Il prossimo 19 febbraio uscirà una nuova biografia incentrata sulla figura del membro fondatore e tastierista dei Genesis Tony Banks intitolata 'Tony Banks: Man Of Spells - The Magician Of Genesis', scritta dal biografo della band inglese, Mario Giammetti.
Nel volume oltre a ripercorrere la vita del 75enne musicista britannico e al periodo trascorso nei Genesis, sarà dato largo spazio al racconto della carriera solista di Banks, attingendo dalle interviste che Giammetti ha realizzato nel corso degli anni con il tastierista e con altre persone a lui molto vicine.
Greg Spawton, della casa editrice specializzata in volumi sulla musica rock Kingmaker Publishing che pubblicherà il libro, ha dichiarato: "Sebbene siano stati scritti vari libri da o su tutti gli altri principali membri dei Genesis, finora non ce n'è mai stato uno incentrato esclusivamente su Tony Banks. Abbiamo ritenuto importante dare maggiore risalto alla sua vita e alla sua carriera. Dopo il successo dei suoi due libri sui Genesis, da noi già pubblicati, Mario Giammetti è stato l'autore ideale per scrivere questa biografia."
'Tony Banks: Man Of Spells - The Magician Of Genesis' è corredato da oltre cento immagini, tra queste molte fotografie rare e inedite.Mario Giammetti ha concesso a Rockol la pubblicazione di un capitolo del libro, che esce in lingua inglese, nella sua traduzione in italiano.
Qui di seguito la seconda parte, ieri abbiamo pubblicato la prima.
Una serie di accordi di tastiera elettronica dall’effetto continuamente ribattuto determina il ritmo iniziale del brano che apre il lato B del disco, By You. Di nuovo, si propagano nell’aria suoni che sembrano provenire dal futuro, con un riff di synth che prelude al canto, in gran parte realizzato in un sorprendente falsetto. Un brano dalla struttura uniforme (a cui contribuisce anche il synth bass), che tuttavia cresce di intensità progressivamente. C’è anche un bridge ultra elettronico che però, a suo modo, ha un fascino, con il canto filtrato al punto da apparire come il proclama di un robot. Nell’ultima strofa, che viene ripetuta più volte, all’iniziale e datata programmazione ritmica elettronica si aggiunge la batteria reale di Gadd. “Non tutti i batteristi suonano precisi con la batteria elettronica”, spiega Tony. “Gadd, ad esempio, tende ad andare leggermente dietro il click, dando una sorta di feel pigro alle canzoni. Io invece sono l’opposto, tendo a suonare leggermente prima della battuta, dunque sui pezzi dove ha suonato lui mettendo insieme le sue parti e quelle che avevo fatto io originariamente con la drum machine sembrava che suonassimo due canzoni diverse! A quel punto ho preferito ripetere tutte le mie parti ascoltando la sua batteria”.
A dispetto dell’atmosfera vagamente inquietante della musica, il testo riflette una storia d’amore, per una volta, felice e senza timori: “Mentre cammino tra i rumori della strada / Il brontolio di un tuono mi fa girare la testa / Vedo un volto tra la folla / Come un faro nella pioggia / Vedo la tua allegria che mi chiama / Mentre la gente ti corre accanto / Mi avvicinerò a te / Tienimi sottobraccio, come poliziotti in una catena / Restiamo allineati / Ho bisogno di te ora come c’era bisogno che piovesse”.
Analoga tranquillità sentimentale traspare dalla successiva At The Edge Of Night: “Nella luce delle stelle che sbiadisce, oscurità strisciante / Alla fine della notte / Sogno in questa stanza illuminata a malapena / Che andrà tutto bene / E dirò che starò con te / Per sempre accanto a te / Non importa cosa avrebbe potuto essere prima / O cosa ci lasciamo alle spalle”.
Sulle certezze del protagonista, però, si insinuano dubbi sull’essere ricambiato, dubbi che comunque non mettono mai in discussione l’amore: “Ma se stai pensando che non ti senti così / Ti lascerò da sola adesso, me ne andrò via / Te lo prometto, me ne andrò adesso, non importa cosa ho detto / Ma aspetterò, ti aspetterò qui / Finché non morirò / E sarà per sempre notte”.
Musicalmente, si tratta di un pezzo più ritmico e smaccatamente pop, in puro stile Banks, quelli del versante più allegro e con i Beatles dietro l’angolo. Meno elettronico di altri, dunque, con la batteria di Andy Duncan più umana, riff continui di sintetizzatore e il ritornello cantato da Tony a due voci, una delle quali in falsetto a un’ottava più alta. Stuermer alla chitarra fa un buon lavoro, per quanto oscuro. Il brano include anche una variazione melodica (Tony riproporrà una modulazione molto simile nel 1991 nel brano dei Genesis Living Forever), seguita da un breve assolo di synth. Buono il secondo ritornello, che risulta più corposo. Il sintetizzatore si esprime qui in sonorità dapprima orientali, poi in un solo dal sound vicino a quello di una tremolante chitarra, seguendo la vecchia tradizione Genesis, quando talvolta era difficile distinguere le chitarre dalle tastiere. La chitarra vera, comunque, arriva di lì a poco con un ingresso potente e, quindi, un breve assolo, peraltro eccellente, di Stuermer.
