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Tommy Emmanuel: “Un consiglio ai giovani. Clapton un esempio”

03.02.2026 Scritto da Lucia Mora

Ho incontrato Tommy Emmanuel la prima volta nell’aprile 2025, al Soave Guitar Festival. La sua umiltà era direttamente proporzionale al suo talento. Un’impressione confermata anche in questa nostra nuova chiacchierata, poco prima di vederlo nella splendida cornice del Teatro Dal Verme di Milano. Di lui mi colpiscono sempre due aspetti.

Il primo non può che essere la chitarra, ovviamente, e quello che riesce a farci. È talmente in simbiosi con lo strumento che sembra essere nato con una Maton tra le braccia – e in un certo senso è così: a 6 anni era già in tournée in giro per la sua Australia con la band di famiglia; a 30 calcava i palchi degli stadi come solista rock; a 44 è diventato uno dei soli cinque chitarristi al mondo a ricevere il titolo di Certified Guitar Player (CGP) dal suo idolo, il leggendario Chet Atkins.

Il secondo riguarda la natura performativa del suo genio. I suoi show sono fisicamente estenuanti, esplosioni di energia dove la chitarra è mille strumenti in uno - percussioni comprese. Sempre sorridente, con una gioia quasi infantile (nel senso più nobile del termine: davanti a un pubblico si diverte come un bimbo), nonostante i decenni di tour mondiali alle spalle. L’obiettivo era e resta uno: far dimenticare che sul palco c'è solo un uomo con sei corde.

Tommy, hai trasformato la chitarra in un'intera band.

Cerco di suonare in modo che non manchi nulla, sai, che dica tutto. E sono sempre alla ricerca di cose come la tonalità giusta per suonare un brano, così che la melodia risulti naturale, ma allo stesso tempo possa avere delle buone note di basso solide e degli accordi sotto. In questo modo la melodia può comunque avere una sorta di vita propria, indipendente dal resto. È semplicemente un buon modo di pensare, perché mi aiuta a ragionare più come un cantante e come una band. La melodia è il cantante principale, e la band è ciò che sta sotto a sostenerla: è così che cerco di ottenere quella sensazione naturale.

Ti manca l’interazione con un gruppo?

Oh, mi piace tantissimo, però mi piace ancora anche suonare da solo. Mi piacciono tutti i tipi di interazione: adoro suonare con l’orchestra, adoro suonare con una band rock and roll. Mi piace suonare con altri chitarristi e, a volte, mi capita di suonare con violini folk, banjo, mandolini… la musica bluegrass americana. Ma, sai, la verità è che quando suono, la band è nella mia testa. E a volte le persone dicono: “Avrei giurato di sentire qualcos’altro”, come se ci fosse più di una persona che suona la chitarra. E non so se dipenda solo dall’energia con cui suono o se ci sia qualcos’altro che è nella musica.

E la chitarra elettrica? Ti manca fare rock?

Assolutamente sì. Quando torno a casa ho tutti gli amplificatori, le chitarre e i pedali già sistemati. Così suono e cerco di non disturbare troppo i vicini…

Da batterista, ne so qualcosa…

Fantastico! Sono batterista anche io ed è lo strumento più espressivo che esista. Quando guardi qualcuno suonare la batteria, ti rendi conto di quanto sia espressiva. Non è solo un ritmo, è molto di più.

Non che le tue chitarre siano meno espressive. Cerchi ancora lo stesso suono di un tempo o hai nuove esigenze?

Penso che, dal momento in cui cresciamo e cambiamo continuamente come esseri umani, cambino anche i nostri bisogni e ciò che cerchiamo. Io sono sempre alla ricerca di un bel suono, qualunque sia la situazione: che si tratti di una diretta radiofonica, seduto davanti a un microfono con le cuffie, cerco la posizione migliore, un po’ come faresti tu con i tom o con il rullante per trovare il punto giusto per il microfono. Quindi sperimento sempre. Per esempio, l’altra sera ho suonato a Londra e, prima del concerto, ho messo delle corde diverse, che normalmente non uso, perché sentivo che la chitarra si stava un po’ “addormentando”, con tutti quei bellissimi armonici e tutte le sfumature che cerco. Così ho cambiato corde e la chitarra è tornata in vita. Probabilmente si era abituata troppo alle corde precedenti. Con queste nuove l’ho svegliata e ho ottenuto davvero un gran suono. Insomma, sono sempre alla ricerca. Penso che tutti i musicisti in generale non smettano mai di cercare un suono migliore.

Molti chitarristi provano a imitarti, senza mai riuscirci fino in fondo. Qual è il tuo marchio di fabbrica impossibile da replicare?

Devo dire che anche io ho passato tutta la vita cercando di replicare altri musicisti e altri autori. Però penso di aver sviluppato un mio suono e un mio stile, è vero, e credo che sia successo nel corso di molti anni di lavoro. Una parte fondamentale è l’onestà: questo è il mio modo di interpretare la musica e sono sincero, non sto cercando di emulare qualcos’altro, la suono semplicemente nel modo che ritengo giusto. E devo essere felice di questo. Penso che una delle cose con cui molte persone fanno fatica — senza nemmeno rendersene conto — sia il tempo. Ci sono persone che dicono ai giovani: “Non lavorate con il metronomo, la musica deve essere libera”. Io credo che sia un’affermazione pessima, perché il tempo è ciò che mi rende libero. Non accelerare, rallentare e tutte quelle cose lì: non le voglio. Amo suonare con il metronomo. Quando ho iniziato a farlo, cinquant’anni fa, era come una palla al piede: mi faceva impazzire, perché volevo sempre accelerare o rallentare. Poi, quando ho iniziato a mettere insieme il mio senso del tempo, a sentirlo davvero, a capirlo e a lavorarci sopra, suonare con il metronomo è diventato liberatorio. Ora mi godo il viaggio, capisci? Così, quando suono dal vivo, soprattutto se suono con un altro musicista più giovane, con poca esperienza e molto entusiasmo, so già che questo tizio accelererà fin dalla prima battuta. È quasi sempre quello che succede. Ed è normale: non è che sia sbagliato o che lui sia scarso. È normale, lo facciamo tutti. Io allora cerco di tenere insieme il mio groove e, allo stesso tempo, di mantenere l’entusiasmo nel suonare, ma contenendolo. È importante che tutto funzioni e che dia una bella sensazione.

