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Syd Barrett, un ricordo nel giorno del suo compleanno

06.01.2026 Scritto da Nino Gatti

Oggi, 6 gennaio, Syd Barrett avrebbe compiuto 80 anni. È scomparso vent’anni fa, il 7 luglio 2006, oltre trent’anni dopo il suo ritiro dalle scene.

Eppure la sua figura, così carismatica, e la sua storia, densa di mistero, non sono state scalfite dal tempo che è trascorso inesorabile. Anzi, nel suo caso la popolarità e la considerazione nel mondo musicale sembrano essere cresciute in maniera esponenziale.

Roger Keith Barrett, Syd per gli amici, nacque il 6 gennaio 1946 a Cambridge, la stessa città in cui sono cresciuti Roger Waters, nato il 6 settembre 1943, e David Gilmour, venuto al mondo solo due mesi dopo Syd, il 6 marzo.

Syd, Roger e David si conobbero fin da giovanissimi, anche se le loro passioni non sempre li portarono nella stessa direzione. Barrett condivideva con Gilmour l’amore per la musica e, in particolare, per la chitarra. Tra i due, sarà proprio Gilmour a raggiungere per primo una certa notorietà locale grazie alla band semi-professionale dei Jokers Wild.

La vera passione del giovane Syd era inizialmente la pittura, mentre la musica ne rappresentava quasi un complemento, coltivato anche grazie all’influenza del padre Max, stimato patologo e istologo dell’Università di Cambridge, e del fratello maggiore. Syd adorava leggere, soprattutto racconti e fiabe che alimentavano la sua fervida immaginazione. Aveva un carattere giocoso e fortemente carismatico, tanto che chiunque lo abbia conosciuto racconta di averlo amato. Bello, brillante e simpatico, si circondava spesso di belle ragazze, suscitando la sana invidia degli amici, tra cui Storm Thorgerson, futuro genio creativo dello studio grafico Hipgnosis, autore di molte delle più iconiche copertine dei Pink Floyd.

Barrett e Waters si conoscevano fin dall’infanzia: abitavano a pochi metri di distanza e condividevano diverse passioni comuni. Waters, all’epoca, non era ancora stato conquistato dalla musica come strumento espressivo: la ascoltava molto, ma si limitava a strimpellare la chitarra con risultati piuttosto modesti.

David e Syd, che frequentavano lo stesso college, suonavano spesso insieme durante gli intervalli delle lezioni. A detta di Gilmour, la sua tecnica era superiore e fu proprio lui a insegnare a Syd alcuni trucchi e accordi più complessi sulla sei corde.

Alla fine del 1963 Waters, trasferitosi a Londra per iscriversi al Politecnico, aveva formato una band con altri studenti del suo corso, tra cui Nick Mason e Richard Wright. Si trattava di esperienze poco serie, accompagnate da nomi bizzarri come T-Set, The Abdabs o Spectrum Five, difficilmente spendibili per ambizioni nazionali. Nell’autunno del 1964, con l’arrivo di Syd Barrett a Londra, le strade dei due si incrociarono di nuovo e Barrett entrò a far parte di una delle prime incarnazioni di quella che, all’inizio del 1965, sarebbe diventata ufficialmente la band dei Pink Floyd. Il nome fu proposto da Syd Barrett, anche se alcune fonti sostengono che l’idea fosse nata in precedenza da un amico comune di Cambridge, Stephen Pyle.

Barrett, Mason, Waters e Wright, dopo diversi rimaneggiamenti, proseguirono come quartetto fino alla fine del 1965. A partire dal 1966 il loro percorso musicale subì una svolta radicale. Tra settembre e dicembre di quell’anno, i Pink Floyd esplosero letteralmente, agganciandosi con intelligenza e fortuna al nascente movimento underground londinese, fortemente connotato da suggestioni psichedeliche. Nel giro di pochi mesi, tra marzo e agosto del 1967, pubblicarono due singoli e un album di grande successo, ottenendo ampia visibilità sulla stampa e una fitta serie di concerti in tutta l’Inghilterra, oltre all’ammirazione di musicisti del calibro di Paul McCartney, Pete Townshend, Eric Clapton e Jimi Hendrix.