Il secondo strumentale del disco è piuttosto traumatico. Charm si avvale infatti di suoni sintetici ultra elettronici (realizzati con un Casio VL-Tone V-L1) che formano il ritmo, mentre altre tastiere forniscono una linea melodica lontana, lasciando al synth la melodia principale. Il cambio degli accordi rende il tema più drammatico, penalizzato però dalla scelta di suoni ridicoli, quasi da colonna sonora di videogame. Nella seconda parte si percepisce anche un suono di chitarra in sottofondo e la melodia principale viene finalmente eseguita con un preset meno buffo. Un fill di batteria prelude alla seconda parte del brano, che include una melodia differente, ripetuta due volte, su cui Daryl interviene con un solo breve ma ben fatto. Col ritorno alla strofa, la canzone termina con gli stessi suoni sintetici minimali che l’avevano introdotta. “Avevo uno strumento della Casio che feci passare attraverso un harmonizer, e questo crea il sound ripetuto che dura tutta la canzone. Poi ci improvvisai su con tre o quattro idee diverse, alcune delle quali con questo apparecchio della Casio, che era una specie di calcolatore molto piccolo. Stavo cercando di ottenere dei feel diversi con quel riff particolare e mi piacque abbastanza in quanto era diverso da qualunque altra cosa avessi fatto in passato”.
Il vinile si chiude con Moving Under, pezzo pop ben ritmato col basso presente e la batteria di Beard che sfodera nel ritornello un tempo irregolare in 10/4. Nel bridge, la voce risulta poco convincente, ma dopo tre sezioni si torna alla parte precedente pur con qualche differenza, tra cui un crescendo di accordi. In realtà però, e questo vale in linea di massima per tutto l’album, nel più classico trademark banksiano anche le canzoni più semplici presentano qualche variazione originale. Qui, ad esempio, si apprezza un lungo, per quanto semplice, assolo al sintetizzatore, che prelude al ritorno della strofa e, quindi, alla fase conclusiva, dove su un crescendo di tastiere effetto violini il brano si avvia a sfumare previa un leggero rallentamento ritmico condotto dalla lead guitar di Daryl.
Moving Under contiene anche il miglior testo del disco, dove, grattando la superficie, sembra di riscontrare diversi tratti autobiografici: “Nella notte ma non al buio / Essere messo spalle al muro eppure sopravvivere / Il giullare si esibiva, dileggiava con il corpo / Divertiva con la voce ed un po’ confondeva / I suoi padroni erano il Re e la Regina / La risata del Re era forte e chiara / Così per paura la folla rideva con lui / E come mi sarebbe piaciuto partire da qui / Spostandomi sotto”. Quando Tony parla del giullare che si esibisce si riferisce probabilmente a se stesso, persona notoriamente schiva e poco propensa ad essere sul palco. Una frustrazione che ritorna più prepotentemente nella terza strofa, quando dice: “Qualcuno sa che sono in viaggio? / Quanto mi piacerebbe andarmene da qui / Spostandomi sempre / Spostandomi sempre in qualche posto che non significhi nulla / Quanto mi piacerebbe andarmene da qui / Quanto mi piacerebbe essere là / Sempre in movimento / Sempre in cerca di qualche posto dove poter stare da solo”. Qui l’artista esprime chiaramente quanto andare in tour sia per lui pesante; fra l’altro Banks ha notoriamente paura di volare in aereo, prendendolo solo quando è necessario e preferendo viaggiare in macchina quando è possibile. Ma non c’è via di scampo: la rockstar è intrappolata nel suo ruolo anche se il desiderio di scappare (ecco che arriva il fuggitivo del titolo) è forte: “Nella notte ma non al buio / Essere messo spalle al muro eppure sopravvivere / Il fuggitivo scappa anche se ha le mani legate / Ha le gambe di ferro ma la testa alta / Sa come non sentire / È tempo di muoversi fuori dalla notte / Stare alla luce e ben in vista / Quanto mi piacerebbe andarmene da qui / Spostandomi sotto”.
Interrogato esplicitamente sulla questione, tuttavia, Tony nega almeno in parte l’ipotesi autobiografica. “No, mi ero messo in un’ottica un po’ più generica. Riguarda l’essere introversi, come sono io, ma niente di strettamente autobiografico. Però tutto The Fugitive è incentrato sul sentirsi fuori posto, ed io mi sono sempre sentito un po’ così nel mondo del rock. Dunque in quel senso è vero, ma non in maniera specifica”.
