“Ormai lo studio di registrazione era un luogo in cui potevamo davvero sperimentare”, dentro quelle parole, raccolte da Harvey Kubernik per “Best classic bands”, Ray Manzarek cercò di riassumere il senso di "Strange days”, il secondo album dei Doors, originariamente pubblicato il 25 settembre 1967. Fu per la band capitanata da Jim Morrison il momento di smettere di essere soltanto un gruppo travolgente sul palco e diventare consapevolmente un organismo creativo, capace di usare lo studio come spazio di ricerca, di rischio e di trasformazione. Per Manzarek, “Strange days” segnò un passaggio decisivo, che fotografò lui, Jim, Robby Krieger e John Densmore non più solo come quattro ragazzi lanciati da un debutto fulminante, ma come musicisti che si riconoscono tali, pronti a indossare idealmente un camice da laboratorio e a trattare la registrazione come materia viva. Mentre il 12 febbraio cade l’anniversario della nascita di Ray Manzarek, nato nel 1939 e scomparso nel 2013, in questi giorni è arrivato l’annuncio che il 18 aprile 2026 il Record Store Day tornerà a riaccendere i riflettori su quell’epoca con “The Doors, strange days 1967: a work in progress, part 2”, seguito ideale della prima parte pubblicata lo scorso anno. Ecco quindi un invito a immergersi o a rientrare dentro quelle stanze degli hollywoodiani Sunset Sound, dove i Doors impararono a pensarsi in modo diverso.
"Strange days” secondo Ray Manzarek
"Quando sentii Jim cantare per la prima volta a Venice, pensai subito che ce l’avesse. 'Moonlight drive' fu la prima canzone che Jim Morrison mi cantò. Era dopo la laurea alla UCLA e lo incontrai per caso sulla spiaggia". Quell’incontro fortuito, fatto di una canzone intonata quasi per sfida e di un dialogo che suona oggi come una scena fondativa del perfetto biopic (e infatti il momento non mancò nel film del 1991 diretto da Oliver Stone), segnò la genesi dei Doors e la nascita di un brano destinato a trovare una collocazione speciale proprio nel secondo album, diventando uno dei suoi gioielli più enigmatici.
“Strange days” nacque infatti dallo stesso serbatoio creativo del debutto eponimo, con molte canzoni che risalivano al biennio tra il 1965 e il 1966, quando il gruppo stava ancora definendo la propria identità. Eppure, pur seguendo per certi versi la struttura dell’album omonimo, il secondo disco non ne replicò il percorso trionfale in classifica. “Moonlight drive”, seconda canzone mai scritta e provata dai Doors, aveva avuto una prima versione accantonata, descritta da Robby Krieger come "davvero scura e rilassata, molto inquietante", poi perduta. La reincarnazione su “Strange days” racconta invece una band più sicura, più consapevole dello spazio dello studio, capace di reinventare il proprio materiale.
Il salto fu anche tecnologico. "Il primo album era inciso su quattro piste", spiegò Manzarek in "The Doors anthology": "E rappresentava più o meno il suono dei Doors dal vivo. Ma il secondo album era un disco da studio". Con otto tracce a disposizione, la band potè finalmente sovrapporre, sperimentare, aggiungere livelli. "Cominciammo davvero a usare lo studio come uno strumento", ricordò il musicista, citando brani come “Strange days”, “You’re lost little girl” e “When the music’s over”, quest’ultima arricchita da uno degli assoli più memorabili di Krieger.
Il contesto storico fece il resto. "Era un periodo davvero fertile", raccontò dal canto suo John Densmore a "Modern Drummer" nel 2010, ricordando l’ascolto in anteprima di “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” dei Beatles e un clima musicale in cui tutto sembrava possibile, dal rock più avanzato al jazz di Miles Davis. In questo scenario, “Strange days” alternò brani immediati come “People are strange” e “Love me two times” a momenti più sfidanti, senza rinunciare alla tensione poetica che Morrison portò al centro del progetto. Anche se l’album si fermo alla terza posizione della classifica "Billboard 200" e i singoli non eguagliarono il successo di “Light my fire”, il disco continuò a crescere nel tempo. Al tempo dell'uscita, critiche non mancarono e a chi evidenziò parallelismi evidenti tra “When the music’s over” e "The end", Krieger trovò modo di rispondere senza esitazioni e affermare in un'intervista per "Guitar World": "Ammetto che erano simili per durata e struttura, ma chissenefrega? Se qualcosa funziona, la rifai".
