“Quante volte io ho mentito, quanti sogni ho ricucito. Quanto tempo io ho cantato per chi era partito”. Quante storie ha raccontato, quante piazze ha fatto ballare Davide Van De Sfroos con il suo dialetto comasco. Più di trent’anni di folk scatenato che, con il tempo, ha lasciato sempre più spazio all’introspezione.
Ti senti ancora un ribelle costante con i temporali in tasca?
Forse ancora più di prima. Dopo 60 anni di percorso ti eri immaginato un futuro in un certo modo, o comunque aspettavi di diventare grande per poter capite da vicino certe cose. Il mondo nel frattempo ha sostituito le carte in tavola. I temporali in tasca ci sono sempre e hanno bagnato i pantaloni perché sono esplosi più volte, e tu più volte hai cambiato pantaloni. Li hai lì pronti ancora a esplodere, ma non sai più bene dove andare a pascolare questi temporali. Certe cose che pensavi si estinguessero col tempo – come certe forme di violenza, le guerre, le differenze sociali – sono ancora lì, e ancora più complicate. Molte volte mi sento sconfitto. Perché la mia proiezione, la mia idea, i miei sogni li ho visti cadere dentro un mondo che non ha mantenuto la sua promessa.
Avverti un contrasto con le nuove generazioni?
No, anzi. Un po’ di anni fa ho fatto un tour con un gruppo in cui il più vecchio aveva 25 anni. Ci siamo divertiti e mi hanno ri-insegnato la verve, la voglia, perché qualcosa si stava appiattendo. Cerco sempre di scovare talenti. È chiaro che ci sono generi che mi interessano di più e altri meno, ma anche nel mondo trap e rap ci sono cose geniali. Quando ero giovane io, per gli anziani c'erano solo Claudio Villa, Tajoli, Mina; tutti gli altri non erano capaci di cantare, non avevano voce – o, se avevano voce, avevano i capelli troppo lunghi, come Battisti. Poi, quando arrivava il momento di Battisti, non andavano bene i vari De Gregori, De André, perché “quelli lì non cantano, non si capiscono le parole”… e invece erano i nostri poeti. Oggi, se senti certi parlare, sembra che ci siano stati solo Bob Dylan, Neil Young, Led Zeppelin, Beatles. Non è vero. Ci sono migliaia di gruppi di altissimo livello che non conosciamo. Il problema è che bisogna andare un po' a curiosare in giro per scovarli.
A guardare le classifiche, l’autotune conta più del talento.
Se ci basassimo solo sulle radio, quelli come me sarebbero già morti di fame. Il nostro non è un genere mainstream, tutto quello che ci siamo guadagnati ce lo siamo guadagnati città per città, disco per disco, porta a porta. La musica folk la vivi nelle piazze, per strada, in teatro – e te la fai tutta suonandola. Senza autotune, basi o playback. La canzone viene arrangiata e finisce sì su un disco, ma finisce poi per forza davanti alla gente che vuole ballare, saltare, ascoltare. I discografici scuotevano la testa: pensavano che dialetto volesse dire a tutti i costi muffa, cantina, polvere. Invece noi lo facevamo rivivere: con il rock, il blues, il reggae.
C’è chi sfida le mode e prova a portare avanti la tua stessa tradizione, come Setak. Temi che il dialetto possa perdersi?
Sono in tanti a portarla avanti, tanti che fanno anche cover nostre. Ce ne sono tanti nel mondo, in quello che viene chiamato “new folk”. Passenger, Doc Horn, fino a Ed Sheeran. Strumenti come Spotify sono come una scatola cinese: ascoltando un artista poi ne scopri altri dieci. Sfruttiamolo, scopriamoli. Bisogna guardare anche altrove, oltreoceano, su nel Nord Europa.
La tua specialità sono i ritratti. C'è qualche storia che non hai ancora cantato e che ti piacerebbe cantare?
Spero di sì, altrimenti sarebbe un problema. I ritratti arrivano proprio quando ti si presentano davanti. È molto difficile, perché vuol dire saper cogliere un’istantanea. Devi andare in giro continuamente, ascoltare, vedere, farti attrarre. E metterti in concomitanza con il tempo di chi incontri, con i suoi ricordi, con la sua storia. Faccio un esempio. Se vado in un bar dove si entra, si paga e si scappa, io lì di ritratti da fare ne ho pochi. Posso ritrarre un mondo in via vai, ma non le singole persone. Se invece ho la pazienza di stare nei bar dove la gente ancora si appoggia a leggere il giornale e ho la forza di stimolarli (e loro la pazienza di raccontare), allora lì emergono le storie che poi ho sempre raccontato. Spesso sono persone anziane, perché sono loro i depositari della memoria. È importante raccogliere certe testimonianze prima che vadano perse.