Nel corso delle session, Tony registra altri due brani, che vedranno però la luce solo qualche anno dopo. La prima ad emergere, nella versione a 12” del singolo Short Cut To Somewhere pubblicato nel 1986, è K2, una canzone semplice e un po’ beatlesiana basata sul giro di accordi suonato insieme da chitarre elettriche arpeggiate e tastiere. Se la batteria di Duncan e le voci doppiate sono presenti fin dall’inizio, solo a partire dalla seconda strofa, insieme a un tappeto di violini sintetici, subentrano anche rifiniture solistiche di chitarra da parte di Stuermer, dopo ogni frase cantata. La canzone cambia un po’ atmosfera più avanti, con un diverso inciso, stacchi ritmici, un bel riff di chitarra elettrica di ritorno e variazioni di accordi, fino a una breve sezione drammatica con un basso eccellente e la voce particolarmente stridula. Un semplice riff di synth ripetuto e contrappuntato dalla chitarra conduce al finale sfumato.
Il testo, sulla falsariga sentimentale degli altri, esplicita il desiderio degli innamorati di isolarsi dal mondo esterno per vivere appieno la loro storia d’amore. Si tratta di una coppia che intende la propria realizzazione come un percorso in perenne movimento durante il quale le difficoltà sono come montagne da scalare. Da qui, presumibilmente, il riferimento nel titolo alla seconda montagna più alta del mondo che, peraltro, non viene mai citata nel testo: “Io e te dobbiamo andare da qualche parte / In un posto dove c’è aria da respirare / Anche se non riusciamo a vedere la luce del giorno / In qualche modo possiamo sentire la brezza, oh no / Dovremo andare là un giorno, dovremmo farlo / Scalando le colline sui sentieri / Dove uomini più saggi avrebbero paura di camminare / La stessa aria sembra fatta di melassa / Le nostre scarpe sembra che siano state fatte con il piombo, oh no”.
Più interessante il testo dell’altra outtake Sometime Never, dove Tony si lancia in considerazioni su come si possa sopravvivere in un mondo pieno di pericoli. Ritorna la paura per gli incidenti aerei qui estesa anche agli altri mezzi di locomozione e permane un senso di ipocondria e pesantezza che per certi versi è uno dei tratti caratteriali che Banks non ha mai nascosto: “Talvolta devo chiedere a me stesso / Come facciamo a sopravvivere / Sappiamo che treni, aeroplani, navi ed automobili / Delle volte si guasteranno / E se non riuscirai a prendere uno di questi, prenderai l’altro / E se non riuscirai a prendere l’altro allora prenderai sicuramente qualcos’altro / Dentro di te il cuore deve continuare a battere / E lo stesso devono fare anche le altre parti / Malattie e veleni attendono / E se non ti becchi una ti prenderai l’altra / E se non ti beccherai l’altra allora sicuramente prenderai qualcos’altro”.
Il tastierista ci tiene a precisare che le sue considerazioni non si applicano a una lunga lista di categorie professionali accomunate da spericolatezza e coraggio: “Non sto parlando dei piloti collaudatori / Spazzacamini, stuntmen o piloti da corsa / Non sto parlando dei domatori di leoni / Degli uomini cannone o degli agenti segreti / Non sto parlando dei paracadutisti / Dei trapezisti o dei fantini da rodeo”.
Musicalmente, anche questo è un innocuo pop beatlesiano: un riff di chitarra e tastiere congiunte si posa sulla bella ritmica (Gadd alla batteria), con chitarra solista di contorno. La struttura degli accordi è piacevole e al ritornello cadenzato e gioioso fa seguito un’intrigante fase riflessiva, con il charleston che detta il tempo su un giro di accordi che ricorda vagamente Isn’t A Pity di George Harrison. Buone le rifiniture di chitarra solista e di tastiere; troppo in evidenza, per contro, i colpi di piatti di Gadd.
Sometime Never riceverà la sua prima pubblicazione ufficiale solo nel 1988, preceduta da K2, in coda alla prima stampa su cd di The Fugitive (di cui esce anche una stampa realizzata appositamente per i Virgin Megastore), entrambe, incredibilmente, a un volume più alto dei brani che le precedono, errore poi sistemato nel remaster del 2016.
Il disco viene presentato da una copertina davvero anonima, opera dello studio grafico di Bill Smith, che modifica al computer una foto a Tony come se fosse realizzata col carboncino.
