C’è un momento preciso, ogni anno, in cui l’estate italiana smette di essere una promessa e diventa realtà. Succede quando un boato attraversa migliaia di persone e sul palco compare Vasco Rossi. L'aria di Rimini è carica di quell'elettricità densa e salmastra che precede la tempesta. Per la data zero del tour, lo Stadio Romeo Neri si trasforma nel tempio di un rito pagano, un polmone di acciaio e cemento che respira al ritmo di venticinquemila cuori pulsanti.
Nei giorni scorsi, il Komandante aveva fatto una promessa chiara al suo popolo: la scaletta sarà "imprevedibile, irraggiungibile, inarrivabile, inequivocabile, ineludibile, straordinaria e stupefacente". E quando parte il primo pezzo, si capisce subito che non stava scherzando. Una Vado al massimo in versione punk e tiratissima apre le danze di una liturgia che è specchio feroce e spettacolare del nostro presente.
Un palco incandescente
Il filo conduttore del concerto si svela dal primo istante. Non c'è un'introduzione morbida: dopo Vado al massimo, la chitarra di Stef Burns continua a lacerare il cielo perché partono a bruciapelo Ormai è tardi e Fegato, fegato spappolato. È un inizio aggressivo, perfetto per inaugurare il concept: chi siamo in mezzo alle bombe di questa guerra mondiale a pezzi, e soprattutto, chi vogliamo essere? Vasco risponde con il rock. Una chiamata alle armi della coscienza.
Sua maestà il palco vanta 70 metri di larghezza, 24 di profondità e 1200 metri quadrati di schermi a LED. Numeri giganteschi — alla sua quinta edizione, Vasco Live ha raggiunto 3.000.000 di biglietti venduti — ma i numeri, con Vasco, raccontano solo una parte della storia. L’altra parte è quella invisibile: gli occhi lucidi, la rabbia liberata, il coro infinito che trasforma uno stadio in una sola voce. Come accade con Una nuova canzone per lei, perla del 1985 mai eseguita prima dal vivo.
L'adrenalina però non cala, anzi. Arriva l’anima funk di Bolle di sapone e poi un’accoppiata micidiale: Alibi (il primo ma non l’ultimo momento teatrale della serata, vicino a Dario Fo) e Sono ancora in coma. Una sorpresa dopo l’altra, come la rivisitazione pinkfloydiana e mozartiana di Ciao, con archi e fiati. Accanto al Komandante, infatti, c’è una band eccezionale, sotto la direzione di Vince Pastano: oltre a Burns ci sono Antonello D’Urso (chitarra acustica, programmazione, percussioni, cori), Andrea Torresani (basso, synth basso, cori), Alberto Rocchetti (tastiere), Donald Renda (batteria), Andrea Ferrario (sax), Tiziano Bianchi (tromba), Roberto Solimando (trombone, sousafono), Roberta Montanari (cori, percussioni) e lo storico bassista Claudio “il Gallo” Golinelli come ospite speciale.
Come in ogni grande rito di comunione, dopo lo sfogo arriva il bisogno di vicinanza. Il tuffo negli anni ‘80 si chiude con la leggerezza ritmica di Domani sì, adesso no, l’ironia di Tango… (della gelosia) e la spinta di Lunedì, ritratto perfetto delle nostre malinconie quotidiane. A questo punto l’interludio dà spazio alla band, che prepara il terreno per un altro, attesissimo debutto live: Marea.
Tra Giorgio Gaber e resistenza
Il flusso inesorabile di Marea è il momento più dark e psichedelico del concerto. Il clima si fa intimo, la band rallenta i giri. “Vivere insieme a me… hai ragione, hai ragione te: non è mica semplice” ammette il Blasco in Siamo soli; “Se ti potessi dire quante volte ho voluto morire”, confessa in Se ti potessi dire. È qui che si toccano le corde più profonde dell'anima, ma il rocker di Zocca conosce il suo pubblico e sa quando è il momento di allentare la presa.