Lo stile dei primi Pink Floyd era una fusione originale di rhythm and blues, rock, folk, musica elettronica e jazz sperimentale. Grazie alla sensibilità compositiva di Barrett, autore della maggior parte dei brani, e alla formazione classica del tastierista Richard Wright, sostenuti dalla sezione ritmica solida ma essenziale di Mason e Waters, il loro suono riuscì a conquistare pubblico e critica. Furono soprattutto le canzoni firmate da Syd a ricevere i maggiori consensi. Barrett sapeva scrivere singoli potenti e immediati come "Arnold Layne" o "See Emily Play", capaci di scalare le classifiche britanniche, ma anche brani che si muovevano in territori completamente diversi, dalle atmosfere pastorali di "Flaming" e "Chapter 24" fino alle sperimentazioni avanguardistiche di "Astronomy Domine" e "Interstellar Overdrive".

La capacità di compositore di Syd Barrett, unita a uno stile strumentale personalissimo — che sembrava fondere un approccio pittorico al suono con l’uso creativo degli effetti elettronici della sua chitarra — lo rendeva unico e inimitabile. A tutto questo si aggiungevano il carisma, lo sguardo magnetico e una presenza scenica talvolta inquietante: una combinazione che lasciava presagire un futuro luminoso e ricco di possibilità.

Eppure, proprio quando sembrava avere il mondo in pugno, Syd Barrett deviò improvvisamente dal percorso che appariva scritto. Le ragioni del suo crollo psico-fisico, dal quale non si sarebbe mai realmente ripreso, hanno riempito — e continuano a riempire — migliaia di pagine di libri e articoli, senza mai giungere a una spiegazione definitiva o plausibile. Probabilmente contribuirono fattori comuni a molti artisti dell’epoca: l’uso incontrollato di droghe e l’enorme pressione dello show business. A ciò si aggiungeva il desiderio, sempre più forte in Syd, di vivere l’arte senza piegarsi alle logiche di mercato, percepite come un meccanismo utile soprattutto ad arricchire i discografici, spesso indifferenti allo stato emotivo degli artisti. L’attenzione spasmodica che in poco tempo aveva travolto i Pink Floyd divenne per lui insostenibile.

La storia è nota: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968 Barrett venne progressivamente messo in discussione dalla band, prima affiancato e poi sostituito da David Gilmour, l’amico dei tempi spensierati di Cambridge.

Oltre ai brani pubblicati con i Pink Floyd, fino alla sua uscita dal gruppo Barrett aveva composto una quantità considerevole di materiale inedito, testimonianza di una creatività ancora straordinaria. Nella primavera del 1968 tornò in studio per incidere il suo primo album solista, con la produzione di Peter Jenner, storico manager dei Pink Floyd. Tuttavia, la difficoltà di Syd nel concentrarsi e lavorare senza il supporto di una band stabile rese le sessioni problematiche. Le lunghe e costose registrazioni misero in allarme la casa discografica, che arrivò a mettere in discussione l’intero progetto. A quel punto, in suo aiuto intervennero Gilmour e Waters, che affiancarono Jenner nella produzione.

Nonostante la discontinuità dell’artista e alcune scelte produttive controverse, il disco venne completato e il 3 gennaio 1970 "The Madcap Laughs" (il lato B dellla copertina del 33 giri è l'illustrazione di questo articolo) arrivò nei negozi. L’accoglienza di pubblico e critica fu positiva, seppur accompagnata da vendite modeste, sufficienti però a giustificare la realizzazione di un secondo album, intitolato con il cognome dell'interprete. Pubblicato nel novembre dello stesso anno, fu prodotto da Gilmour con l’aiuto di Wright. Il supporto degli ex compagni si rivelò fondamentale: riuscirono a sostenere l’instabilità emotiva di Barrett e ad adattare il suo stile irregolare ai ritmi di uno studio di registrazione.