“Non è esattamente quello che volevo”, ammette Banks. “Lavorai con un fotografo che aveva realizzato proprio quello che ti aspetteresti da un fuggitivo, una sorta di uomo in lontananza. A me sembrava una buona copertina, ma poi ebbi un sacco di pressioni, tutti mi dicevano ‘dovresti esserci tu’ [in copertina] e allora pensai: ‘Questo è ciò che più si può avvicinare a me, una sorta di schizzo’. Non riesco a ricordare l’ordine degli eventi, in realtà, ma quando completai il disco, all’inizio, la Stiff Records ne era abbastanza entusiasta e così avemmo un incontro. Ma, per quanto apprezzassero la musica e tutto il resto, non pensavano che io fossi il tipo di artista che intendevano promuovere. Mi presentai con i miei capelli lunghi, una sciarpa e un cappotto lungo, all’epoca gli artisti più importanti della Stiff Records erano i Madness e loro, evidentemente, cercavano qualcosa più simile in termini visuali. Per cui alla fine mi voltarono le spalle, e la cosa mi offese abbastanza. A quel punto si fece avanti la Charisma ed è per loro che il disco uscì”.
Il vinile di The Fugitive esce quindi sulla fidata etichetta Charisma nel mese di giugno del 1983, ma non va oltre un modesto cinquantesimo posto nelle classifiche inglesi, dove staziona appena due settimane. Va anche peggio ai due singoli: This Is Love / Charm esce nel maggio 1983 sia su 7” che 12” (dove entrambe le canzoni vengono presentate in copertina come ‘extended’ ma invece durano esattamente come le versioni da LP), mentre And The Wheels Keep Turning / Man Of Spells viene pubblicato nel mese di agosto.
Ma il grande pubblico è completamente disinteressato, nonostante la Charisma metta a disposizione di Tony anche un piccolo set per realizzare il videoclip di This Is Love, in cui, oltre che seduto confortevolmente davanti a una doppia tastiera (in giubbotto blu), Tony appare decisamente impacciato nell’atto di simulare anche il canto tra le mura nelle quali viene ripreso mentre mima la canzone (senza guardare quasi mai la telecamera), poi a passeggio per i sobborghi di una città con palazzi di cartone, arrivando a soffermarsi nei paraggi di uno sfasciacarrozze. Durante le riprese, Tony si imbatte in un sintetizzatore nello scheletro di una macchina e si fa vedere anche in un improbabile atteggiamento sfrontato nell’atto di affacciarsi dai tubi Innocenti di una malconcia impalcatura, mentre di tanto in tanto compare pure un’iguana (rettile che, curiosamente, tornerà nel video di I Can’t Dance dei Genesis). Il momento più ludico arriva quando, nell’appartamento, la tastiera rischia di cadere dal supporto e Tony la blocca giusto in tempo, lasciandosi scappare una risata: probabilmente una scena imprevista che viene saggiamente lasciata nel montaggio. “La canzone è abbastanza buona, ma il video… lo odiavo. Fu un momento difficile della mia vita, quel video è davvero scadente e anche io non sono all’altezza”.
Nel complesso, tuttavia, Banks non è affatto dispiaciuto della resa artistica dell’album: “I pezzi sono più concisi, con un suono più grezzo. Mi piacciono molto le canzoni di quell’album e alcuni pensano che sia la cosa migliore che io abbia mai fatto, perché c’è qualcosa di personale nel fatto che abbia cantato io stesso. Non credo sia così diverso da quello che facevamo coi Genesis o da A Curious Feeling. Non ci sono brani molto lunghi e i pezzi strumentali sono più da ghiribizzo che classici. Gli strumentali di A Curious Feeling erano molto distintivi, elaborati e complessi, invece Charm e Thirty Three’s sono quasi improvvisazioni. Nel complesso la struttura è molto semplice e, in un certo senso, essendo molto più coinvolto, sento quel disco più mio. Mi piacciono molto And The Wheels Keep Turning e Say You’ll Never Leave Me”.
Ma niente concorre a migliorare realmente la visibilità di Tony, artista che, da solista, non ha evidentemente un grande appeal. “Volevo semplicemente uscire un po' dalla dipendenza dei Genesis, perché la band probabilmente non durerà in eterno e se si dovesse sciogliere dovrei avere qualcosa da fare. Dopo la pubblicazione di A Curious Feeling fui depresso per cieca un anno e non volevo fare nient’altro, ma poi decisi di tentare quest’avventura del canto e di nuove idee che avevo. Tentai di evitare un approccio troppo scontato, ma purtroppo The Fugitive ottenne meno riscontri di A Curious Feeling! Il problema sembra essere che la gente ha dei preconcetti su come ogni cosa dovrebbe suonare. Forse dovrei cambiare nome”.
Si ringrazia Giovanni De Liso per le traduzioni e i commenti ai testi
Tratto dal libro
Tony Banks: Man Of Spells – The Magician Of Genesis
Di Mario Giammetti
Editore: Kingmaker Publishing, data di pubblicazione 19 febbraio, pagine 262, prezzo £ 29,99
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