È qui che arriva la marcia militaresca di (per quello che ho da fare) Faccio il militare, dissacrante e attualissima, il volto del Vasco più sfrontato, quello capace di ridere in faccia al potere e alle convenzioni: "Il potere è una droga e tutti quelli del governo sono dei drogati". Un assaggio di teatro canzone rock che di Giorgio Gaber condivide sia la forma (parlato e cantato), sia la lungimiranza, perché il confine tra l’introspezione del teatro milanese e la dimensione del rock da stadio è più sottile di quanto sembri: “Non siamo mica gli americani, che loro possono sparare agli indiani”. Un mix tra L’America gaberiana e il Fiume Sand Creek faberiano. Gli spari degli americani sono quelli di Gli spari sopra, un’altra invettiva contro il potere, il riflesso esatto del mondo lacerato in cui ci muoviamo oggi.
Ma non tutti sono asserviti alla retorica della guerra: C’è chi dice no. Un ruggito - condito da assoli magistrali di Pastano e Burns - che unisce le generazioni perché la libertà è di tutti, la ribellione è di tutti. E la rivoluzione è l’opposto della solitudine. “Ricordo chi voleva un mondo meglio di così” prosegue Stupendo, intima e profonda, un urlo catartico in cui l'amore si fa evasione disperata. Rewind arriva come una fuga necessaria dalla realtà, un'esplosione di euforia collettiva, un sabba di corpi che ballano e di reggiseni che volano, come da tradizione.
Il concept sta per compiersi. Se il concerto si era aperto con Vado al massimo, l'ultima canzone deve essere la chiave di volta, la risposta ai tempi incerti, cinici e fragili che stiamo attraversando. Partono le note larghe, struggenti e malinconiche di Un mondo migliore: "L'ultima canzone della scaletta 2026 sarà perfetta per i tempi che corrono!", aveva anticipato il rocker. E infatti è la chiusura perfetta, inequivocabile. In un'epoca segnata da paure, divisioni e un disperato bisogno di orizzonti limpidi, questa canzone è una carezza e una preghiera laica. “Sai, essere libero costa soltanto qualche rimpianto” sussurra Vasco, e Rimini risponde in un coro che sa di fatica ma soprattutto di rinascita. Con la promessa ostinata di guardare avanti, convinti che “tutto è possibile, perfino credere che possa esistere un mondo migliore”. Che sia ancora possibile costruirlo. Insieme.
Il gran finale
"Tutto esiste contemporaneamente" recita Schrödinger sul maxischermo. Dopo un intermezzo dedicato alla fisica quantistica, il Blasco ci prende per mano per riportarci in superficie, più vivi di prima. Anche perché “no, la noia no… Io non ci vivo più!”. La noia mancava dai live da tantissimi anni, ma è qui che arriva il rito – che tutti conoscono, ma di cui nessuno si stanca mai. Perché quando Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra, lo stadio intero piange le sue cicatrici e celebra la sua forza. Il patto di sangue tra Vasco e la sua gente si sigilla: Siamo solo noi la “generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi”. Una catarsi che trova il suo compimento in Vita spericolata, quella che vogliamo tutti, quella maleducata, che se ne frega. La madre di tutti i sogni irrequieti, a Rimini nella rara versione piano e voce.
Prima dell’addio, l’abbraccio di Vasco si apre con Canzone, chicca eseguita per intero, e non può che concludersi con Albachiara, eterna e avvolgente. L’abbiamo cantata talmente tante volte che quel respiro leggero, “per non far rumore”, è casa nostra. Le canzoni e i concerti di Vasco ti prendono l’anima, te la stropicciano con la storia delle nostre vite e te la restituiscono con gli occhi lucidi, gli occhi grandi “forse un po’ troppo sinceri”, in cui “si vede quello che pensi, quello che sogni”. Vasco continua a parlare a un Paese intero perché le sue canzoni non cercano la perfezione: cercano le crepe. E dentro quelle crepe ci finiscono tutti.
La scaletta
Vado al massimo
Ormai è tardi
Fegato, fegato spappolato
Una nuova canzone per lei
Bolle di sapone
Alibi
Sono ancora in coma
Ciao
Domani sì, adesso no
Tango... (della gelosia)
Lunedì
- Interludio -
Marea
Siamo soli
Se ti potessi dire
(per quello che ho da fare) Faccio il militare
Gli spari sopra
C'è chi dice no
Stupendo
Rewind
Un mondo migliore
La noia
Sally
Siamo solo noi
Vita spericolata
Canzone
Albachiara
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