C’è chi ha fatto della memoria la propria ragione di vita: Francesco Guccini. Tre anni fa hai partecipato al suo "Canzoni da intorto". Che rapporto hai con il Maestrone?
L'ho sempre incontrato al Premio Tenco. Abbiamo sempre fatto delle buone chiacchierate, specialmente in infermeria, dove si condivide il vino. Francesco è un grande narratore. Ha una grande memoria storica della sua Pavana e della storia in generale. Nel disco ho fatto questa piccola partecipazione insieme ad altri, poi all’epoca invitò tutta l'etichetta da lui sull'Appennino in una grande trattoria e anche lì parlammo molto. Si ricordava esattamente cosa aveva fatto e detto con me al Tenco. Poi ha parlato della storia dei suoi luoghi, come se avesse tutto mappato dentro. E si lascia ancora andare quando qualcuno tira fuori la chitarra. All'inizio scantona un po', ma alla fine gli fa piacere se intorno a lui si suona.
Eviti la politica e tutte le bandiere, tranne il tricolore e quella del Como.
Le bandiere sono sacrosante e delicate, perché rappresentano una terra che molte volte è vasta e contraddittoria. Io mi sento italiano, sono anche abbastanza patriottico, mi piace l'Italia e ho avuto la possibilità di attraversarla tutta suonandoci dentro, conoscendo gente straordinaria. Ma può essere spaventosa per tante altre cose. La bandiera è collegata a un'asta, e l’asta può diventare arma. La bandiera non deve diventare guerra contro un'altra bandiera: dev’essere appartenenza. Ho capito fin da giovane che sarei stato distante da posizioni politico-fanatico-partitiche, perché non mi fidavo e non mi fido della politica. Non la capisco, non sono abbastanza astuto, non sono abbastanza preparato. Mi interessano le questioni radicali, cioè il male, la guerra, la mancanza di libertà, la forza di un popolo e il disastro che accade nel momento in cui un essere umano viene sopraffatto dall'arroganza o da quella cosa che chiamiamo “progresso” e che non guarda più in faccia a niente e a nessuno. Quello che tira su palazzi dove prima c’erano tribù.
Hai detto che, di fronte alle tragedie del nostro tempo, la chitarra è diventata pesante come il cemento.
Ci sono dei momenti in cui ti sembra impossibile risolvere qualcosa con una chitarra in mano in mezzo a dei cadaveri. Senti anche tu che il cordoglio oppure la pesantezza ti bloccano, però la storia che hai visto in qualche modo deve essere raccontata, in un modo che possa far comprendere dall'interno. Bisogna riuscire a trovare la chiave giusta per raccontare una tragedia lasciando aperta la spirale della luce che c'è al di là del muro. E in quel modo lì, probabilmente la canzone riesce ad avere un senso, sennò è uno star male fine a sé stesso. Io non riesco a considerare le persone come numeri, morti di cui parlano alla televisione mentre sto cucinando. Se mi dicono che ci sono 300 corpi di bambini e genitori uccisi, dovunque siano, io poi li vedo tutti nel mio giardino. È come se li visualizzassi, come se li scavalcassi uno per uno al mattino. Per me, come disse qualcuno, il sangue di una persona dovrebbe rimanere nelle sue vene e i proiettili non dovrebbero esistere se non alle Olimpiadi.
Alla fine di ogni tuo disco c'è sempre un riferimento al vento. Dove ti sta portando?
Fino ad ora mi ha portato qua. Il vento continua a essere un elemento con il quale ho un rapporto: a volte è salvifico, a volte mi dà ossigeno, a volte impedisce all'acqua di stagnare; a volte disturba, perché sposta i fogli, ti soffia nel microfono, quando è troppo forte ti butta qualcosa negli occhi, ti spettina, ti dà fastidio. Però è proprio il soffio della vita. Il vento è quell'entità che non vedi se non attraverso. Ci sono persone che si mettono in mostra ogni giorno, senza combinare niente per davvero. Poi ci sono quelle persone che, come il vento, non si vedono. Però muovono, muovono, muovono e alla fine salta fuori che il mondo è cambiato grazie a loro. Tu non vedi il vento: vedi la pianta che si abbassa, la polvere che vola, i capelli muoversi. Il fuoco lo vedi, l'acqua la vedi, la terra la vedi, ma l'aria la vedi soltanto attraverso quello che fa. Ecco perché è un simbolo così importante: perché è come la vita.