News

The Weeknd a San Siro: l’ultimo viaggio al termine della paura

25.07.2026 Scritto da Claudio Cabona

L'inizio è folgorante. "Baptized in Fear", "Open Hearts", "Wake Me Up": un battesimo dentro l’oblio, un cuore che batte all'impazzata, i demoni che strisciano. Sul maxischermo Abel batte i pugni contro un vetro, come se cercasse una via di fuga da se stesso. È l'inizio del racconto, ma anche della sua filologia musicale: nelle prime canzoni convivono la vocalità di Michael Jackson, l'elettronica di Giorgio Moroder, le colonne sonore minimaliste e oscure di John Carpenter e una scrittura che chiarisce subito come il primo dei tre concerti di San Siro non sia semplicemente un live, ma il capitolo finale di un percorso iniziato anni fa. Un viaggio cinematografico al termine della paura, per ritrovarsi e abbandonare definitivamente la maschera del personaggio The Weeknd. Non è un caso che questi vengano indicati come gli ultimi concerti sotto questo pseudonimo. 

La statua simbolo

La scaletta è da kolossal, come ricorda anche il prezzo dei biglietti di alcuni settori: quaranta canzoni per due ore di musica che attraversano la trilogia composta da "After Hours", "Dawn FM" e "Hurry Up Tomorrow", album usciti tra il 2020 e il 2025, senza dimenticare i brani che hanno trasformato Abel Tesfaye in una delle più grandi popstar del decennio. Un tour, mutato nell’arco di quattro anni, che ha ormai superato il miliardo di dollari d'incasso e i 7,5 milioni di biglietti venduti, entrando nella storia delle tournée di maggior successo.

Al centro di San Siro, con intorno 55mila persone, domina la gigantesca scultura dorata realizzata dall'artista giapponese Hajime Sorayama, che richiama l’immaginario fantascientifico di “Metropolis”. È una presenza quasi divina, diventata un simbolo delle sue performance a cui ognuno, proprio come per un simulacro, può offrire l’interpretazione che preferisce. The Weeknd dialoga con quella figura mistica: a un certo punto canta “Can’t Feel My Face”, pezzo che nasconde ancora una volta il lato oscuro delle dipendenze, proprio ai piedi di quella presenza. 

Il palco, la band e la voce 

Lo stage, sviluppato su lunghe passerelle, diventa teatro di una cerimonia. I danzatori, mascherati e avvolti in tuniche rosse, sputati fuori da “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick, sono presenze inquietanti, quasi incarnazioni dei diavoli e delle voci che abitano la mente del protagonista. La componente visiva è imponente e può creare distanza nel rapporto con il pubblico, ma non sovrasta mai la musica, la scenografia urbana e decadente alla “Blade Runner” non è volgarmente iperbolica come in altri show pop. Vince il gusto, la classe, il rigore. Lo show poggia su un ibrido dichiarato: una band di alto livello (batteria, chitarra e basso), affiancata da sequenze elettroniche e da supporti vocali preregistrati tipici delle produzioni di queste dimensioni. La prova vocale di Abel, però, spazza via qualsiasi dubbio: in "Call Out My Name", per esempio, gli effetti si riducono al minimo e rimane soltanto l'interpretazione. Basta quel momento per ricordare perché The Weeknd sia uno dei migliori cantanti della sua generazione

Lo svelamento

Il punto di non ritorno arriva presto, sulle note di "Faith". È lì che si sfila la maschera nera. Non è un semplice cambio di costume, ma il cuore dell'intero spettacolo. "Faith" racconta un'overdose, il contatto con la morte. Fino a quel momento The Weeknd interpreta una figura quasi disumana: da lì in avanti rimane semplicemente Abel. Muta il linguaggio del corpo, cambia il rapporto con il pubblico e modifica perfino il modo di abitare il palco. Ed è qui che questo show si distingue profondamente da quello dell'Ippodromo del 2023. Allora dominava più la freddezza: oggi Abel parla con i fan, sorride, si concede. In questo ultimo capitolo è dentro quella rinascita che il concerto racconta. L’Ippodromo, inoltre, non avendo settori rialzati, non valorizzava al massimo, visivamente, lo spettacolo. Uno dei momenti più significativi arriva con "Out of Time". Abel scende tra la gente, canta insieme alle prime file, lascia che siano migliaia di voci, anche imperfette, a completare goffamente la canzone. È un gesto libero e umano: l'uscita definitiva dalla distopia e dalla disumanizzazione che avevano dominato la prima parte dello spettacolo. Anche musicalmente il concerto cambia pelle. 

Non è una maschera, ma un’idea

Il blocco formato da "Take My Breath", "Sacrifice" e "How Do I Make You Love Me?" trasforma San Siro in una gigantesca discoteca synth-pop, mentre "The Hills" incendia letteralmente lo stadio con le lingue di fuoco che puntano al cielo, quasi a sfidarlo. L'arrivo di Playboi Carti, pure in apertura di serata, per pezzi come "Timeless" e "RATHER LIE" non genera scosse e spunta nell’unico momento in cui il concerto rallenta, con brani aggiunti alla scaletta che allungano l’esperienza senza modificarne davvero l’impatto e la qualità. Un frangente, quello centrale, in cui si offre troppo respiro ad alcuni filler del repertorio. Il finale, elettrizzante, assume il valore di una liberazione. "The Abyss", "Save Your Tears" e "Less Than Zero" raccontano il definitivo distacco dal personaggio di The Weeknd.

In "Less Than Zero", proprio come nel romanzo omonimo di Bret Easton Ellis, non c'è trionfo, ma accettazione: “Varrò sempre meno di zero. Hai fatto del tuo meglio con me, lo so”. Abel riconosce i propri errori e decide di convivere con i vuoti, con gli eccessi e con le lacrime che solcano ogni esistenza. "Blinding Lights", la canzone più ascoltata al mondo, diventa così un rituale dionisiaco. Si balla sopra le proprie ferite, ricordandosi che The Weeknd non è solo una maschera. Ma un’idea, una fenice nelle tenebre, come evocato dagli ultimi visual: ogni tentativo di riempire il vuoto con soldi, droga, fama o materialismo è vano. Perché non si può scappare dal fare i conti con il proprio abisso

Scaletta: 
Baptized in Fear
Open Hearts
Wake Me Up
After Hours
Starboy
Heartless
Faith
Cry for Me
I Can't Fucking Sing
São Paulo
Until We're Skin & Bones
Take My Breath
Sacrifice
How Do I Make You Love Me?
Eva
Can't Feel My Face
Lost in the Fire
Often
I Was Never There
Given Up on Me
The Hills
Timeless con Playboi Carti
RATHER LIE con Playboi Carti
Creepin'
Niagara Falls
One of the Girls
Stargirl Interlude
Out of Time
I Feel It Coming
Die for You
Is There Someone Else?
Wicked Games
Call Out My Name
The Abyss
Save Your Tears
Less Than Zero
Blinding Lights
Without a Warning
House of Balloons
Moth to a Flame 


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Sebastien Nagy

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi