e culturali, come accade con (per quello che ho da fare) Faccio il militare, che urla "non siamo mica gli americani". Una canzone che oggi gli appare sorprendentemente attuale: «C’è stato un periodo in cui pensavamo di essere americani e invece no, ce l’hanno ricordato abbastanza brutalmente. "Non siamo mica gli americani" sembra scritta quest’anno. Una volta pensavamo di essere un po’ americani. Invece no, siamo italiani».
Così, alla vigilia dello show di Rimini, Vasco torna a riaffermare il ruolo delle sue canzoni: provocare, far riflettere, resistere e raccontare un’identità collettiva senza bisogno di proclami. Perché, come sostiene lui stesso, le sue parole migliori sono già dentro la musica.
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