Dal 1971 la situazione precipitò. L’interesse di Syd per la musica diminuì drasticamente, complice anche il mancato successo commerciale e una serie di problemi personali che lo trascinavano sempre più in una sorta di sabbie mobili. La situazione divenne definitiva all’inizio del 1972, quando fallì anche l’esperienza degli Stars, una nuova band formata senza grande convinzione nella sua Cambridge. Dopo pochi concerti locali, nei quali apparve evidente quanto fosse diventato difficile per Syd affrontare il pubblico e i propri demoni interiori, Barrett abbandonò definitivamente il mondo della musica. A nulla servirono i tentativi di Peter Jenner che, nell’agosto del 1974, provò ancora una volta a riportarlo in studio: quell’esperienza sancì la fine definitiva della sua carriera musicale e non solo. Pochi mesi dopo, Barrett fece ritorno a Cambridge e si ritirò nell’abitazione della madre, dove visse fino alla fine dei suoi giorni, sostenuto (anche economicamente) dalla presenza costante della sorella Rosemary, dedicandosi alle sue passioni per l’arte e il giardinaggio.

Negli anni successivi alcuni giornalisti contribuirono a mantenere alta l’attenzione su di lui, spesso però alimentando il mito dell’artista folle e inaffidabile. A partire dagli anni Ottanta, mentre in tutto il mondo cresceva l’interesse — non solo artistico — attorno a Barrett, la curiosità di alcuni fan li spinse a recarsi a Cambridge nel tentativo di incontrarlo. Quando riuscivano a individuare la sua abitazione, Barrett si limitava a chiudere la porta oppure rispondeva ai curiosi che «Syd non abitava più lì».

Paradossalmente, mentre Barrett si ritirava, intorno alla sua figura iniziava a crescere un interesse lento ma costante. Nacque una fanzine, "Terrapin", che per alcuni mesi alimentò la speranza di un suo ritorno. Nel 1974 si fece avanti persino Jimmy Page, desideroso di riportarlo in studio, e nel 1977 anche la punk band dei Damned manifestò l’intenzione di coinvolgerlo come produttore.

Nel 1975, con l’uscita di "Wish You Were Here", i Pink Floyd dedicarono a Syd il lungo tributo "Shine On You Crazy Diamond". Quello che voleva essere un omaggio sincero si trasformò anche in una sorta di certificazione ufficiale, da parte dei suoi ex compagni, della fine della sua epopea artistica. L’espressione “diamante pazzo” divenne da allora una comoda ma crudele etichetta che avrebbe accompagnato Barrett fino alla fine dei suoi giorni.

Le numerose canzoni da lui incise con i Pink Floyd e da solista, caratterizzate da uno stile musicale unico e da testi spesso intimi e introspettivi, sono state reinterpretate nel tempo da centinaia di artisti in tutto il mondo. Ancora oggi, ogni anno, non mancano dischi e concerti che rendono omaggio alla sua musica, sia attraverso grandi nomi come David Bowie, R.E.M., John Frusciante, Graham Coxon, Robyn Hitchcock o lo stesso David Gilmour, sia grazie ad artisti meno noti.

Nonostante possa essere considerato un artista di nicchia, attorno a lui continua a crescere l’interesse delle nuove generazioni di fan, che si ritrovano in numerosi gruppi e comunità online con un’invariata voglia di scoprire notizie e materiali legati al suo passato musicale. Curiosamente, pur avendo i suoi amici di Cambridge, Roger Waters e David Gilmour, raggiunto un successo mondiale di grande rilievo anche come solisti, sono stati dedicati a Barrett moltissimi libri, a fronte di un numero decisamente più limitato di volumi riservati a loro.

La musica di Syd Barrett ha sempre trovato, e continuerà a trovare, qualcuno capace di riconoscersi in quelle note e in quelle parole. Perché il genio di Syd Barrett è destinato a rimanere immortale.

Buon compleanno, Syd.


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