Dentro “Strange days” i Doors riuscirono a far convivere invenzioni radicali e dettagli sottili, tra tastiere fatte girare al contrario, marimbe che accentuano l’esotismo di “I can’t see your face in my mind”, la furia quasi rituale di “Horse latitudes”, con Morrison che recitava poesia sopra un caos sonoro costruito colpendo tutto ciò che era a portata di mano in studio. "Sapevo che Jim era un grande poeta", disse Manzarek a “Best classic bands” riflettendo su "“When the music’s over”, spiegando come la band fosse nata proprio per unire poesia e rock’n’roll, mettendo insieme flamenco, blues, jazz, marce e suggestioni letterarie: "Su questo non ci sono dubbi. È per questo che mettemmo insieme la band fin dall’inizio. Doveva essere poesia insieme al rock’n’roll: la nostra versione di rock’n’roll era qualunque cosa ciascuno portasse sul tavolo. Robby, porta la tua chitarra flamenca. Robby, porta quella chitarra con il bottleneck, porta l’accordatura da sitar. John, porta i tuoi tamburi da parata, i rullanti e il quattro quarti dritto. Ray, porta la tua formazione classica, blues e jazz. Jim, porta la tua poesia gotica del Sud, la poesia di Arthur Rimbaud. Tutto funziona nel rock’n’roll. Jim era un poeta magnifico. Amavo la sua poesia. Stava facendo poesia ecologica: 'What have they done to the earth?'. Le parole erano ben cesellate. Jim era molto bravo in questo quando si trattava di canzoni. Inseriva le sue parole in un contesto completamente diverso, un contesto musicale, un singolo di successo in tre minuti". È qui che "Strange days” trova la sua voce più profonda.
“The Doors, strange days 1967: a work in progress”
Il Record Store Day 2025 ha aperto una finestra inaspettata su quel laboratorio sonoro con la pubblicazione di “The Doors, strange days 1967: a work in progress”. L’album raccoglie versioni alternative e rough mix risalenti alle session originali, anteriori al completamento degli overdub, riportati alla luce e mixati da Bruce Botnick già nel 1967, oggi accompagnati da nuove note firmate dallo stesso ingegnere del suono. Stampato in edizione numerata su vinile blu traslucido, il disco offre uno sguardo crudo e non rifinito sul materiale di “Strange days”.
La selezione dei brani attraversa il cuore dell’album, dalla title track a “You’re lost little girl”, da “Love me two times” a “Horse latitudes”, fino a “I can’t see your face in my mind” e “When the music’s over”, con l’aggiunta di “We could be so good together”, destinata a trovare casa l’anno successivo su “Waiting for the sun”. Come già accaduto con altre riscoperte del catalogo Doors in occasione del RSD – basti pensare all’outtake “Paris Blues”, pubblicata nel novembre 2022 (qui l'approfondimento) – non si tratta di edizioni pensate per stupire sul piano del suono, ma di documenti storici. I rough mix mostrano canzoni ancora in divenire, con elementi mancanti, dinamiche compresse e soluzioni che saranno poi rifinite o abbandonate.
Eppure, proprio in questa imperfezione risiede il fascino, come la voce di Morrison più naturale e riverberata nella title track, il clavicembalo che emerge con maggiore evidenza, l’intimità di “You’re lost little girl”, l’aggressività della chitarra di Krieger in “Love me two times”, la dimensione meno caotica ma ancora sospesa di “Horse latitudes”. Sono istantanee che raccontano il percorso, non il traguardo.
Cosa aspettarsi dalla seconda parte per il RSD 2026
Con il Record Store Day 2026 arriva “The Doors, strange days 1967: a work in progress, part 2”, secondo capitolo di questa esplorazione nelle session del 1967. La pubblicazione presenta rough mix privi degli overdub finali sul lato uno e take inedite di “When the music’s over” sul lato due, ampliando ulteriormente la prospettiva su uno dei momenti più decisivi della storia dei Doors. Stampato in edizione limitata su vinile turchese trasparente, con poster incluso, il disco promette un’immersione ancora più diretta nel processo creativo.
La tracklist alterna brani iconici in versioni spogliate – “People are strange”, “Moonlight drive”, “Strange days” in forma di backing track – a materiali di lavoro come “Love me two times” senza la voce definitiva e due take di “When the music’s over”, che permettono di osservare dall’interno l’evoluzione di un brano monumentale. Come ha spiegato Bruce Botnick, si tratta di "un documento che mostra parte del dare e avere della registrazione in studio, del mettere a fuoco le canzoni e del luogo in cui sarebbero poi andate a collocarsi".
Più che semplici curiosità per collezionisti, queste uscite restituiscono il senso di un’epoca in cui i Doors stavano imparando a conoscersi e a spingersi oltre, trasformando lo studio in un laboratorio e “Strange days” in un’opera ancora viva, capace di parlare al presente attraverso le sue imperfezioni e le sue intuizioni.
Ecco la tracklist di “The Doors, strange days 1967: a work in progress, part 2”:
Side 1:
1. PEOPLE ARE STRANGE
2. LOVE ME TWO TIMES (Backing Track)
3. WE COULD BE SO GOOD TOGETHER
4. MOONLIGHT DRIVE
5. STRANGE DAYS (Backing Track)
Side 2:
1. WHEN THE MUSIC’S OVER (Take 1)
2. WHEN THE MUSIC’S OVER (Take 2 - inc.)
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