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Tame Impala, il rave imperfetto di Kevin Parker

19.10.2025 Scritto da Marco Di Milia

C’è sempre un momento in cui sembra necessario tornare sulla Terra. Messe da parte le astrazioni cosmiche, per Kevin Parker e il suo progetto Tame Impala è l’occasione per guardarsi dentro e ritrovare il battito del corpo e della mente con il nuovo “Deadbeat”, in cui la psichedelia si intreccia al ritmo ipnotico dei rave.

Corpi che pensano, macchine che sentono

Composto quasi in isolamento - pochissimi elementi: l’autore, le macchine e i loop - l’ultimo lavoro della one-man band australiana affronta il disagio, le emozioni mancate e la nostalgia con un’inedita sincerità. Svelando i propri sentimenti, il polistrumentista originario di Sydney non sceglie però la resa incondizionata, quanto piuttosto cerca nella condivisione e nella danza collettiva una forma di riscatto emotivo.

Sin dalle prime battute “Deadbeat” definisce la sua struttura con beat ruvidi e un’estetica fatta di luci, ombre e texture abrasive. Anche la voce di Kevin si fa più variegata, capace finalmente di accogliere, oltre ai falsetti levigati del passato, possibili incrinature. “Deadbeat” esplora nelle sue dodici tracce una sincerità nuova, fatta di sfumature emotive dove emergono imperfezioni e vulnerabilità. Quelle stesse ombre riflesse nello scatto di copertina che mostra un ritratto familiare dell’autore insieme alla figlioletta Peach.

Ritmo e sincerità

Nei brani si riflettono ansie private che si fanno universali, quali la lotta interiore, l’autosabotaggio, l'incapacità di sentirsi realmente adeguati, come anche il senso di colpa o quella che Parker stesso definisce “l’impossibilità di essere tutto”. Gran parte di “Deadbeat” si muove così tra groove sintetici, elettro-funk e necessità intimiste. La musica non offre solo un invito a liberare la mente, ma anche a restare vigili.

Drum machine, spazi riverberati e bassi profondi compongono una trama sonora che fa muovere il corpo senza mai spegnere davvero l’attenzione. In “My old ways” e “Obsolete”, il musicista riduce tutto all’essenziale, tra pattern elettronici, silenzi carichi di tensione e una vulnerabilità sempre costante. In “Loser”, invece, la voce si incrina, lasciando trapelare un senso di frustrazione, scosso da un “fuck!” che sembra voler mettere da parte la raffinata perfezione che lo ha sempre contraddistinto.

Non mancano i momenti esplosivi, con le frequenze cariche di energia in “Ethereal connection” o nelle atmosfere post-disco di “Afterthought”, in un tributo dichiarato a Quincy Jones e alla sua pluripremiata opera “Thriller”. Ancora, nella grana notturna di tracce come “Dracula”, “Oblivion” e “No reply” si tenta di ricucire un ordine interiore che continua a disfarsi, prendendo le distanze dall’eleganza glamour del passato.

L’anima più fragile, infine, si rivela apertamente in “Piece of Heaven”, in cui Kevin osserva le ombre della sera e il senso di distanza dai propri affetti. In “Not my world” riflette sulla fama e la normalità: “Deve essere bello”, mormora, “Mi fa capire che non è il mio mondo”. È il ritratto di un uomo diviso tra due vite e incapace di appartenere del tutto a una soltanto. In chiusura, il singolo “End of summer” nei suoi sette minuti di acid house e melodie cicliche accompagna verso l’uscita, con la malinconia dell’ultimo ballo che si dissolve in una sorta di euforia gentile.

Di nuovo l'alba

La festa diventa quindi il luogo di catarsi, l’ambiente in cui le tensioni private possono essere esorcizzate in un rito collettivo. L’eco dei “bush doof”, le feste selvagge in spazi isolati nella natura australiana, attraversa in questo modo tutto l’album come simbolo di libertà senza fronzoli.

Così “Deadbeat” è un lavoro di consapevolezza, non di sconfitta. Parker abbandona il bisogno di controllo e lascia che le imperfezioni diventino parte della sua composizione. Elettronica e umanità finiscono in questo modo per perdersi l’una nell’altra, in un equilibrio fin troppo sottile di incertezze, malinconie e bagliori pop. Nonostante le atmosfere a tratti sembrino perfino potersi sovrapporre, è in queste ripetizioni che il quinto album a nome Tame Impala trova la sua sintesi di danza e sentimento. Come nelle migliori feste, ci si perde solo per ritrovarsi davvero.

 

(Articolo originale su Rockol.it)

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