Con gli Alabama Shakes si deve riavvolgere il nastro e prenderla dal principio. Si deve tornare al 2012 e al loro esordio fulminante con "Boys & girls", album che si insedia nelle prime dieci posizioni della classifica di vendita sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. Ma è soprattutto dal vivo che la band originaria dell'Alabama destava grande impressione. Guidato da Brittany Howard, una frontwoman d'eccezione, il quartetto completato da Heath Fogg alla chitarra, Zac Cockrell al basso e Steve Johnson alla batteria, alimentò entusiasmo per la naturalezza con cui – data anche la giovane età – riuscivano a fondere al meglio le sonorità proprie della musica nera con quelle più vicine alla tradizione dell'immaginario rock dei bianchi. L'incanto veniva generato dalla qualità delle canzoni, oltre che dal talento dei suoi interpreti.
Undici anni dopo
Tre anni più tardi, nel 2015, esce il loro secondo album, “Sound and color”, che vola in vetta alla chart statunitense. Oltre a questo exploit va messo nel conto anche un Grammy Awards di un certo peso come quello assegnato per la Best Rock Performance con la canzone "Don't wanna fight", e altri premi meno prestigiosi a contorno. Gli Alabama Shakes a questo punto sono più che affermati e paiono inarrestabili, ma nel 2018 decidono di mettersi in pausa per dedicare tempo e impegno a progetti personali: Brittany Howard debutta con un album solista nel 2019 (ne pubblicherà poi un secondo nel 2024), mentre nel 2020 a cercare la gloria solista sarà Heath Fogg. Purtroppo in quegli anni anche la cronaca giudiziaria fa ingresso nella biografia della band quando, nel 2021, il batterista Steve Johnson viene arrestato per violenza domestica. Poi, a sorpresa, poco prima del Natale del 2024, dopo oltre sette anni, gli Alabama Shakes si riuniscono in concerto (senza Johnson) e a fine gennaio 2025 annunciano di essere al lavoro in studio di registrazione. Ad agosto dello scorso anno giungono, in sequenza un nuovo singolo, "Another life", l'annuncio di un tour e la conferma ufficiale che Johnson non fa più parte della band: gli Alabama Shakes sono tornati.
Tra pubblico e privato
Ora, dopo undici anni ecco uscire “I must be dreaming” il terzo album della band. Come i precedenti anche questo disco è stato registrato a Nashville. Le canzoni che compongono l'album all'apparenza non possiedono grande omogeneità, ma al termine dell'ascolto ci si ritrova a cambiare idea. Nonostante alcuni cambi di registro gli undici brani del disco stanno piuttosto bene uno accanto all'altro. Un po' come succede in "Time" dove ad una prima parte sognante, fa da contraltare una chiusa dissonante. In "Tea time" Brittany Howard dà voce al suo bisogno di vivere in un luogo ideale, probabilmente utopico, dove a regnare sia la saggezza dettata dalla compensione altrui, mentre una batteria hip hop l'accompagna a ritmare la sua visione. Senza soluzione di continuità si passa a "Another life", perfetto singolo di lancio, che richiede un surplus di grinta vocale. "Garden" è soul allo stato puro. Con "I feel hope coming", si rimane dalle parti del soul, sinuoso e splendido, (per un attimo penso a Sade) il cui testo inequivocabilmente condanna lo stato delle cose ed invita a prendere posizione per alimentare la speranza di un futuro migliore. Questa fa il paio con la ipnotica "American dream" che critica, una volta di più, il presunto 'sogno americano' che 'fa venir solo voglia di tornare a dormire'. "How love's supposed to go" ha radici che affondano nella psichedelia e, come in buona parte dell'album, gli Alabama Shakes dimostrano che “I must be dreaming” è il disco di una band e non una nuova prova solista di Brittany Howard.
Bentornati!
Pubblicare un album dopo tutti questi anni per il terzetto poteva essere solo che rischioso. Tutti i riflettori vengono puntati addosso, l'attenzione generata dall'attesa è un'arma a doppio taglio, un eventuale inciampo considerato il glorioso passato della band non passerebbe certo inosservato. Con “I must be dreaming” non accade nulla di tutto ciò. L'album riesce a non porgere il fianco alle critiche e mostra un gruppo ancora in piena evoluzione artistica che ripropone solo in parte le strade battute nei primi due album per esplorare nuovi percorsi musicali e nuove modalità di espressione. Quindi, bentornati Alabama Shakes!
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