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Tom Smith senza gli Editors: “Non sono mai stato così sincero”

02.12.2025 Scritto da Lucia Mora

Il 5 dicembre esce “There Is Nothing In The Dark That Isn't There In The Light”, l’album che segna il debutto solista di Tom Smith. Con l’aiuto del produttore Iain Archer, il frontman degli Editors si è messo a nudo con “i testi più sinceri che abbia mai scritto”.

In passato hai detto più volte che ti piace cambiare. È il motivo per cui hai scelto di intraprendere una carriera solista? 

Forse “cambiare” suona un po’ drammatico: mi piace evolvere, spostarmi e provare a fare cose diverse e nuove. Eppure, penso che in qualche modo il mio disco sia più questione di fare quello che ho sempre fatto. Come se fosse il riflesso di come scrivo le canzoni, di come le ho sempre scritte. Scriverò sempre attorno a una chitarra acustica o a un piano. Anche quando gli Editors erano nella loro fase più elettronica o aggressiva, le canzoni di per sé nascevano sempre in acustico. Forse il pubblico vive un po’ come un cambiamento ascoltarmi in questo modo, ma per me è stato abbastanza naturale e mi sento come se stessi facendo quello che ho sempre fatto, in qualche modo.

Quali nuovi aspetti di Tom Smith scopriamo per la prima volta con questo album?

Sicuramente sento che queste canzoni, soprattutto dal punto di vista dei testi, sono più personali; sento di essere stato forse anche più sincero di quanto io non sia mai stato in passato. Con la band le cose possono essere più esagerate, o in qualche modo ambigue, che è poi ciò che rende tutto più divertente, credo. Vai oltre il limite, come dovrebbe essere il rock and roll. Ma quando ho deciso di incidere un disco solista, in parte è stato proprio perché sentivo l’urgenza di raccogliere in un unico lavoro le canzoni che stavo scrivendo e che sentivo più mie, più sincere.

L’album ha un titolo molto evocativo.

Sì, attorno all’album ci sono tanta speranza e tanto calore. Volevo cantare le persone che sono nella mia vita, quelle che mi sono vicine – e di come mi abbiano aiutato ad attraversare i periodi e i momenti più duri. L’unione fa la forza, come si suol dire. Volevo focalizzarmi su quel tipo di luce in fondo al tunnel, su quel tipo di ottimismo, perché sai, visti i tempi che stiamo vivendo, può essere difficile vedere speranza, o provarla. Concentrarmi sulle persone che amo mi ha aiutato per la maggior parte del tempo. C’è una canzone del disco, “Deep Dive”, che riassume bene tutto questo.

Il presente ti condiziona molto.

Assolutamente. Può essere veramente intenso, no? Può essere difficile scappare dal rumore e da come sono le persone, soprattutto vedendo come viviamo il mondo in questi giorni, cioè non-stop, senza fermarsi un attimo. Le divergenze e la rabbia e i problemi con cui siamo costantemente bombardati possono travolgerti.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere le canzoni e a registrare? Un flusso di coscienza rapido o un processo più frammentato?

Avevo molto materiale su cui lavorare prima di iniziare a registrare. Ma molto di quel materiale, quando sono entrato in studio con Iain, poi è stato modellato, buttato o trasformato in nuovo materiale. Iain mi ha aiutato molto nella scrittura: mi ha aiutato a dare più senso al mio progetto e grazie a lui ho capito meglio che cosa volevo comunicare. Ha reso tutto più chiaro. L’intero processo di registrazione è durato circa un anno, ma lo abbiamo fatto in sessioni molto brevi. Alcune delle idee da cui è nato il disco vengono da canzoni che ho scritto cinque anni fa, cui si sono aggiunte altre cose che abbiamo scritto in studio. Quindi sì, ci abbiamo messo un po’, ma quando abbiamo iniziato a registrare non mi aspettavo una collaborazione così efficace. Alla fine le canzoni sono andate oltre le mie aspettative – ed è una cosa fantastica.