Quando decidi di arrangiare un classico, come riesci a mantenere l'anima dell'originale e allo stesso tempo dare una tua impronta?

Se sto imparando un brano molto conosciuto, o un classico che è stato reinterpretato da tantissime persone, la prima cosa che faccio è ascoltare l’originale, la melodia e gli accordi. Cerco di impararli e poi cerco dei modi per aggiungere qualche colore diverso, per renderlo un po’ inaspettato, magari un po’ misterioso. Cerco di crearmi una sorta di spazio di gioco personale. Però cerco comunque di restare fedele alla melodia del compositore originale.

Molte tue composizioni hanno una qualità narrativa fortissima. Scrivi mai pensando a un testo, o la melodia nasce autosufficiente?

Scrivo spesso testi, solo che non sempre li canto. Come in “Angelina”, una canzone che oltre a una melodia ha anche delle parole. Ma tutte le mie canzoni le scrivo mentre canto. È per questo che le mie melodie — spero — risultano melodiche all’orecchio delle persone, che le ascoltano e vogliono risentirle. Ed è questo che cerco di fare come autore: attirarti e raccontarti una storia.

Ti definisci un intrattenitore prima che un chitarrista. Sui social molti suonano chiusi nelle loro stanze. Quanto è vitale per un musicista guardare il pubblico negli occhi?

È molto importante. Se vuoi essere creativo, ispirato, e fare qualcosa di bello nel mondo, perché non uscire dalla tua camera e andare a suonare per le persone che hanno bisogno della musica e che la amano? Non riesco a immaginare di iniziare a fare musica solo perché ho una videocamera e un buon microfono: non è una ragione sufficiente. A me interessa solo suonare per le persone. Quando sono da solo, in genere mi esercito su ciò che devo studiare, e cerco di comporre nuovi brani e cose del genere. Non passo le giornate a filmarmi. Non me ne importa niente. L’unica cosa a cui penso di giorno è il concerto della sera. Sono già emozionato all’idea di suonare. Non riesco a immedesimarmi in chi suona solo nella propria stanza o in casa e basta. Capisco che magari abbiano iniziato più tardi nella vita, ma se guardo alla mia esperienza personale, io ero su un palco prima dei cinque anni, e amavo già stare lì fuori, suonare, vedere la reazione delle persone, quanto diventavano felici quando suonavamo. Dico sempre che sono un intrattenitore, perché lavoro nel mondo dello spettacolo. Sono un musicista, e amo profondamente esserlo, ma sono lì per suonare per le persone. Sono lì per fare il lavoro per cui sono nato, non mi sposto da questo e non mi importa di quello che dicono gli altri. Credo nel dono che ho e cerco di onorarlo al meglio.

Ti capita mai un momento buio prima di salire sul palco?

Non vedo l’ora di salire sul palco. Se c’è anche solo un minimo dubbio, allora significa che devo andare a fare pratica su ciò che mi fa venire quel dubbio. Ma in questo momento non ho alcun dubbio: stasera mi divertirò come non mai. Mi godrò ogni istante. E se tu fossi tra il pubblico, ti divertiresti tantissimo anche tu, perché tutto nasce dall’amore. Nasce dal desiderio incontenibile di suonare per le persone, sta tutto lì. Amo così tanto suonare la chitarra che non vedo l’ora di tirarla fuori e mettermi a suonare. È sempre stato così per me.

Chi sono, secondo te, i nuovi Certified Guitar Players?

Ci sono tantissimi musicisti straordinari là fuori. Non sarà giovane, ma uno come Eric Clapton continua ancora a conquistare nuovo pubblico ovunque. Suona ancora in modo magnifico, suona ancora con un cuore enorme. Amo davvero il suo esempio per tutti noi: la scelta della musica, la scelta dei musicisti di cui si circonda — tutto in lui è un grande esempio. Per quanto riguarda i giovani, il mondo è pieno di talento incredibile, di ragazzi straordinari. E il primo esempio a cui penso è Alberto Lombardi. Quando vengo in Italia, sul palco c’è il mio amico Alberto ad aprire il concerto. Prepariamo sempre dei bellissimi duetti da suonare insieme. È un grande esempio di un musicista più giovane che sta davvero lasciando un segno importante nel mondo. E vorrei vederlo crescere ancora, arrivare a un livello sempre più alto. Poi c’è un ragazzo dalla Croazia che si chiama Frano Livingston: ha solo 21 anni ed è già un genio, brillantissimo e incredibilmente dedito alla musica. Poi ci sono molti giovani musicisti in America che ammiro davvero. Insomma, c’è tantissimo talento in giro. E non dimentichiamo che ci sono anche molte donne che suonano in modo straordinario.


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