C’è una canzone a cui sei più legato?

La mia preferita è la terza, “Endings Are Breaking My Heart”. Ovviamente sono orgoglioso di tutto il disco, per il lavoro che abbiamo fatto musicalmente per far crescere gli arrangiamenti, dalla sezione ritmica agli strumenti a corda – e sono fantastici; ma tutto questo vale soprattutto per la seconda metà dell’album. La mia preferita è la prima, quando ancora non avevamo messo in piedi tutto quel lavoro, e le canzoni sono rimaste più spoglie, in un certo senso più crude ed essenziali. E quella canzone in particolare, “Endings”... Ero affascinato dall’idea di questo testo in cui elencavo le cose che arrivano a una fine. Possono essere cose serie, preoccupanti, ma anche cose di tutti i giorni, come l’ultimo bicchiere di una serata al pub, o i fiori che appassiscono. Mi sembrava una buona idea per una canzone, ci ho visto un senso di bellezza in quella lista.

Ti senti più vulnerabile senza il supporto della band alle spalle?

Forse, non lo so. Voglio dire, non è un qualcosa di permanente, no? Quando vado in giro non mi sento in uno stato fisso di vulnerabilità. Però, certo, sono consapevole di aver esposto me stesso con questo disco che, come dicevo prima, è il più sincero che abbia mai scritto. Quindi, sai, in effetti c’è una piccola parte di me che è in ansia per questo. Ma allo stesso tempo sono consapevole che non sarei riuscito a scriverlo prima, nei miei trent’anni. Da giovane avevo bisogno di tempo, di acqua da far scorrere sotto i ponti, di quella fiducia in te stesso che solo fare questo mestiere da 20 anni può darti, per sentirti a tuo agio nella tua stessa pelle. Sono fiero del disco, di averlo lasciato andare là fuori e ho provato a non farmi rovinare la giornata dalle vulnerabilità. L’esperienza mi aiuta ad andare oltre e ora sono in quella fase della vita e della carriera in cui è ok uscire dal guscio.

A novembre hai suonato a Milano e a Parma e hai altre date in programma da queste parti nel 2026. Che rapporto hai con l’Italia?

Io e la band ci siamo sempre sentiti accolti, come se fossimo a casa, fin dall’inizio. Abbiamo fatto tanti concerti fantastici e abbiamo ricordi indimenticabili. C’è una forte connessione emotiva nella musica che facciamo ed è come se ci venisse restituita dai fan super calorosi che abbiamo in Italia, come se guardando loro ci guardassimo allo specchio. Si vede che ci tengono tanto. Anche nell’ultimo tour che abbiamo fatto abbiamo trovato italiani ovunque, persino nelle parti più remote dell’Inghilterra e dell’Irlanda. È fantastico per noi avere questo tipo di legame. Oltretutto, è anche un posto meraviglioso in cui suonare, quindi spero di poter continuare a farlo.

I live rispecchiano questa nuova dimensione più intima della tua musica?

Proprio così. Sono ridotti all’osso, molto molto tranquilli e ci sarà forse quel silenzio un po’ imbarazzante, ma sì, sono proprio così. Uno spazio intimo e fragile che però può essere anche molto divertente.

Hai cambiato qualche prospettiva, scrivendo il disco? Su di te o sul mondo intorno a te?

Non penso. Non ho niente di così radicato in me stesso, o una visione in “bianco e nero” del mondo. Però devo dire che lavorare con Iain, il modo in cui mi ha spinto verso il tipo di testi contenuti nell'album è stata sicuramente una cosa nuova per me. Ho fatto tanti dischi in passato, anche con la band il mio compito è scrivere i testi ed è fantastico, ma nessuno prima mi aveva mai detto “no, questo buttalo via, è spazzatura”; nessuno mi aveva mai davvero spinto a riflettere di più su ciò che scrivevo. Quindi su questo ho sicuramente cambiato prospettiva ed è una cosa che porterò con me, in futuro, quando scriverò nuove canzoni.

(Articolo originale su Rockol.it)

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